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Cosa scrivere su un blog aziendale

La sezione blog del tuo sito è un po’ latitante? Non preoccuparti: sei  in buona compagnia. 

Curare un blog aziendale non è così semplice: si parte sempre con le migliori intenzioni, ma il tempo che richiede la stesura di un articolo finisce spesso per essere dedicato ad altro.

Eppure, la presenza di un blog sul tuo sito è un’opportunità unica non solo per attirare nuovi clienti, ma anche per farti conoscere e per aiutare i tuoi clienti a capire i tuoi prodotti, i tuoi servizi e, in generale, il tuo lavoro.

In questo articolo capiremo come gestire un blog aziendale, quali sono i suoi obiettivi e come pianificare dei contenuti appropriati per consentirti di crescere anche su Google.

blog aziendale

A cosa serve un blog aziendale?

Il blog è un contenitore di contenuti testo, video e immagini che rimangono potenzialmente per sempre all’interno del tuo sito.

La differenza principale con ciò che viene pubblicato sui social network è:

  • la durata: mentre un post Instagram, Tik Tok o Facebook ha una vita di massimo 24 ore, un articolo blog continua a rimanere visualizzabile nel tempo, specialmente se è ben indicizzato;
  • la collocazione: i post che pubblichi sui social network appartengono sempre ai social network. Ricordiamo tutti cosa è successo quando i social di Zuckerberg non sono stati accessibili per ore… il blog, invece, fa parte del tuo sito, quindi è una piattaforma completamente gestibile da te.

Proprio per questi due motivi, il blog ti consente di arrivare a risultati che nessun social network può garantirti. 

Prima di tutto, il posizionamento SEO: facendo parte del tuo sito, ciò che pubblichi sul blog finisce per valorizzare la tua posizione su Google e nei motori di ricerca. Si tratta di quella che viene definita “crescita organica”. Se il blog è ricco di contenuti interessanti, Google continuerà a farti crescere e a far trovare il tuo sito più facilmente a nuovi e potenziali clienti. 

Un altro obiettivo del blog è quello di creare un punto di connessione diretto con i clienti, aiutandoli sia nella fase di prevendita che di post vendita.

In altre parole, il blog può diventare un servizio clienti continuamente attivo per suggerire prodotti o aiutare nella configurazione di ciò che è stato già acquistato. In caso di malfunzionamenti, può offrire delle guide da testare prima di contattare il customer service, e ancora può fornire una lista di rivenditori autorizzati facilmente consultabile.

Quando pianifichi dei contenuti per il blog, tieni conto delle ricerche attive degli utenti su Google relative al tuo settore: se intercetti queste domande e le trasformi in articoli esaustivi e completi, puoi diventare più facilmente un leader e punto di riferimento per i clienti che ancora non ti conoscono e per quelli che hanno già acquistato da te.

Infine, il blog contribuisce ad alimentare la tua brand identity. Attraverso articoli che parlano della tua azienda, dei tuoi valori, della mission e della vision, delle persone che lavorano per te, del metodo di lavoro e dei progetti futuri, puoi conoscerti e farti apprezzare a un livello più profondo. Una chiara brand identity è una forte spinta per portare la persone a fidarsi di te e a sceglierti, passando dall’essere prospect a clienti fedeli. 

Argomenti per blog aziendale

strategia blog

 

Arriviamo al dunque: cosa possiamo scrivere sul blog? Come popolarlo con articoli appropriati e interessanti per crescere? 

Abbiamo suddiviso in cinque macroaree tutti i temi che non dovrebbero mai mancare in un blog aziendale. Puoi partire da queste per strutturare un piano editoriale e per trovare gli argomenti migliori per il tuo blog.

  • Parla dei tuoi prodotti

Descrizioni, tutorial, dietro le quinte e long post approfonditi sui prodotti: la maggior parte delle volte le persone stanno cercando qualcosa che risolva un loro problema, quindi un prodotto o un servizio. Nell’ottica di far emergere quindi i tuoi prodotti, dedica alcuni articoli ai prodotti che vendi.

  • Parla dei tuoi progetti

Cosa bolle in pentola? Quali sono i futuri sviluppi che le persone possono aspettarsi dalla tua azienda? Quali novità potrebbero affacciarsi sul mercato, sul tuo mercato? Tutte queste notizie sono interessanti per mantenere attivo l’interesse del cliente già acquisito verso di te, ma possono stuzzicare anche l’attenzione degli utenti più propensi a seguire e scoprire le innovazioni, i cosiddetti anticipatori del mercato.

  • Parla delle tua azienda

Prima dei prodotti, prima dei progetti, ci sono le persone. Quelle che lavorano per te, che si impegnano ogni giorno per creare quei prodotti e quei servizi che rendono unica la tua offerta e distinguono il tuo business dagli altri. Le storie attraggono (e vendono) più di qualsiasi altra cosa: mettici la faccia, insieme ai tuoi collaboratori, per raccontare la vita in azienda, sia come professionalità che come relazioni all’interno del team. 

  • Parla del contesto

Ogni azienda ha un suo contesto di riferimento. Chi si interessa al tuo prodotto, è potenzialmente interessato a ciò che avviene in quel settore. 

Un classico esempio è il cliente che acquista uno smartphone online: mentre alcuni si limitano solo a leggere le schede tecniche e ad acquistare, molti altri possono interessarsi a ciò che avviene nel settore tech, si aggiornano continuamente sulle nuove uscite e leggono volentieri informazioni di settore. 

Il blog è, per questa finalità, un ottimo contenitore per comunicazioni e news relative ad un ramo specifico.

  • Parla… con i video!

Se pensi che il blog sia utile solo per lunghi contenuti di testo, stai perdendo una grandissima opportunità! Puoi infatti sfruttare le piattaforme del blog per pubblicare i tuoi video, così come faresti su Youtube e su altri canali social. 

I contenuti video sono tra i più fruiti per l’infotainment, ossia per un tipo di informazione che viene presentata sotto forma di intrattenimento. Video, per l’appunto, ma anche clip, video corporate, podcast video e molto altro: sono contenuti che alzano il livello della tua comunicazione, perfetti da integrare su un blog aziendale.

simona_ruisi

Ciao, sono Simona e una delle prime parole che ho pronunciato è stata “panna” (penna, ma sono palermitana e tendo ad aprire le vocali).

Ho iniziato a scrivere per raccontare, per informare, per non dimenticare impegni, per appuntare idee e per far divertire.

Così sono finita a fare la copywriter. Con tutto rispetto per tutti, il mio è il lavoro più bello del mondo.


comunicazione inclusiva

Comunicazione inclusiva: parlare, senza escludere

Comunicazione inclusiva significa pensare a chi non stiamo pensando nella nostra comunicazione.

Parlare a tutti, nessuno escluso. 

Questo è, in linea di massima, l’obiettivo finale di ogni forma di comunicazione, inclusa quella pubblicitaria. 

Eppure, nello stesso “parlare a tutti, nessuno escluso” è già presente una forma di esclusione, in questo caso dettata dal genere. Il maschile sovraesteso, ampiamente diffuso e radicato nella lingua italiana, crea effettivamente una forma di discriminazione sia nei confronti del genere femminile, sia in chi non si riconosce in alcun genere e si auto-definisce una persona non binaria.

Abbiamo qui fatto solo un piccolo esempio, ma in realtà l’esclusione di interi gruppi sociali dai destinatari di un certo tipo di comunicazione avviene quotidianamente, e purtroppo in maniera automatica.

Il primo passo per non ripetere questo comportamento, quindi, è quello di prenderne coscienza e rendersene conto. Un compito affatto semplice, visto che alcuni paradigmi linguistici ci accompagnano fin dalla nascita; un compito, inoltre, che richiede uno sforzo notevole di impegno per trovare le parole giuste e includere la totalità delle persone destinatarie della nostra comunicazione.

Il Manifesto della comunicazione inclusiva e non ostile

Da dove cominciare per cambiare la nostra comunicazione verso una maggiore inclusività? 

Delle ottime linee guida da cui partire si trovano nel Manifesto della comunicazione inclusiva e non ostile, redatto dall’associazione Parole Ostili. Parole Ostili è un progetto di natura sociale che combatte l’uso violento e discriminatorio delle parole; da questo principio nasce il Manifesto, declinato in dieci punti: 

  • Virtuale è reale. Comunicazione online e offline non hanno differenze in termini di rispetto delle fragilità e delle diversità tra persone; differenza che purtroppo ancora si manifesta abbondantemente fra i commenti dei “leoni da tastiera” sui social network.
  • Si è ciò che si comunica. La propria identità non deve essere nascosta o sottovalutata, in nessun momento. Ogni persona è libera di scegliere se e come definirsi; la diversità è sempre un valore aggiunto, e la propria natura o personalità non devono essere motivo di vergogna.
  • Le parole danno forma al pensiero. Bisogna porre attenzione alle parole che si scelgono per non cadere in cliché, stereotipi, allusioni o pregiudizi, preferendo sempre termini gentili e appropriati.
  • Prima di parlare bisogna ascoltare. L’abbattimento del pregiudizio nasce proprio dal sapere davvero cosa pensa e cosa prova la persona, o il gruppo di persone, con cui abbiamo a che fare. Le diverse opinioni non minano il valore delle proprie opinioni, ma sono funzionali ad aggiungere nuovi punti di vista e ad ampliare la prospettiva su determinati argomenti.
  • Le parole sono un ponte. …e non un muro. Nella scelta delle parole, bisogna porre la giusta attenzione a cercare dei termini che invitino al dialogo, al confronto, e non all’isolamento nelle proprie convinzioni e opinioni. Il linguaggio può creare una comunione d’intenti, sempre nel rispetto delle diversità.
  • Le parole hanno conseguenze. Così come ogni scelta che si compie quotidianamente, dalle piccole alle grandi decisioni, anche le parole possono cambiare il corso degli eventi e muovere le persone verso una direzione precisa. Mai dimenticare che ad ogni azione corrisponde una reazione, e questo vale anche nel linguaggio.
  • Condividere è una responsabilità. Nell’epoca che si contraddistingue per l’ampia informazione, spesso non controllata, tutti e tutte siamo responsabili di ciò che viene diffuso e dato come giusto e vero. Controllare le fonti è quindi un atto responsabile verso chi riceve il nostro messaggio.
  • Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare. Non sempre è facile partire dal presupposto che quello che stiamo dicendo possa essere sbagliato. Eppure, anche quando la pensiamo diversamente dalle persone con cui stiamo parlando, non dobbiamo mai dimenticare che anche la loro opinione conta e ha lo stesso valore della nostra, poiché nasce da una valida esperienza di vita.
  • Gli insulti non sono argomenti. Gli insulti costruiscono muri, non ponti. Gli insulti non aggiungono argomenti validi alle discussioni, non consentono un chiaro scambio di opinioni e giudicano la persona, non le sue idee. Per questo non hanno alcun senso all’interno di un dialogo, e anzi sono dannose per la costruzione di ogni rapporto sociale.
  • Anche il silenzio comunica. Il silenzio può avere una doppia funzione: placare gli animi nelle discussioni accese, consentire un ascolto migliore, dare il tempo di ragionare. Ma può anche tradursi come volontà di ignorare un’opinione, se non le si dà adeguato ascolto.   

Il segreto di una buona comunicazione inclusiva è solo una: pensare.

Pensa, prima di parlare pensa” cantava qualche anno fa Fabrizio Moro, e si potrebbe serenamente aggiungere “anche prima di scrivere, pensa”. 

Soprattutto sui social, patria di ogni voce senza discriminazione, ma anche nella pubblicità, che è il nostro mestiere: chiedersi se quello che stiamo scrivendo può escludere un gruppo di persone, o addirittura offenderle in qualche modo, è il primo passo per allontanarsi da questo tipo di messaggi.

Le alternative all’orizzonte sono diverse, e a volte divisorie, come nel caso degli asterischi o dello schwa per rimuovere il genere maschile/femminile presente nella lingua italiana. Si tratta, comunque, di soluzioni possibili, più o meno gradevoli e accettate, a un problema realmente esistente; ciò che conta, comunque, è che si prenda atto del problema della discriminazione, e che l’attività di comunicazione sia rivista sotto quest’ottica.

simona_ruisi

Ciao, sono Simona e una delle prime parole che ho pronunciato è stata “panna” (penna, ma sono palermitana e tendo ad aprire le vocali).

Ho iniziato a scrivere per raccontare, per informare, per non dimenticare impegni, per appuntare idee e per far divertire.

Così sono finita a fare la copywriter. Con tutto rispetto per tutti, il mio è il lavoro più bello del mondo.


follower o community

Crescere (e vendere) su Instagram: 5 strategie per la tua community

Un miliardo di utenti attivi, metà dei quali accede ogni giorno alla piattaforma: Instagram non è più un social in ascesa, ma ormai una realtà consolidata che ogni azienda vuole utilizzare per ottenere un risultato.

La natura di questo risultato può anche variare, in funzione dell’obiettivo che l’azienda si pone: a differenza di quanto si possa pensare, infatti, non sempre vendere è la finalità di ogni strategia di marketing.

Anzi, tutto il contrario: proprio sui social, e in particolare su Instagram , l’azione dell’acquisto arriva dopo un lungo processo di interazione tra brand e persone.

Interazione, brand, persone: sono queste le tre parole chiave da tenere come punto di riferimento per ogni strategia di crescita Instagram, perché proprio questi elementi costituiscono le fondamenta di qualsiasi community presente sul social network.

Follower, community, fanbase: le differenze

Di cosa parliamo davvero quando diciamo “crescere su Instagram”?

Esistono davvero tanti parametri di riferimenti all’interno della piattaforma per definire un solo percorso di crescita per ogni brand.

In generale, gli obiettivi che si possono perseguire nella definizione di una strategia di crescita Instagram sono tre:

  • aumento dei follower;
  • aumento dell’engagement;
  • aumento delle vendite.

L’ultimo dei tre è quello, ovviamente, più auspicabile, ed è anche l’unico che può derivare dai primi due obiettivi e non viceversa. Per incrementare gli acquisti deve obbligatoriamente aumentare uno dei due fattori, i follower o l’engagement – in realtà quello davvero importante è solo uno dei due, ma prima di scoprire quale, diamo una corretta definizione di entrambi i termini.

Follower

I follower rappresentano la totalità delle persone che segue il tuo profilo Instagram. Sono facili da individuare, in quanto Instagram, sulla parte alta del profilo, li segnala chiaramente sotto la voce “follower”.

Il fatto che seguano il profilo non deve però dare l’illusione che seguano ogni nostra pubblicazione, che siano realmente appassionati del nostro brand e che non si perdano un solo post, come speriamo effettivamente.

Questo risultato, e di conseguenza una più alta probabilità di acquisto, si ottiene solo creando una community.

Community

Come suggerisce lo stesso termine, una community è una comunità di persone che hanno in comune un interesse o una passione. Nel caso di Instagram, la community si forma intorno a un brand che trasmette dei valori in cui le persone possono riconoscersi.

Questo è ciò che succede quando un brand non si limita a parlare dei suoi prodotti, ma dialoga con gli utenti che lo seguono e forma delle relazioni: risponde sempre ai messaggi privati e ai commenti sotto i post, crea delle challenge che coinvolgono gli utenti, organizza eventi offline promuovendoli su Instagram, mette in atto delle azioni che spingono le persone verso una risposta.

Il follower non subisce più passivamente i contenuti del profilo Instagram, ma diventa parte attiva. È anzi contento di far vedere la propria passione, postando anche in maniera spontanea delle immagini che lo ritraggono mentre usa il prodotto o il servizio del brand relativo.

Quindi, come comportarsi tra follower e community?

Possiamo uscire fuori dal mondo di Instagram e fare questa stessa domanda utilizzando altre parole: è meglio avere tanti conoscenti, o pochi amici, ma buoni?

Il principio è esattamente lo stesso. Avere tanti follower può rendere un brand più conosciuto, è vero, ma tale conoscenza può rimanere sempre a un livello superficiale se non si investe nelle relazioni con i propri follower e non si coltivano le passioni in comune con il proprio target, creando contenuti condivisibili in cui è facile riconoscersi.

Creare una community è proprio questo: ascoltare le richieste delle persone che ti seguono, i loro bisogni, le loro necessità, i loro dubbi, e condividere con loro progetti, idee, contenuti utili che ti rendano parte della tua stessa comunità.

Crescita Instagram: 5 strategie utili per la tua community

Quindi, in che modo si possono trasformare follower passivi in partecipanti attivi della tua community?

Qui ti suggeriamo cinque tecniche facili da applicare, che non richiedono alcuno sforzo economico, e che puoi replicare ogni volta che vuoi per “trascinare” dentro il tuo brand le persone giuste, che diventeranno poi tuoi clienti.

Parti dall’analisi dei tuoi contenuti

È difficile stabilire come andare avanti bene, se non sai qual è stata la reazione di chi ti segue ai tuoi post precedenti. Analizzare i contenuti già pubblicati e i risultati che hanno portato è un’operazione da fare costantemente, prima di pianificare nuovi contenuti e dare una direzione chiara e profittevole al tuo profilo.

Stabilisci un piano editoriale

La spontaneità, su Instagram, è la strategia migliore? Non sempre. Il profilo rigido, tutto pianificato nel minimo dettaglio, può non essere la soluzione migliore; in ogni caso, però, pubblicare solo seguendo le mode del momento, il pensiero del giorno o spunti di riflessione che non hanno un filo logico e conduttore tra un post e l’altro, fa sì che il risultato finale non sia coerente e le persone faticano a capire bene cosa vuoi dire.

Il piano editoriale è uno metodo di programmazione dei post che puoi realizzare su un foglio Excel, inserendo date, orari, macro argomenti e obiettivi che vuoi ottenere da ogni post. In questo modo puoi programmare con largo anticipo i contenuti del tuo feed, basando sui risultati ottenuti dall’analisi precedente.

Mettici la faccia, mettiti in gioco

Le persone si affezionano più alle persone che ai brand. Ecco perché, specialmente se il tuo è un brand personale o un’azienda familiare e nascente, metterci la faccia e parlare direttamente al tuo pubblico potrebbe essere la soluzione migliore per creare un reale affetto tra te e il tuo pubblico.

Un consiglio: non perseguire la perfezione a tutti i costi! Non aspettare di avere i capelli perfetti, il trucco perfetto o la luce più indicata per risaltare la tua bellezza. Chi ti segue ha bisogno di verità, non di filtri costruiti.

Instaura relazioni con altri brand o influencer

Ogni persona che decide di seguirti seguirà sicuramente altri brand o influencer, e se vi segue entrambi è probabile che ci sia tra te e loro una serie di punti in comuni quali gli argomenti trattati, il target che vi segue, il tono di voce e altri fattori.

Una buona opportunità per attirare ancora più follower in target è quella di creare dei sodalizi, sotto forma di dirette Instagram, post complementari, sponsorizzazioni e altro ancora, che riportino uno al profilo dell’altro e vi conoscano e riconoscano come personalità affini, entrambe da seguire.

Cura il tuo feed (anche graficamente)

Foto stock? No, grazie! Se l’intento è quello di far conoscere te e la tua azienda in maniera trasparente e onesta, conta sul fatto che condividere foto di vita reale e dei tuoi prodotti in situazioni di utilizzo quotidiano ha un appeal molto più alto di immagini esteticamente perfette, ma non rappresentative di te.

Oltre alla scelta delle foto da pubblicare, un feed armonico nei toni e nei colori ha una resa estetica molto più alta e risulta maggiormente accattivante per i potenziali follower.

 

Ricapitolando…

I social sono un lavoro a tempo pieno, che richiede uno studio attento dei risultati e una pianificazione ad hoc per i tuoi utenti. Se hai bisogno di un’agenzia di comunicazione a Palermo per i tuoi canali social, contattaci.

simona_ruisi

Ciao, sono Simona e una delle prime parole che ho pronunciato è stata “panna” (penna, ma sono palermitana e tendo ad aprire le vocali).

Ho iniziato a scrivere per raccontare, per informare, per non dimenticare impegni, per appuntare idee e per far divertire.

Così sono finita a fare la copywriter. Con tutto rispetto per tutti, il mio è il lavoro più bello del mondo.


Sicilia in Digitale

Sicilia in Digitale: in arrivo 1 milione di euro per le campagne di comunicazione

Se hai in mente di espandere la tua attività online e di potenziare le tue campagne pubblicitarie, questo è decisamente il momento ideale.

 

In concomitanza con la distribuzione di nuovi contributi a fondo perduto, la Regione Sicilia ha indetto un bando ad hoc per il rilancio del marketing digitale e l’acquisizione di prodotti informatici per le aziende del territorio.

 

Il progetto, denominato “Sicilia in Digitale”, prevede delle agevolazioni per le micro, piccole e medie imprese siciliane che intendono investire nella propria presenza digitale in termini di marketing e comunicazione. 

 

Consulenze, siti web, software, strumenti di analisi e servizi relativi alla digitalizzazione dell’azienda. Queste sono alcune delle possibilità di progetto che rientrano nel campo dei contributi a fondo perduto approvati dal governo regionale.

 

Sarà possibile utilizzare i fondi con copertura fino al 70% per progetti di marketing e comunicazione e fino all’85% per l’acquisizione di software e servizi digitali.

 

La richiesta può essere inoltrata dal 30 settembre al 30 ottobre direttamente sul sito della Regione Sicilia. In questa pagina trovi tutti i documenti informativi e i moduli per la presentazione della domanda.


unique selling proposition

Unique selling proposition: qual è la tua proposta di valore?

La unique selling proposition è la carta vincente di ogni brand, quello che permette di differenziarsi e di raggiungere un posizionamento unico sul mercato.

In questo articolo abbiamo visto come si definisce una brand identity e l’importanza di rispondere alle domande “cosa vogliamo fare?” e “come vogliamo farlo?” quando si inizia a dar vita a un nuovo brand.

Queste due domande, per quanto importanti, non sono però del tutto sufficienti. Manca ancora un tassello, una tessera del puzzle che aiuta il brand a posizionarsi in maniera inequivocabile: il perché.

Trovare la risposta al “Perché facciamo quello che facciamo?” è ciò che può rendere davvero unico un brand, muovendo in maniera coerente e focalizzata ogni scelta di prodotto, di comunicazione, di marketing. Ed è anche ciò che aiuta a mettere nero su bianco la unique selling proposition.

Unique selling proposition: perché fai quello che fai?

Era il 1952 quando il pubblicitario Rosser Reeves, autore, tra gli altri progetti, anche della campagna politica del presidente Eisenhower, definì in maniera chiara e sintetica il concetto di unique selling proposition.

Letteralmente tradotto come “proposta unica di valore”, la unique selling proposition è quell’elemento o quella caratteristica di un prodotto, servizio o brand che lo rende unico e distinguibile da tutti gli altri competitor.

Può essere intrinseca al prodotto o al servizio stesso, o una qualità collaterale che caratterizza una modalità di consegna o di distribuzione a vantaggio del cliente.

Non tutti i prodotti o i servizi, infatti, hanno necessariamente qualcosa di unico e speciale. A meno che non si inventi qualcosa di completamente nuovo e mai visto prima, è anzi difficile trovare l’elemento distintivo all’interno del prodotto.

Ecco perché trovare la unique selling proposition è un compito arduo e richiede tempo, riflessioni e più di una risposta alla domanda madre di questa ricerca: il fantomatico perché.

Come trovare la tua unique selling proposition

Preparati a una lunga seduta di analisi complessiva del tuo brand, della tua azienda e del tuo target: la definizione della propria USP è un incrocio di tutti i partecipanti del tuo brand, nonché delle tue aspirazioni e delle aspettative concrete di crescita per la tua azienda.

Il target

Partiamo dalla fine, ossia dal target. L’immedesimazione è fondamentale per definire il tuo cliente ideale (buyer persona) e per scoprire cosa vuole veramente dal tuo prodotto, perché dovrebbe preferire te, e in che modo puoi risolvere i suoi problemi.

Non è il prodotto in sé, ma la consapevolezza di poter risolvere i propri problemi che spinge un cliente all’azione dell’acquisto. La tua unique selling proposition non può non tener conto di questo fattore, e deve sicuramente includere un vantaggio molto forte a favore del potenziale acquirente.

Il vantaggio

Ok, il tuo prodotto può aiutare il cliente a risolvere un problema pratico. Perché dovrebbe comunque scegliere il tuo, tra tanti altri prodotti che possono migliorare comunque la sua vita, magari anche ad un prezzo inferiore?

Qui entra in gioco la creatività, il pensiero laterale che ti permette di identificare, o creare ad hoc per il tuo prodotto/servizio, un carattere unico e distinguibile che diventa immediato vantaggio per il cliente.

Amazon ha basato tutta la sua fortuna come e-commerce online su una fortissima unique selling proposition: il cliente è al primo posto, soprattutto nella fase post-vendita.

Grazie a un customer service perennemente attivo e a modalità di reso tutte a vantaggio del cliente, Amazon ha ridotto drasticamente le lunghe attese di assistenza e rimborso.

Il corriere ritira il pacco per il reso direttamente al domicilio del cliente, porta l’etichetta senza che il cliente debba stamparla e il rimborso è emesso immediatamente appena il ritiro è avvenuto.

La soddisfazione del cliente, quindi, rimane anche se non ha potuto tenere con sé il prodotto desiderato e ordinato. Questo tipo di servizio porta a scegliere Amazon anche se il prezzo del prodotto è un po’ più alto rispetto alla concorrenza. È proprio la consapevolezza di essere assistiti in un certo modo che spinge la persone, in molti casi, a propendere per l’acquisto su questa piattaforma.

Trovare la reason why: un esercizio pratico

Perché fai quello che fai?”.

Torniamo alla domanda originaria. Perché vuoi vendere quel prodotto, o quel servizio? Cosa vuoi dare ai tuoi clienti di incomparabile e irrinunciabile, che nessun altro prodotto o servizio può fornire o garantire come te?

Qualsiasi sia la risposta, mettila nero su bianco. Scrivere il tuo perché, la tua reason why, ti aiuta a capire come proporre e posizionare in maniera unica il tuo brand. Farlo solo una volta, però, potrebbe non bastare; la prima risposta è sempre viziata da una certa oggettività, una risposta sincera, ma ancora troppo orientata al cliente e poco alla tua azienda.

Per scavare più a fondo, prova a fare questo esercizio: aggiungi un “perché” alla risposta che hai dato. Otterrai una seconda risposta che inizia già ad avvicinarsi alla tua vera reason why, ma potrebbe non essere ancora sufficiente. Approfondisci con un altro “perché” davanti alla seconda risposta, e così via finché non ne avrai scritte almeno quattro.

Eccola lì. La quinta (a volte basta la quarta) risposta è la tua vera reason why. È il vero motivo per cui ti alzi dal letto ogni giorno e vai a lavoro. Ed è anche la tua vera unique selling proposition, la proposta di valore unica su cui basare tutta la costruzione della tua brand identity.

Dalla unique selling proposition alle campagne pubblicitarie

A questo punto sai perfettamente perché la tua azienda crea un determinato prodotto o servizio per un target di clienti ben definito, del quale conosci aspirazioni, problemi, stile di vita.

È il momento di posizionare il tuo brand sul mercato, a partire proprio dalla proposta di valore che offri ai tuoi clienti. La USP deve sempre essere presente nella tua comunicazione, a partire dal payoff, che contiene in pochissime parole la reason why del tuo brand, e continuando su spot TV, campagne virali, social media, contenuti per il web, packaging e tutto quello che segue.

Il posizionamento avviene in maniera naturale quando ogni forma della tua comunicazione segue la tua USP. Le persone sanno bene cosa fai, come puoi aiutare a risolvere i loro problemi e quale vantaggio hanno scegliendo te e non qualcun altro.

simona_ruisi

Ciao, sono Simona e una delle prime parole che ho pronunciato è stata “panna” (penna, ma sono palermitana e tendo ad aprire le vocali).

Ho iniziato a scrivere per raccontare, per informare, per non dimenticare impegni, per appuntare idee e per far divertire.

Così sono finita a fare la copywriter. Con tutto rispetto per tutti, il mio è il lavoro più bello del mondo.


To brand or not to brand: cosa significa brand identity

Definire la brand identity è uno step essenziale per posizionare, o riposizionare, un brand. Tutta la comunicazione aziendale non può prescindere dalla definizione della personalità di marca.

L’affidabilità e la credibilità sono le due condizioni necessarie perché un brand funzioni. Non è un caso che lo stesso assunto si possa dire delle persone stesse: ci fidiamo solo di chi reputiamo credibile e affidabile.

Ecco perché i brand, oggi, si comportano esattamente come persone reali: hanno una loro voce distinguibile, sposano alcune cause sociali, parlano direttamente ai propri clienti e, talvolta, chiedono persino scusa in caso di errori.

Le aziende non sono più entità astratte e intangibili. Al contrario, si collocano sullo stesso piano dei propri clienti per una conversazione personale e biunivoca, con domande e risposte dirette tra le parti.

Cos’è un brand e cosa lo identifica

Per raggiungere questo risultato, quindi, non basta che l’azienda presenti se stessa e interagisca il minimo possibile con il suo pubblico.

Mantenere la sua immagine è giusto, ma prima ancora deve definire qual è la sua immagine e promuoverla con coerenza in ogni forma di comunicazione che instaura.

In altre parole, l’azienda deve definire il suo brand, ossia “l’entità concettuale che, presidiando il territorio mentale di un individuo, evoca un insieme di valori precostituiti, definendo il posizionamento sul mercato” (Gaetano Grizzanti, “Trasformare un marchio in una marca”, ed. Fausto Lupetti Editore).

Il brand include tutto ciò che fa parte dell’immagine aziendale: logo, colori, simboli, ma anche l’importantissimo tono di voce, che corrisponde al modo in cui si presenta e parla ai suoi clienti.

La definizione di tutti questi elementi costituisce, nel complesso, la brand identity, o identità di marca. Le persone che si approcciano al brand sanno esattamente cosa aspettarsi, sia come proposta visiva che come approccio comportamentale.

Brand, marchio o marca?

Il branding è quell’attività del marketing che si occupa proprio di definire la brand identity, sia che si tratti di un’azienda (corporate identity) che di un brand individuale, identificabile con una singola persona, ad esempio un influencer (personal branding).

Abbiamo parlato sinora di brand, ma non possiamo dimenticare i due termini italiani corrispondenti che spesso vengono sovrapposti e confusi: marchio e marca.

A quale di queste due parole corrisponde esattamente brand? La risposta esatta è marca, perché con marca intendiamo proprio il complesso visivo, la personalità e l’identità verbale di un’azienda; il marchio è invece l’insieme visivo e testuale che la rappresenta, di cui fa parte anche il logo (o logotipo) individuato in fase di branding come elemento di identificazione della marca.

Il prisma della Brand Identity

L’identità di marca è complessa, proprio come quella di una persona in carne e ossa. È facile perdersi tra i vari aspetti da definire, rischiando così di compromettere il senso complessivo che si vuole trasmettere all’esterno.

Ecco perché un buon punto di riferimento da utilizzare come tabella di marcia nel processo di costruzione della brand identity è il prisma della brand identity, teorizzato dal professore di marketing ed esperto della comunicazione Jean-Noel Kapferer.

Il prisma di Kapferer è una mappa che illustra i sei aspetti indispensabili di ogni brand identity:

  • elementi fisici, come il logo, i colori, il font, i simboli e le immagini;
  • personalità, che riguarda il modo in cui il brand si rivolge al pubblico;
  • cultura, concepita come i valori fondamentali che determinano il comportamento del brand;
  • relazione, che consiste nel tipo di rapporto umano rappresentato dal brand (ad esempio la famiglia serena di Mulino Bianco, l’amicizia e il divertimento di Coca-Cola, la tradizionalità dell’olio Cuore);
  • immagine riflessa, ossia come il top target del brand aspira a essere, la persona di riferimento (spesso il testimonial) con le migliori caratteristiche possibili con cui identificarsi;
  • rappresentazione di sé, che riguarda il modo in cui il consumatore si sente nell’utilizzare i prodotti di un brand. Ne sono un classico esempio i clienti Apple, che sentono di appartenere a una speciale comunità perché usano i prodotti del brand di Steve Jobs.

Brand personality: il carattere di un’azienda

Ciò che precede la struttura visiva e l’identità verbale di un’azienda è la definizione dei suoi valori, della sua mission e della sua vision, nonché della sua unique selling proposition.

In altre parole, il primo step da affrontare per definire il “chi siamo” è “cosa vogliamo fare e come vogliamo farlo?”.

Solo così si può arrivare a strutturare in maniera efficace una brand personality, quella personalità di marca che contraddistingue i diversi brand inseriti all’interno di uno stesso mercato.

Saremo una voce istituzionale e autorevole, un compagno di giochi ironico e allegro, una voce pungente e un po’ sarcastica, un’amica accogliente e premurosa?

Tutti questi elementi vanno definiti ancor prima di avere un logo, perché, per fare proprio un esempio relativo alla brand image, gli stessi colori, le forme e il carattere tipografico del marchio devono esprimere la sua personalità e le sue caratteristiche salienti.

Ancor più significativa è la definizione della brand personality se si pensa a quanto influenzi e incida sui contenuti della comunicazione. Per le campagne pubblicitarie, ma anche per la comunicazione istituzionale, per il rapporto diretto con il cliente nel customer service, nella progettazione del sito web in ogni sua parte, incluso l’ux design.

Per definire la brand personality esistono diverse tecniche, tutte valide. Tra le più diffuse troviamo l’applicazione degli archetipi di personalità di Jung, psichiatra e psicanalista svizzero che utilizzò per primo il concetto di archetipi per individuare dodici modelli di personalità ripetibili.

Gli archetipi di Jung non nascono quindi per progettare la brand identity; sono stati “adottati” per questo scopo da Al Ries e Jack Trout nel loro “The Hero and The Outlaw” nel 2002.

Posizionamento del brand

Nella definizione di brand, all’inizio di questo articolo, abbiamo definito il brand come l’insieme di elementi che rendono distinguibile un’azienda per le sue caratteristiche intrinseche e per il modo in cui si presenta.

A cosa serve, però, concretamente? Perché è così importante definire esattamente “chi siamo” e “come siamo”, e declinarlo in tutta la nostra comunicazione?

Per rispondere, immagina un mondo in cui le aziende che realizzano un determinato prodotto sono tutte uguali. Tutte hanno lo stesso prodotto, lo propongono allo stesso modo, non sono distinguibili una dall’altra.

La diretta conseguenza di questo mondo utopico è che le persone sceglierebbero cosa comprare in maniera del tutto casuale, basandosi al massimo su logiche di prezzo e disponibilità, senza altri tipi di preferenza.

Ebbene, la brand identity è quello che rende unico e riconoscibile un brand, che spinge le persone ad acquistare un prodotto rispetto ad un altro perché il logo apposto sulla sua confezione rievoca un universo di valori e di comportamento in cui si riconosce.

Riassumendo, la brand identity definisce il posizionamento della marca. Non solo posizionamento sul mercato, ma soprattutto nella mente delle persone, dei potenziali clienti e dei clienti già affezionati.

Ecco perché non si può prescindere dalla brand identity e dal creare una personalità di marca che faccia scegliere il tuo prodotto “perché lo fai tu”, e non per altri motivi.

Un punto di partenza che apre un universo infinito di possibilità di crescita per la tua azienda.

simona_ruisi

Ciao, sono Simona e una delle prime parole che ho pronunciato è stata “panna” (penna, ma sono palermitana e tendo ad aprire le vocali).

Ho iniziato a scrivere per raccontare, per informare, per non dimenticare impegni, per appuntare idee e per far divertire.

Così sono finita a fare la copywriter. Con tutto rispetto per tutti, il mio è il lavoro più bello del mondo.


Social Media Marketing KPI

Social Media Marketing, cosa devono misurare le aziende per capire se funziona

l marketing digitale è forse la versione del marketing più misurabile nella storia del marketing e in questo scenario il social media marketing regna sovrano. 

Per misurare l’efficacia del social media marketing esistono metriche ben precise ma attenzione! 

È importante capire COSA si desidera ottenere dall’attività corporate all’interno di ogni social media. Ogni piattaforma infatti può essere utile per raggiungere uno specifico risultato che quindi dovrà essere misurato su parametri – che noi tecnici sapientoni chiamiamo kpi –  ben identificati.

Alcuni brand utilizzano ad esempio Instagram per la vendita diretta, altre invece preferiscono sfruttarne la potenza visual per fare awareness e accrescere la community, sviluppando la vendita su altre piattaforme o nel proprio e-commerce. Non esiste il modo giusto, esistono analisi e monitoraggio per prendere decisioni produttive. 

Marketing misurabile VS Marketing della speranza

Esiste una grossa fetta di attività afferenti al marketing che rientrano in quello che possiamo poeticamente definire “marketing della speranza”. In altre parole, strategie di pubbliche relazioni e media che fanno affidamento sul fatto che ad un’azione (di marketing) debba corrispondere una reazione (vendita) ma senza poterne monitorare i volumi o il legame diretto. 

Oggi però, grazie al social media marketing, agli insights dei media, ai report degli influencer, è possibile misurare le performance di public relation digitali. Misurazione impossibile nella promozione offline, a meno di non ricorrere a sistemi tracciabili di referral – un po’ quello che accade online con i codici sconto  degli influencer o l’affiliate marketing.

Social media listening e monitoring

Oggi i brand possono intercettare ogni menzione ad opera di utenti o influencer, ogni link digitato su altri siti, la quantità di ricerche dirette o affini sui motori di ricerca. 

Rimanere in ascolto e sfruttare gli strumenti per monitorare keywords e menzioni, oltre ai report pubblicitari di post e campagne, permette di misurare correttamente la forza del marketing e la diffusione del messaggio, rapportandolo al dato più importante in assoluto. La spesa pubblicitaria. 

Anche e soprattutto per questo motivo, noi di BBADV associamo sempre alla nostra attività di social media management per i clienti, la gestione diretta delle interazioni (community management) per aumentare il dialogo con gli utenti e, laddove possibile, l’attività di social media listening e l’analisi delle performance di vendita online.

In assenza di un supporto professionale per i tuoi canali web, cosa puoi fare per tenere sotto controllo i dati generati dalla tua attività di social media marketing? 

Ecco i punti più importanti che puoi implementare a partire da…adesso!

Pianifica

Scegli i parametri da monitorare (KPI)

Non puoi misurare qualcosa che non hai pianificato. Stabilisci il parametro da monitorare (ad esempio l’aumento dei follower, o l’aumento della copertura, o la crescita di visite al sito o un numero maggiore di ordini nella tua app) e concentra la strategia dei contenuti per ottenere quel risultato. 

Scegli l’obiettivo che vuoi raggiungere

Ogni KPI porta con sé un obiettivo specifico. Ad esempio monitorare la crescita dei follower presuppone che l’obiettivo sia accrescere la community e aumentare la reputazione del brand. Questo non è detto che si traduca automaticamente in aumento delle vendite, ma potrebbe essere un piacevole effetto collaterale. 

Se vuoi perseguire più obiettivi, dovrai svilupparli singolarmente in termini di contenuti (rubriche, topic, campagne d’attivazione) e investire in modo consistente per ognuno, con campagne specifiche.

Assicurati di stabilire obiettivi raggiungibili, che miracoli sui social se ne vedono raramente. 

Definisci il timing

Infine stabilisci tempi ragionevoli per lo sviluppo delle strategie e il raggiungimento degli obiettivi. Non raddoppierai i tuoi fan in una notte, né farai decollare lo shop semplicemente disseminando budget a tre zeri in una settimana.

Ricorda che i social come Facebook ti permettono di impostare l’obiettivo della campagna come visite al sito,  notorietà o download di app. Molte di queste però hanno bisogno di giorni o settimane per performare al meglio, superando la fase di apprendimento.
Gli annunci Google ad esempio, a volte richiedono intere settimane per essere affinate al punto di performare come desiderato. 

Ci vogliono mesi per raggiungere risultati significativi.

Affina

Calendarizza il monitoraggio delle performance

Una campagna non può essere semplicemente lanciata per poi aspettare un risultato. 

Ogni giorno, soprattutto nei primi giorni, bisogna monitorare le performance, capire cosa sta funzionando e cosa disperde il tuo budget. Su Google ad esempio, spesso si sprecano soldi per query di ricerca simili a quelle inserite ma fuorvianti. 

Ad esempio immagina di vendere un corso di yoga e di intercettare utenti che cercano “corso di yoga gratis”. Quel gratis finale, fa tutta la differenza tra un contatto di qualità e uno spreco di soldi. La logica del pay-per-click non ammette sbavature. Per questo bisogna monitorare, escludere, pulire, aggiungere, rivedere. Continuamente. 

Verifica i risultati

Ci sono strumenti, come i tag di Google o il pixel di Facebook, che ti permettono di verificare se una campagna sta generando sul tuo sito i comportamenti che auspicavi da parte degli utenti. Grazie agli stessi potrai anche fare retargeting rimanendo presente nel feed di utenti già “adescati” precedentemente.  Accertati che i risultati siano pertinenti e che il tuo pubblico sia sempre più profilato e non si sporchi con utenti generalizzati.  Un pubblico bene in target ti farà risparmiare soldi. Sempre perchè la logica del pay-per-click è spietata. 

Fatti catalizzare

I social hanno generato gli influencer. Gli influencer influenzano i consumi degli utenti e il modo in cui acquistano. Fai in modo che qualcuno influenzi il tuo pubblico.
Non ti servono costosi vip. A volte piccoli influencer locali, personaggi noti della tv locale, giovani che vantano un seguito molto nutrito possono essere risorse enormi per te e il tuo prodotto. Questo potrebbe comportare grandi risultati a costi contenuti. Molti micro influencer, soprattutto quelli che non hanno ancora superato i 10k follower, sono propensi a supportarti in cambio di qualche prodotto tester o di qualche omaggio. 

L’importante è stabilire fin dall’inizio il valore reciproco dei contenuti.

Misura

Fai report della tua attività di social media marketing

Perchè dovresti spendere tempo a rimettere in ordine i dati? Perchè a distanza di mesi ti basterà un’occhiata ai numeri per capire se stai crescendo o meno. 

È la fase più fastidiosa e noiosa, ma è anche la più importante per avviare le successive fasi di pubblicità e decidere come e per cosa spendere i tuoi soldi. 

Metti insieme le metriche principali e crea un quadro d’insieme delle performance. Potresti scoprire che un canale performa più di un altro, o ad un costo migliore, o in tempi più rapidi. 

Fai in modo di calendarizzare misurazioni periodiche. All’inizio, per evitare spreco di tempo e denaro, potresti monitorare le performance generali ogni mese, poi aumentare la finestra temporale e fare un controllo ogni 2-3 mesi. 

Alcune attività, come challenge o contest indetti dagli influencer, possono uscire da questa logica ed essere misurati in modo estemporaneo, vista la loro natura effimera.

Si può fare Social Media Marketing senza un'agenzia specializzata?

La risposta è si. 

Se sei in grado di riparare il tubo del lavandino non devi per forza chiamare un idraulico. Se sai selezionare e formare il personale specializzato per la tua azienda non hai bisogno di un’agenzia esterna per farlo. 

Vale anche per il marketing o per la gestione produttiva dei tuoi social. Se hai competenze digitali sufficienti per produrre i contenuti, settare le campagne e monitorare i risultati puoi rinunciare al supporto di un’agenzia. Diversamente puoi beneficiare del lavoro di un’intera squadra e delle competenze di più persone per sfruttare al massimo i tuoi profili social. 

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Ciao, sono Nazareno, uno dei BBrothers.

La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.


Social Media Trend 2021

Devi pianificare i contenuti del nuovo anno? Ecco i trend del 2021 per rendere i tuoi post perfetti.

Il 2020 è stato un anno pazzesco! Non eravamo preparati all’imprevisto e ci siamo continuamente reinventati. Le pianificazioni sono mutate con la stessa velocità con cui si cambiano le facce ad un cubo di Rubik per ritrovare la giusta combinazione. 

Quali saranno i trend del 2021? Possiamo azzardare una programmazione ad ampio spettro oppure dobbiamo continuare ad essere prudenti per gestire al meglio l’imprevisto e cambiare repentinamente le carte in tavola? 

I Trend del 2021 secondo gli esperti.

Ecco un prospetto dei trend che ci offre questo nuovo anno:

  1. Contenuti per un pubblico socialmente consapevole
  2. Il remix è il nuovo UGC (User Generated Content)
  3. Le 4 C del contenuto aI tempi del COVID-19
  4. Social gaming
  5. Marketing old school per un nuovo mercato
  6. I meme
  7. I giganti dei social media si adattano alla nuova normalità
  8. L’ascesa della disinformazione digitale
  9. Ancora più conversazione \ne

Contenuti per un pubblico socialmente consapevole.

Al primo posto non potevamo non mettere la nuova consapevolezza che ci ha lasciato il 2020: siamo diventati una generazione socialmente consapevole. Questo ha un enorme impatto sui brand, sulla politica e sulla società nel suo complesso. Le tematiche calde sulle quali il pubblico si espone sono tante e sempre più impegnate, dalla tutela dell’ambiente all’inclusività, la sostenibilità, il politically correct, i vaccini… 

I social non ricoprono più un ruolo passivo, ma diventano uno spazio attivo, dove organizzare proteste e dar vita a movimenti che nascono nel mondo virtuale e crescono in quello reale. Solo per fare un esempio, si pensi al movimento #BlackLivesMatter che ha visto migliaia di manifestanti organizzarsi sui social e scendere in piazza per protestare contro il razzismo e la brutalità della polizia. C’è da scommettere che il 2021 ci riserverà ancora nuove manifestazioni e slogan che uniscano più community sotto la stessa bandiera, magari da portare poi in strada…

Il remix è il nuovo contenuto generato dagli utenti.

Il contenuto generato dagli utenti o user generated content è presente da un bel po’ sulla scena. La novità sta nel modo in cui viene creato, trovato e condiviso. 

Il remix è l’arte di prendere dei format, dei template o spunti vari e combinarli per esprimere al meglio la personalità dell’utente. Grazie ad applicazione come Tik tok, Koji e Instagram Reels, il remix continuerà ad essere il protagonista anche di quest’anno.  Anche perché un Ugc è un contenuto potentissimo per qualsiasi azienda e praticamente a costo zero. Chi non ne vorrebbe a palate?

Le 4C del contenuto ai tempi del Covid-19

Nemmeno con tutta la fantasia di Ridley Scott e Steven Spielberg avremmo potuto prevedere una pandemia e degli effetti prolungati così devastanti. Il distanziamento sociale e i ripetuti lockdown hanno modificato la nostra vita e la comunicazione digitale ha dovuto adottare delle strategie per far fronte a questa nuova realtà. 

Il tono della conversazione nel 2021 sarà determinato dal “Coronavirus Content”, che si focalizza in queste quattro C: 

  • Community – comunità 
  • Contactless – assenza di contatto
  • Cleanliness – igiene
  • Compassion – compassione

Social Gaming.

Durante il confinamento domestico dovuto alle restrizioni, gli utenti hanno riscoperto i videogiochi. Il pubblico di forum e gruppi sui videogiochi è cresciuto insieme al numero e al volume delle comunità unite sotto la stessa passione

I brand possono fare leva su queste comunità, utilizzare i videogame come strumento ma al tempo stesso trarne ispirazione per pensare anche a nuovi modi per interagire, perché sarà la realtà aumentata la protagonista del futuro.

Marketing old school per un nuovo mercato.

Ci sono trend che non passano mai di moda.  Molti esperti sono convinti che alcune tendenze del marketing old-school torneranno in voga, magari applicate a nuove idee o declinate in forme più affascinanti. 

Ad esempio è stato riscoperto il podcast come vettore di contenuti, in grado di riscuotere successo in diversi campi. Persino i medici hanno aperto rubriche social utilizzando i podcast. Sarà la praticità a decretarne il successo? È sicuro che, grazie alla tecnologia e al dominio di smartphone e auricolari bluetooth,  oggi ascoltare un podcast non è più un’attività complessa come un tempo, in cui le audiocassetta necessitavano di una tecnologia e di un momento dedicati.

I Meme.

Ieri le emoji, oggi i meme. Divertenti, d’impatto e altamente comunicativi. 

Come per ogni tipo di comunicazione, possono essere usati per influenzare la mentalità del pubblico. I meme possono contribuire a contrastare situazioni estreme, perché sfruttano al massimo le potenzialità del visual.  

Questa spropositata fortuna ci deve far riflettere sull’ importanza di mettere il pubblico in condizione di poter diventare creatori di contenuto a fianco dei brand.  Quale miglior contenuto può coinvolgere gli utenti quanto quello creato proprio da loro? 

I giganti dei social media si adattano alla nuova normalità.

Facebook, Instagram e Twitter continueranno a calcare la scena social. Vista la loro duttilità, però, si adatteranno più velocemente ai cambiamenti in atto, introducendo modifiche e nuove funzionalità. Pertanto, bisogna mettere in conto che l’imprevisto e il cambiamento sono sempre dietro l’angolo. Bisogna accettare il fatto che questi social, come li utilizziamo oggi, cambieranno continuamente fino a trasformarsi completamente, attraverso passaggi graduali ma significativi.  

L’ascesa della disinformazione digitale.

La crisi dovuta al COVID-19 ha portato in primo piano il tema della disinformazione. La società si trova ad affrontare un futuro incerto e questa incertezza ha creato un focolaio di disinformazione, con storie false la cui risonanza può avere un impatto rilevante. Il 2021 sarà l’anno in cui i brand e i canali dei social media si concentreranno nell‘evidenziare la verità e sul mettere a tacere le fake news. Le società dietro i colossi digitali sono già al lavoro e stanno investendo ingenti risorse nella caccia ai contenuti pericolosi. 

Ancora più conversazione.

Costruire relazioni con gli utenti è la nuova chiave del successo di un brand. Le relazioni generano vendite. Ma per arrivare ad instaurare un legame è necessario iniziare a conversare con i clienti. Il marketing non è più a senso unico, ma a doppio senso.  

La pandemia ha portato nuove priorità. Il pubblico vuole essere coinvolto, ha bisogno di sentirsi coinvolto e partecipe. Il 2021 continua ciò che ha iniziato il 2020, ovvero portare in scena storie di vita comune ed emozioni.  

Riccardo Scandellari riporta la necessità di stabilire una comunicazione il più diretta possibile con il proprio pubblico. Cristiano Carriero afferma che la comunicazione è l’essenza del brand e non un semplice fattore di persuasione. 

Cosa ci portiamo dunque dal 2020? 

Il valore della semplicità, della comunità e dell’empatia.

È stato l’anno delle videochiamate di gruppo, della Dad, delle lauree davanti ad uno schermo, dei compleanni virtuali…

Tutto ciò si traduce nella necessità di una comunicazione più empatica e umana da parte dei brand, che devono imparare a sfruttare nuovi touchpoint per parlare ai propri consumatori. Un po’ come IKEA, che usa spesso le dirette Instagram per consolidare il rapporto tra i propri clienti e i dipendenti, o come ha fatto a febbraio 2020 Gucci che ha trasformato gli iconici inviti per la fashion week in note audio su WhatsApp.

Il 2021 sarà l’anno delle sfide e delle programmazioni “malleabili”.

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Antonella Leone

Ciao sono Antonella, e sono un’ eclettica sognatrice.

Alcuni mi definiscono un’eterna indecisa, io invece amo dipingermi come un’anima multipotenziale.
Scrivo da quando ho imparato a mettere insieme le parole. La scrittura mi ha fatto scoprire mondi paralleli dove mi perdo ogniqualvolta ho bisogno di dare pennellate di colore alla mia vita. Sono entrata per caso nel mondo digital e da allora non ne sono più uscita. Il mio motto? Non smettere mai di imparare.


Velocità di caricamento sito web

Come migliorare i tempi di caricamento del tuo sito web.

La velocità di caricamento di un sito web è alla base per ottenere un buon punteggio da parte dei motori di ricerca. Se il tuo sito ha un tempo di caricamento superiore ai 3 secondi viene infatti penalizzato da Google in quanto non performante per la migliore User Experience possibile.

Per comprendere correttamente ciò che Google si aspetta da te, ricorda che il principale obiettivo di un motore di ricerca non è darti visibilità, ma offrire i migliori risultati possibili quando viene consultato dagli utenti, in termini di pertinenza e accessibilità. 

Come misurare il tempo di caricamento di una pagina web.

Per misurare il tempo che impiega una pagina a caricarsi completamente hai a disposizione molti strumenti, ma il più semplice ed immediato è l’estensione di Google Chrome “Page Load Time” (link); dopo averla aggiunta al tuo browser apparirà l’icona di un orologio in alto a destra, tra le estensioni, e su questa icona vedrai il tempo che impiega a caricarsi la pagina web che stai visitando.

Migliorare le performance del sito.

Adesso che sai quanto tempo impiega il tuo sito web a caricarsi, vediamo come intervenire per migliorare la performance.

È importante sapere che non esiste un metodo preciso ed univoco per rendere veloce un sito, si tratta di una serie di piccoli accorgimenti che, insieme, contribuiscono a migliorarne le prestazioni.

I file media, il primo nemico del caricamento di un sito

I file media, le immagini in particolare, sono sicuramente necessari per rendere piacevole e completa l’esperienza all’interno di un sito.

Proprio questi file sono spesso la causa principale del rallentamento di una pagina web: essendo risorse più pesanti di una semplice stringa di testo, necessitano di più tempo per essere correttamente visualizzate sul nostro browser, portando così a rallentare il caricamento dell’intera pagina.

Per ovviare a questo problema possiamo prendere alcuni accorgimenti:

Ridurre la dimensione delle immagini

Più un’immagine è leggera ed ottimizzata, minore sarà il tempo che impiega per essere correttamente visualizzata: la dimensione ottimale per un’immagine per il web è di circa 100 kb, e non dovrebbe mai superare i 200 kb.

Per ridurne il peso possiamo innanzitutto assicurarci di caricare immagini delle giuste dimensioni; perché caricare un’immagine larga 5000 pixel se deve poi occupare una piccola finestra di 400 pixel?

Possiamo inoltre utilizzare l’ottimo tool gratuito TinyJPG (link), che elimina i metadati non necessari dalle immagini riducendone notevolmente il peso.

Caricare le immagini nel giusto formato.

Il formato delle immagini influisce molto sul peso:

  • JPG: è il formato più comune e anche il più leggero;
  • PNG: più pesante, dovrebbe essere usato solo nel caso in cui sia necessaria la trasparenza;
  • SVG: formato vettoriale molto leggero, ideale in caso di immagini non complesse (ad esempio un logo);
  • WEBP:  formato relativamente recente, appositamente creato per ottimizzare il caricamento delle immagini sulle pagine web a discapito della qualità.

Con un buon tools per editare le foto, potrai ritagliarle e rispettare le dimensioni corrette per l’area della pagina a cui sono destinate (ricorda di verificare sempre le dimensioni desktop e mobile per una buona versione responsive della pagina) e potrai anche ridimensionarle velocemente o cambiarne il formato. Ce ne sono davvero tanti gratuiti online o da installare sul tuo dispositivo.

Non caricare direttamente i video.

Caricare un video direttamente sul proprio sito in genere è sconsigliato poiché, oltre ad occupare il limitato spazio disponibile sul server, il caricamento del video consuma la banda del server quando i visitatori lo visualizzano. La soluzione è l’embedding, cioè visualizzare un video che però è ospitato da una piattaforma esterna (Youtube, Vimeo, ecc…). I loro server sono pensati per performare al meglio, inoltre il tuo contenuto sarà disponibile anche su piattaforme esterne al tuo sito, aumentando la possibilità di intercettare utenti interessati a te. 

Ottimizzare la struttura del sito

Ogni elemento del sito web richiede un certo tempo per essere visualizzato. A meno che non si tratti di un file media il tempo di caricamento è minimo, ma più elementi con un tempo di caricamento molto basso, sommati, possono arrivare a rallentare considerevolmente il nostro sito web.

Soprattutto quando si utilizza un CMS (WordPress, Prestashop, Joomla, ecc…), bisogna assicurarsi di non utilizzare plugin, moduli o elementi in generale che siano superflui, per non appesantire inutilmente le pagine del sito.

Modificare ed ottimizzare la struttura di un sito web non è qualcosa che si può improvvisare, occorre rivolgersi ad uno sviluppatore.

L'importanza della cache.

Oltre ai file media, ci sono altri elementi che possono incidere pesantemente sui tempi di caricamento di un sito web, ad esempio i fogli di stile (CSS) ed i file Javascript (JS) .

Tutti questi elementi sono necessari al corretto funzionamento del sito, non è possibile rimuoverli (anche se è possibile prendere alcuni accorgimenti per ottimizzarli), ed è per questo che esiste la memoria cache. Sul browser viene salvata una copia temporanea di quegli elementi che sono statici, immagini comprese; in questo modo, al successivo caricamento della pagina, questi elementi non verranno nuovamente scaricati dal server che ospita il sito e, trovandosi già memorizzati sul browser dell’utente, si ridurrà notevolmente il tempo di caricamento.

Il caricamento e l'esecuzione degli script Javascript.

Javascript è un linguaggio di programmazione molto utile e versatile, che permette di rendere più dinamico ed interattivo un sito web.

Gli script Javascript tuttavia possono essere una delle cause principali di rallentamento di un sito, in quanto il caricamento di una pagina può fermarsi fino alla corretta esecuzione dello script.

Anche in questo caso è possibile prendere alcuni accorgimenti, ma bisogna rivolgersi ad uno sviluppatore. Gli script, quando possibile, dovrebbero sempre essere caricati in maniera asincrona, cioè in modo non consequenziale rispetto al resto della pagina. Inoltre bisognerebbe limitare l’utilizzo di script non necessari ed utilizzare al massimo le funzioni dei fogli di stile quando possibile (anche per ragioni di sicurezza del sito).

L'ultimo ostacolo: il server web.

Hai adottati tutti questi accorgimenti ma trovi che il tuo sito sia ancora lento?

Prendi seriamente in considerazione che la causa sia riconducibile ad una scelta che in molti compiono con leggerezza ma che è determinante per le prestazioni del sito. Sto parlando del server che hai scelto quando hai deciso di avere un sito web.

Gli hosting web (come Aruba, Siteground, Netsons ecc…) offrono varie soluzioni di server, alcune molto economiche, altre più costose.
I piani più economici sono ovviamente i meno performanti, quelli che offrono risorse più limitate, che andranno ad incidere negativamente sulla velocità di caricamento di un sito.

Inoltre i piani base ospitano i siti web su server condivisi, cioè insieme a tanti altri siti che condividono le già limitate risorse offerte: una buona soluzione è quindi spostare il proprio sito su uno spazio hosting dedicato che, pur essendo molto più costoso, offre sicuramente migliori risultati in termini di prestazioni.

Marco Ilardi

Ciao sono Marco, mi definiscono un programmatore ed io mi fido.
Mi piace isolarmi ed immergermi nella scrittura del codice, cimentandomi in sfide sempre nuove… il tutto con un bel pezzo di pizza in mano.

Datemi del cibo ed un computer e non avrò bisogno d’altro.