bbadv-l-abitudine-nasce-per-soddisfare-un-bisogno-umano

L’abitudine nasce per soddisfare un bisogno umano. Sii l’abitudine del tuo cliente

Sottovalutiamo costantemente la routine che porta un utente ad acquistare un determinato prodotto, spendendo  piuttosto tempo e risorse per evidenziare i benefici di ciò che proponiamo. Ma alla fine l'utente non è interessato.

Anche se la novità affascina, e ognuno di noi sente il bisogno ogni tanto di vivere sensazioni “avventurose”, è l’abitudine a farci sentire al sicuro. È bello viaggiare, ma è confortante tornare a casa dopo.

Nel marketing è un comportamento desiderabile. Tutte le grandi aziende sanno che creare l’abitudine nel consumatore all’utilizzo del proprio prodotto è la strategia vincente.

Un esempio?
L’osservatorio di Findomestic ha rilevato che oltre l’80% degli italiani quando compra un’auto nuova tende ad acquistare la stessa marca di quella dismessa.

Su questo principio si basa l’attività di blogging. Se il sito dell’azienda offre una risposta certa e di valore al proprio utente, questo sarà portato a cercare nello stesso blog una risposta anche al prossimo dubbio. E nello store un prodotto che ne soddisfi l’esigenza.

Le persone amano la consuetudine, perché le rassicura.

Non sei d’accordo?
Allora dimmi che strada fai ogni mattina per andare al lavoro o la sera per tornare a casa e se la cambi ogni giorno.
Pensa a quanti ristoranti ti vengono in mente se ti dico pesce sicuramente fresco e ben cucinato.
Sono certo che hai le tue preferenze – pardon, abitudini – ben chiare in mente anche se non ci rifletti.

L’abitudine rassicura, ma troppo diventa una gabbia dorata.

Basti pensare al processo del nostro cervello detto “generalizzazione”.
Per apprendere le cose e velocizzare l’esecuzione di molte funzioni del nostro corpo – come camminare – o rendere naturale lo svolgimento di alcune mansioni, il nostro cervello generalizza concetti, azioni e processi.

Ad esempio se ti invitassi ora a pensare ad un tuo amico che è SEMPRE in ritardo, probabilmente lo faresti con facilità. Tuttavia dubito che questa persona – poverino/a – nella sua vita sia DAVVERO SEMPRE in ritardo.

Tuttavia generalizzando, esasperando un po’ il concetto, ti avrò aiutato a pensare subito a questa persona.

Se ti avessi scritto “pensa ad un amico che spesso ritarda”, probabilmente avresti dovuto scegliere tra più persone e valutare quale meritasse il titolo di campione.

Tuttavia generalizzare troppo, o vivere eccessivamente di abitudini e automatismi, rischia di appiattire le nostre capacità analitiche e svilire le valutazioni.

Ci accerchiamo di abitudini per sentirci sicuri, ma dobbiamo ricordarci ogni tanto di mettere fuori il naso per scoprire il mondo e cogliere le opportunità.

Siamo animali pigri. trovata la strada più semplice/sicura per soddisfare un nostro bisogno, tendiamo a ripeterla per fare meno sforzo possibile la volta dopo.

Cosa accade nel mondo del business?

E il nostro cliente?
Come questo processo può andare a nostro vantaggio?

In effetti dovremmo riuscire a creare nel nostro cliente l’abitudine a “consumarci” regolarmente, tanto da spingerlo a non cercare alternative, assopire il suo desiderio di sperimentare e sentirsi sempre sicuro nel preferirci.

Si può fare? Certo che si!
Richiede:

  • Coerenza comunicativa (tone of voice, stile, target chiari e condivisi)
  • Identificare il sistema di valori che si vuole rappresentare (ad es. un negozio di fiori potrebbe rappresentare l’amore per l’ambiente o il romanticismo)
  • Standard qualitativi costanti (ogni giorno il mio servizio è pari o migliore al giorno precedente)
  • Routine di servizio (procedure, personale qualificato, modulistica, Problem solving)
  • Customer care funzionante, anche se mono canale (ad esempio assistenza telefonica, o chat sul web site)
  • Ripetitività del messaggio pubblicitario (Coca cola è la bibita n.1 al mondo, ma non smette di fare pubblicità, mai)

Se riesci a entrare col tuo prodotto o col tuo servizio, nella comfort zone del tuo cliente, diventerai per lui un’abitudine. La tua assenza accidentale causerà dolore e disagio nella sua vita.
Avrai un cliente fedele, un ambassador e un volano pubblicitario vivo ed entusiasta di condividerti e raccontarti alle altre persone presenti nella sua cerchia di relazioni.

Arriviamo al dunque.

Come faccio a diventare un’abitudine per il mio cliente?

Due Passaggi. Semplici

  1. Analizza le voci qui sopra e chiediti se ci stai dentro o devi sistemare qualche aspetto
  2. in realtà questo è il primo punto. Ma se non lo hai ancora fatto, identifica il tuo cliente target o quello che noi markettari definiamo in linguaggio tecnico BUYER PERSONA.

Se riesci a farlo sei a cavallo.
Se non sai come fare… noi qua che ci stiamo a fare?

Nazareno Brancatello

Sono uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.


bbadv-logo-facebook-articolo-f8

Aggiornamenti Facebook Ottobre 2019: la nuova funzionalità ads è in rollout

Inserzioni nei risultati di ricerca, la nuova funzionalità ads è in rollout, a breve disponibile in Europa.

L’annuncio

Dopo un lungo periodo di test – la notizia era già stata diffusa nel 2018 – Facebook ha annunciato ufficialmente che nelle prossime settimane sarà disponibile un nuovo piazzamento per le sponsorizzate, ovvero i risultati di ricerca.

La ricerca di Facebook era infatti fino ad oggi uno dei pochissimi posti del social network ancora “libero” dai condizionamenti della pubblicità.

Probabilmente, a spingere il team di Mark a sviluppare questo nuovo piazzamento, è l’intenzione di battagliare con Google che da anni monetizza con gli annunci nel motore di ricerca.
Un meccanismo che, attraverso l’acquisto di parole chiave specifiche, ha permesso a siti non propriamente ottimizzati SEO, di raggiungere a pagamento la prima o una delle prime tre posizioni dei risultati di ricerca.

Cosa cambia?

Allo stesso modo su Facebook, gli inserzionisti potranno lavorare non più soltanto sul target, o sugli interessi presunti di quest’ultimo, ma su vere e proprie query di ricerca, intercettando bisogni concreti dei futuri clienti.

Cosa c’è di meglio infatti che apparire sullo schermo di chi in quel momento sta cercando esattamente il nostro prodotto o una soluzione che noi siamo in grado di offrirgli?

La vita dei marketers sarà un pochino più semplice, ma non per molto!
È prevedibile infatti che una volta lanciata la funzione, gli inserzionisti faranno base fissa sul nuovo posizionamento che sembra essere tra i più interessanti offerti dalla piattaforma. Per questo emergere tra le migliaia di annunci non sarà così semplice.

La sezione Facebook Search Results – aspetto da non sottovalutare – comprende sia la ricerca generica che gli utenti compiono per trovare attività commerciali o gruppi di interesse, che la ricerca verso i prodotti pubblicati su Marketplace.

 

Così l’inserzione sarà mostrata in funzione dei criteri di targeting inseriti dall’inserzionista ma anche e soprattutto in funzione dei termini di ricerca utilizzati dall’utente.

È naturale infatti che l’obiettivo di Facebook rimanga il medesimo di sempre, lo stesso di Google:

Offrire il risultato giusto alle persone giuste nel momento esatto in cui sembrano averne bisogno.

bbadv-articolo-aggiornamenti-facebook-ottobre-2019-nuova-funzionalità-ads

Nazareno Brancatello

Sono uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.


bbadv-comunity-management-articolo-blog

Cosa è il Community Management?

Quando costruiamo un progetto di social marketing, includiamo sempre l’attività di community management senza la quale il nostro lavoro sul social sarebbe pressoché inutile.

Cos’è?

È l’attività di risposta sistematica ai commenti degli utenti ai post. Può essere sviluppata direttamente sui post della pagina, in un gruppo creato ad hoc, o la discussione può essere spostata su Messenger (fra poco anche su whatsapp grazie ad una nuova funzione di Facebook) per un rapporto più “privato” con l’utente nel tentativo di trasformarlo in cliente.

Perché è così importante?

Semplicemente perché è la cosa più social del social.

Un social network nasce per coltivare online relazioni. Una relazione è di valore quando genera scambio, informazione, dialogo. Per questo motivo, l’algoritmo di Facebook attribuisce punteggi più alti ai post che generano nei commenti numerosi botta e risposta. E quanti più commenti vengono gestiti, più Facebook aumenta la distribuzione di quello specifico post. A tal proposito, hai già letto come funziona l’algoritmo di Facebook?

Se il post A genera così tanti commenti, probabilmente è interessante. Così Facebook decide di farlo vedere organicamente (quindi senza bisogno di sponsorizzare il contenuto) a più persone.

Se la stessa pagina pubblica un nuovo post – il post B – Facebook attribuirà al nuovo post una considerazione, un punteggio figlio di quello attribuito al post A.

Se il post A era tanto interessante, probabilmente lo sarà anche il post B.

Funziona così, a cascata. Post dopo post.
Quanto migliore sarà il trend, tanto migliore sarà la visibilità della pagina, con effetti abbastanza chiari sul business.

In foto, i numeri di una pagina presa in gestione circa 10 giorni fa, per la quale abbiamo messo in ordine informazioni e impostazioni, e iniziato l’attività di community management.

bbadv-kpi-leone-junior-pagina-facebook-01
bbadv-kpi-leone-junior-pagina-facebook-03
bbadv-kpi-leone-junior-pagina-facebook-02

Cosa c’è di speciale.

Molte agenzie o free lance che vendono servizi di social marketing NON fanno l’attività di community management – omettendone l’importanza al cliente – per 3 motivi.

  1. È una cosa che va fatta tutto il giorno, tutti i giorni.
  2. È noiosa.
  3. È dispendiosa (richiede risorse e tempo speso sulla pagina dopo aver pubblicato i contenuti secondo calendario editoriale, quindi un community manager)

Si, è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.

Semicit.

Per ogni attività esiste uno strumento.

In questi anni abbiamo svolto l’attività di community management in svariati modi testando diverse piattaforme web in grado di rendere efficace l’attività stessa.

Alla luce di quanto espresso desidero consigliarti tre tools in gradi di automatizzare i task e ridurre il carico di lavoro a vantaggio del risultato finale:

  1. Hootsuite
  2. Buffer
  3. PostPickr

In tutti e tre i casi, grazie ad una interfaccia intuitiva, è possibile programmare e gestire i contenuti di uno o più profili contemporaneamente, monitorare il rendimento delle attività ancora ricercare le conversazioni social in base a parola chiave, hashtag e posizione, in più lingue, per ascoltare cosa dicono gli utenti sulla tua marca, sui concorrenti e sul settore.

Provare per credere.

Nazareno Brancatello

Sono uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.


bbadv-dati-facebook-articolo-algoritmo

Come funziona (davvero) l'algoritmo di Facebook

COME FUNZIONA (DAVVERO) L’ALGORITMO DI FACEBOOK?

La maggior parte degli utenti di facebook non sono neanche consapevoli che tutti i contenuti si muovono sotto la regia di un algoritmo matematico.
Come in molte altre cose della natura, in molti utilizzano uno strumento senza neanche chiedersi perché e come funzioni. Quest’ultima domanda è però fondamentale per gli affari.


In questo articolo troverai:

 

 

 


 

 

Piacere, il mio nome è Algoritmo!

Ti sarai chiesto almeno una volta come mai visualizzi sul tuo feed personale taluni contenuti, specifici post sponsorizzati di pagine che in realtà non segui o perché non vedi la foto delle vacanze di un tuo amico.

Allo stesso modo, se gestisci una pagina Facebook per la tua attività, quasi sicuramente ti sarai domandato tante volte perché non performa come vorresti e perché pochi utenti interagiscono con i tuoi post, sicuramente in un numero inferiore rispetto ai fan della pagina stessa. (A proposito di performance, sei a conoscenza di quali dati monitorare? Approfondisci l’argomento con questo articolo)  

Tutte le risposte si esauriscono con una sola parola.

Algoritmo.

Facebook come i più grandi “contenitori” del web – motori di ricerca, social – è governato da un algoritmo che seleziona e distribuisce ogni singolo contenuto – nativo e non – e “valuta” quando, come e a chi mostrarlo.

Imparare a conoscerlo, capirne il funzionamento, ti permetterà di ottenere risultati maggiori, sia nella qualità dei contenuti della tua home, sia nella gestione del tuo business online.

 

Come funziona l’algoritmo e come incide sulla portata organica dei post

L’obiettivo annunciato dell’algoritmo, e quindi di Facebook come piattaforma, è fornire la risposta corretta alla persona giusta nel momento in cui ne ha bisogno.

Un onere pretenzioso per il quale la magia non è naturalmente una soluzione. Ecco perché su Facebook comanda una formula di calcolo predefinita che si muove su schemi programmati.

Una serie di step che l’algoritmo compie per gli utenti e i contenuti da distribuire. Sono fondamentalmente i seguenti.

  1. INVENTORY
    Ogni volta che un utente lancia la propria home (o stream, o news feed) l’algoritmo crea un vero e proprio inventario di tutti gli “eventi” che si sono verificati su Facebook per mano delle persone presenti nella tua cerchia di amici (o di cui i tuoi amici sono stati protagonisti) o per mano delle pagine che segui. Quindi genera una notizia per ogni evento (ad esempio, quando sulla home visualizzi un video di una pagina che non segui ma che è stato commentato da un tuo amico)
  2. SIGNALS
    Valutando tutti i dati a disposizione, l’algoritmo seleziona eventi/notizie cui potresti essere interessato. Per farlo, valuta i tuoi segnali, ovvero il grado di interesse manifestato in precedenza verso l’argomento della notizia (se quel contenuto è afferente i tuoi hobby principali o simile ad altri contenuti con cui hai interagito in passato), verso la persona che ne è responsabile (se ad esempio è un familiare, un collega o un amico con cui non ti relazioni da molto tempo)

    I “signals” sono di contesto e di contenuto.

    Di contesto sono i segnali legati all’orario e al luogo da cui ti connetti, dal dispositivo che stai usando in quel momento (ad esempio alcune sponsorizzate potrebbero apparirti su smartphone ma non su desktop) e dal tipo di connessione con cui navighi.

    Sono invece di contenuto i segnali legati a persone o pagine coinvolte, interesse per l’argomento, freschezza del contenuto, eventuali feedback (reazioni, commenti) del contenuto. 

    Particolarmente importanti sono questi ultimi. I segnali di contenuto legati a feedback negativi (per esempio se un post viene spesso nascosto da chi lo visualizza) o positivi (reaction, condivisioni, commenti, chat scaturite dall’invio privato del contenuto)  sono detti “meaningful interactions” e sono nutrimento molto gradito dall’algoritmo.

    Queste interazioni sono le più preziose. Il tempo speso a visualizzare un video, la permanenza a leggere il post o a guardare la fotografia, commenti con risposte a seguire, reazioni e condivisioni sia in bacheca che in chat, sono quanto di più prezioso possa desiderare chi genera un contenuto se vuole aumentarne la portata organica – quindi non a pagamento tramite ads.

     

  3. PREDICTIONS
    L’algoritmo cerca di prevedere quali contenuti ti potrebbero maggiormente interessare. Previsioni se un video catturerà la tua attenzione, o se un link potrebbe indurti davvero a cliccare per visitare la pagina di destinazione, o se una foto susciterà una tua reaction.

    Queste previsioni, come già anticipato, non sono frutto di stregoneria, ma sono determinate dai precedenti segnali che, durante ogni tua singola sessione di navigazione e da qualsiasi device, avrai fornito all’algoritmo.

     

  4. SCORE
    Una volta capito quanto un contenuto potrebbe interessarti, l’algoritmo gli attribuisce un punteggio (non meglio identificato. Questo punteggio seppur costituisce l’ultimo step del “comportamento” dell’algoritmo, è decisivo sull’ordine di apparizione dei contenuti.

    Quando lancerai l’app dal tuo smartphone la tua home si aggiornerà e l’ordine con cui ogni contenuto ti verrà proposto durante lo scroll (quando fai scorrere in su il pollicione sullo schermo) sarà determinato dal score di ogni contenuto.

    Quest’ordine è influenzabile dall’utente. Ad esempio se segui una pagina puoi impostare le notifiche dei suoi contenuti in evidenza e richiedere all’algoritmo di fornirtele sempre per prime.
    Faccio così ad esempio con la mia squadra del cuore o con le pagine e community che trattano argomenti di marketing. In questo modo rimango aggiornato sulle cose che mi interessano prima di iniziare a visualizzare il sushi del mio collega o il selfie di mia cugina in vacanza in Grecia mentre io lavoro.

    Così si spiega come mai dopo qualche minuto speso a scrollare le news, capiti di chiedersi cosa stavamo cercando e perché, finendo per aggiornare nuovamente il feed e ricominciare dall’alto.

 

 

Un solo social, tante esperienze

Ecco perché ognuno di noi pur utilizzando lo stesso social, vive esperienze completamente diverse e visualizza contenuti diversi pur avendo cerchie di amici o colleghi in comune.

Facebook non ha reso noti tutti i segnali che l’algoritmo prende in considerazione. Si stima siano oltre centomila i fattori di valutazione.

Rimane certo il fatto che quante più interazioni ottiene un post, maggiore sarà la sua diffusione. Il successo organico di un post induce l’algoritmo a distribuirlo  su più home, seppure in posizione – ricordi lo score – diversa per ognuno.

 

Ora che sai queste cose…

Abbiamo semplificato parecchio ma queste informazioni adesso possono aiutarti a capire molte cose ma soprattutto a rispondere ai tuoi dubbi.

Perché vedi spesso i selfie dei tuoi amici più stretti?

Perché  i tuoi amici in chat criticano la foto di qualcuno che invece nella tua home non è apparso?

Ma soprattutto – se usi facebook per lavoro – perché i tuoi post hanno poche interazioni?

Evidentemente i tuoi contenuti non generano l’interesse desiderato e le reazioni giuste, per questo l’algoritmo li “penalizza” e li distribuisce sempre meno.

Se ad esempio hai sponsorizzato la tua pagina ottenendo migliaia di mi piace, ma i tuoi post non catturano, l’algoritmo ti attribuirà sempre score molto bassi. Al contrario se un tuo post con link ha pochi mi piace ma i click al link sono numerosi e il tempo di permanenza sul sito di destinazione è prolungato, l’algoritmo penserà – “ehi, questo link deve essere interessante per persone con queste caratteristiche!”, ed ecco che il tuo post potrebbe avere un’ottima portata seppur con poche interazioni.

Ecco quindi cosa è bene che tu faccia e alla svelta per cominciare a raccogliere frutti sui social.

Parti dalla convinzione che su Facebook servono tempo, perseveranza e chiarezza d’idee. L’algoritmo premia l’impegno nel tempo.

  1. Smetti di parlare di te e dei tuoi prodotti, smetti di scrivere o postare cose che interessano te e comincia a conoscere maggiormente i tuoi clienti ideali. In questo modo inizierai a parlare, scrivere, fotografare e documentare cose che piacciono a loro – non necessariamente proprie del tuo business ma afferenti – suscitando così la loro attenzione. All’inizio potrebbero iniziare a spendere qualche secondo in più suoi tuoi post, dopo qualche tempo potrebbero iniziare a interagire lasciando timidamente un mi piace, e con il crescere di questa “relazione” iniziare a commentare e a dire la loro. Ad esempio se gestisci la pagina di un negozio di articoli sportivi, attingere dai risultati degli atleti italiani coinvolti in competizioni internazionali potrebbe offrirti contenuti sempre freschi e di interesse pubblico, legati per argomento al tuo business. Chi acquista i tuoi prodotti sportivi dovrà necessariamente essere uno sportivo. I tuoi aggiornamenti sulle competizioni potrebbero interessarlo notevolmente più che la qualità dei tessuti delle tue t-shirt, almeno all’inizio.

  2. Crea contenuti di qualità. Devono essere fruibili dal tuo pubblico, chiari e di buona fattura. Utilizza foto ben fatte anche se non professionali, utilizza i video ma fai in modo che siano girati bene e con mano ferma (potresti utilizzare uno stabilizzatore o un qualsiasi cavalletto). Scrivi post brevi ed efficaci, se lunghi fai in modo che abbiano un ritmo piacevole. Elimina il superfluo e vai al sodo. Utilizza un tono di voce appropriato per il social ma sempre in linea con il tuo target. Lascia i “gentile cliente” nel cassetto delle cose che non devono mai finire sui social. Le etichette vanno necessariamente riviste e smussate in un social network.

  3. Evita di fare “click baiting”, è una pratica che all’algoritmo non piace affatto. Evita frasi come “metti mi piace e condividi” o “commenta per ottenere …”. Le richieste dirette di interazione penalizzano il tuo post e avrai prodotto contenuti buoni ma inefficaci.

  4. Non pensare di poter fare business sul social senza investire sulle Facebook Ads.

    Per le pagine è una conditio sine qua no. Non mi dilungherò su come e cosa sponsorizzare perché argomento molto corpulento.

    Sappi però che la portata dei tuoi contenuti e la possibile conversione di utenti in clienti, è data da un’eccellente lavoro di engagement organico, completato e raffinato da una strategica e mirata attività di ads.

 

In conclusione

 

Sappi che se hai letto con attenzione l’articolo adesso ne sai molto più di qualsiasi avventore inconsapevole di Facebook.

Hai appena fatto un balzo, passando dalla parte di chi genera – o vuole generare – contenuti, e lasciando quella di chi li subisce e basta.

Sei come uno spettatore a teatro che oltrepassa le quinte e sbircia tra i camerini degli attori e gli ingranaggi degli effetti scenici.

Ora sai che puoi filtrare, nascondere, oscurare, mettere in evidenza i contenuti. E non devi più subire passivamente le scelte dell’algoritmo. Puoi influenzarle, anzi, determinarle.

Si, c’è ancora molto altro che non sai, ma questo è il primo step. Il più importante.

Se vuoi sapere altro, scrivimi.

Ah, un’ultima cosa…

Per ragioni che potrai immaginare, Facebook e Instagram si comportano in modo molto simile. Segui queste indicazioni anche per l’applicazione sorella di Facebook.

 

 

 

 

Nazareno Brancatello

Sono uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.


bbadv-microfono-articolo-asmr

L’ASMR è definito anche “orgasmo mentale”: cos’è e come viene usato nel marketing

L’ASMR È DEFINITO ANCHE “ORGASMO MENTALE”: COSA È E COME VIENE USATO NEL MARKETING

È uno stato di piacere mentale generato da stimoli visivi e uditivi: ecco come e perché i brand hanno deciso di usare l’ASMR.


In questo articolo troverai:


Cosa è un ASMR?


Stavi cercando informazioni sull’ASMR pensando di utilizzarlo in modo originale nelle tue strategie pubblicitarie? ho una cattiva notizia: potresti essere in ritardo!

Questa tendenza è già in atto da un po‘ di tempo.
La parola ASMR è tra i primi cinque termini di ricerca su YouTube, con 2,9 milioni di ricerche mensili – secondo ahrefs.com, anche se bisogna ammettere che non sono molti i marchi che lo hanno integrato nella loro comunicazione.

Secondo Google, le ricerche su YouTube con la parola chiave ASMR sono quadruplicate negli ultimi 4 anni e i video più famosi sono stati visti più di 20 milioni di volte.

Basta digitare su una qualsiasi barra di ricerca il termine ASMR per capire immediatamente in cosa consiste questa tendenza.

ASMR è l’acronimo di Autonomus sensory meridian response, letteralmente Risposta autonoma del meridiano sensoriale.

L’ASMR non è altro che una tecnica di ripresa il cui unico scopo è quello di infondere una sensazione di rilassamento.

Il contenuto mira a precisi trigger, ovvero stimoli di varia natura – uditivi, visivi, cerebrali, tattili – che hanno lo scopo di rilassare letteralmente lo spettatore e provocare sensazioni precise.

ASMR è inoltre un sostantivo inglese e rappresenta la sensazione di formicolio sul cuoio capelluto e lungo la schiena, combinata con una sensazione di benessere che le persone provano in associazione a specifici suoni


Solo da pochissimo tempo il fenomeno ASMR è diventato oggetto di studio.

In un recente articolo di Vanessa Mitchell (CLICCA QUI per leggere l’articolo), il Dr. Richard ha concluso che:

le aree cerebrali attivate durante l’ASMR sono simili a quelle attivate durante i comportamenti di legame e cura, come i genitori che si prendono cura dei bambini o che ti accarezzano i capelli.


Dal punto di vista del marketing si tratta di provocare sentimenti positivi e piacevoli.

L’ASMR aiuta le persone a creare uno “spazio mentale felice” e in quel momento, se si è in grado di associarlo ad un prodotto, si creano legami positivi e duraturi con il proprio marchio.

 

Come usare l’ASMR nelle strategie di content marketing?


È curioso pensare come molti marchi abbiano impiegato così tanto a comprendere che utilizzando gli ASMR possono promuovere i loro prodotti e creare un’esperienza positiva.

Fortunatamente, hai ancora tempo per catturare l’onda prima che la tendenza diventi una consuetudine e perda il suo fascino.

C’è chi sostiene di non provare questo tipo di sensazione, in realtà è scientificamente provato che possano essere provate sensazioni di rilassamento e di benessere e per tale motivo i brand hanno visto in questo fenomeno un’ottima opportunità per coinvolgere i Millennials e la Generazione Z.

Invece di concentrarsi solo sulle caratteristiche di un prodotto, un approccio ASMR ti consente di pensare al tuo prodotto da una prospettiva sensoriale. Un po’ come se l’utente “provasse” il tuo prodotto dallo schermo.

Il vantaggio di questi video per i brand dipende dal fatto che, mentre l’utente viene coinvolto a livello sensoriale, il prodotto viene presentato con un timing perfetto, ossia in un momento in cui il consumatore tende a essere in uno stato di rilassamento e di benessere, potendo in questo modo incidere su come il brand viene percepito.

 

BBADV e la produzione PREZZEMOLO & VITALE


L’ASMR trova una delle sue migliori applicazioni nel settore “food”.


Quando in fase di brainstorming stilavamo possibili idee per la nuova comunicazione della catena di Supermercati Prezzemolo & Vitale non abbiamo avuti dubbi: la nuova strategia doveva prevedere la selezione dei migliori prodotti e l’applicazione della tecnica ASMR per presentarli al pubblico.

L’ASMR della Mozzarella di Bufala Campana è la prima realizzazione di una serie che descriveranno la linea di prodotti “Le eccellenze di Prezzemolo & Vitale”.

 

L’ASMR e i grandi marchi


Esistono molti modi creativi per incorporare ASMR nei propri contenuti sui social media.
Ecco alcuni esempi:

1. IKEA • Oddly Ikea


In cima alle case studies non poteva che esserci Ikea. Il gruppo svedese ha creato uno spot ispirato all’ASMR che dura più di venti minuti.
Intitolato “Stranamente IKEA”: IKEA ASMR, è narrato da una giovane donna invisibile; parla lentamente, dolcemente e deliberatamente dei prodotti Ikea che sarebbero adatti per un dormitorio del college.




Lo spot video conta, ad oggi, 2,5 milioni di visualizzazioni connettendo perfettamente il marchio a livello sensoriale con i suoi clienti fedeli.

2. BURGER KING • #eatlikeandy


Si tratta di una clip di 45 secondi per promuovere la catena di fast food durante la notte del SuperBowl.
Particolarità: lo spot è stato girato nel 1982 e rimasto inedito fino ad adesso. La clip è stata mandata nuda e cruda proprio come fu girata.
Unica aggiunta un hashtag che recita: #eatlikeandy.




Nel video Warhol apre una busta del Burger King, tira fuori il suo hamburger e spreme un po’ di ketchup sulla carta.
Poi prende in mano il suo panino, lo intinge nel ketchup e lo addenta guardando dritto verso la telecamera. Il tutto viene accompagnato da un silenzio assordante riempito soltanto dall’immagine di Andy Warhol.

3. LINCOLN • Bull” Matthew McConaughey and the MKC


Il video è caratterizzato da un vento sibilante e musica rilassante mentre McConaughey, recita un incontro con un toro su un tratto isolato di autostrada.




Nessuna scarica di adrenalina, solo la “rassegnazione” si McConaughey di trascorrere più tempo all’interno di un a lincoln

4. CHINESE SIHUA DOVE • Angelababy


La campagna pubblicitaria sul cioccolato Sihua Dove è stata rilasciata solo pochi anni fa ed è un ottimo esempio del potere sensoriale dell’ASMR.
Il video presenta i classici suoni ASMR come l’apertura dell’involucro della barretta lo scatto di un quadrato di cioccolato.



In conclusione


Prossimamente molti spot pubblicitari continueranno a integrare gli ASMR per offrire agli spettatori un’esperienza rilassante e serena.

Qualcuno potrebbe pensare che sia un modo per raggirare il pubblico. Tuttavia quando si parla di ottimi prodotti, di qualità eccellenti, è legittimo cercare il modo più efficace possibile per comunicare al pubblico tutte le caratteristiche di un prodotto.

D’altra parte è ormai noto anche ai non addetti ai lavori, la pubblicità è tutta una questione di percezione.

L’ASMR può davvero creare una potente connessione con il marchio.

La sfida per gli esperti di marketing è sempre stato cercare di trasformare la pubblicità in esperienza.

Come far “sentire” qualcosa al pubblico di fronte ad un contenuto pubblicitario?

L’ASMR sembra essere la risposta giusta.


Gabriele Brancatello

Ciao, sono Gabriele, uno dei due bbrothers.
In America sarei un full-stack marketing manager.
In Italia aiuto le aziende a creare la propria identità, raccontare la loro storia e comunicare con i propri clienti.
Il mio obiettivo è riuscire a fornirti gli strumenti che ti permetteranno di acquisire autorevolezza sul tuo mercato di riferimento. A volte ci riesco, altre pure!


bbadv-unicredit-articolo-copertina

UNICREDIT ABBANDONA I SOCIAL NETWORK

UNICREDIT ABBANDONA I SOCIAL NETWORK

L’annuncio è arrivato Venerdì 3 Maggio e in poche ore è diventata notizia discussa in numerosi gruppi di marketing digitale.  Passo falso o innovazione? Il web si spacca schierandosi per l’una o per l’altra previsione.

Un fulmine a ciel sereno.
Probabilmente per molti non è stata una notizia degna di nota ma, per gli addetti ai lavori, è l’input perfetto per infuocare le community durante tutto il weekend.

Unicredit, attraverso un post su Facebook, ha annunciato che a partire dal 1 Giugno 2019 abbandonerà definitivamente i canali social – specificando Facebook, Messenger e Instagram – in favore di strumenti proprietari.

 

La motivazione, che pure meriterebbe comprensione e consenso, pare in realtà nascondere altro. 

 

Valorizzare i canali digitali proprietari per garantire un dialogo riservato e di alta qualità

Nel giro di poco più di 15 minuti il post è stato condiviso in almeno 7 gruppi a cui sono iscritto.
Immediatamente si sono create due fazioni.
Da una parte i nobili paladini di una scelta che apparentemente vuole tutelare i dati sensibili dei propri correntisti, dall’altra i detrattori di una scelta poco lungimirante e anacronistica.

 

Ho sentito immediatamente il desiderio di scrivere qualcosa al riguardo ma mi sono concesso 48 ore per riflettere a fondo su una questione più complessa di quel che i social media manager di Unicredit vorrebbero a mio avviso far percepire. 

 

LA MOTIVAZIONE

Un testo sibillino, formale ed equilibrato ma che nasconde quasi certamente riflessioni aziendali lungimiranti.
Uno di quei testi pensato e pesato più volte con il desiderio di dire una verità fastidiosa ma elegantemente, magari lanciando un messaggio a qualcuno.

 

Valorizzare i canali digitali proprietari […]

Unicredit abbandonerebbe i social network per dare maggior peso alle proprie app e ai canali di comunicazione sviluppati.
Mi pare legittimo che una società che investe ingenti risorse nello sviluppo di strumenti di customer care e che compie sforzi enormi per tutelare la privacy e la massima sicurezza nelle operazioni online, voglia accendervi i riflettori e veicolare quanto più possibile l’attenzione dei suoi correntisti, inducendoli a utilizzarli e trovarvi risposte esaustive ad ogni dubbio.

A onor del vero un correntista che ricorre ai social per mettersi in contatto con la sua banca, potrebbe cadere preda delle ads e dei contenuti promossi da altri istituti bancari. Per questo ha senso cercare di spostare gli utenti su “porti più sicuri”.

[…] per garantire un dialogo riservato e di alta qualità”. È la parte più interessante del post.

Da una parte è vero che Facebook è stata oggetto di ben note vicende relative all’illegittima dispersione di dati sensibili dei suoi utenti (Dopo l’F8, però qualcosa sta cambiando, approfondisci qui).
Proprio a seguito dello scandalo Cambridge Analytica, l’amministratore delegato di Unicredit Jean Pierre Mustier aveva annunciato che la sua società avrebbe interrotto qualsiasi attività promozionale sul social.

Credo però che per dialogo riservato, nel post si faccia riferimento ad una prassi che ho potuto constatare sbirciando tra i commenti ai post della pagina.

 

Qualsiasi post pubblicato sulla pagina, che faccia riferimento ad eventi musicali, istruzioni per la compilazione di moduli bancari o eventi sportivi o culturali di cui Unicredit è sponsor, ecco che decine di correntisti ne approfittano per muovere pubblicamente lamentele sulla qualità dei servizi (aggiornamenti app, call center, ricevimento in filiale) o per richiedere assistenza rispetto a talune funzioni dell’home banking o procedure bancarie.

In alcuni commenti si evince chiaramente che molti utenti scrivono senza rendersi conto della differenza che intercorre tra un messaggio privato e un commento, rischiando – ma non escludo che sia accaduto in post al di fuori della mia veloce ricerca – di fornire dati sensibili e delicati, o peggio codici di sicurezza, a chiunque leggesse i commenti.

Sappiamo benissimo infatti che l’utilizzo dei social è uno degli argomenti più controversi dei nostri tempi e non sono affatto poche le persone che non hanno ancora compreso fino in fondo quanto pericolosi possano essere i social network e quanto influenzino la vita reale.

La vita del team che gestisce la pagina non deve essere semplice. In uno scenario come questo, i social media manager di Unicredit devono essere molto aziendalisti, esperti delle procedure e di tutti gli strumenti bancari, con conoscenza profonda di tutti i servizi e prodotti. Insomma, non certo qualcosa di scontato per un social media marketer.

Posso dunque immaginare che garantire un’assistenza social veloce ed esaustiva costringa la Banca ad affidare le interazioni a personale estremamente qualificato, con ingenti investimenti.

Tuttavia, non pare ottenere risultati che giustifichino lo sforzo. I commenti infatti sono ricchi di critiche e lamentele riguardo i servizi. Problemi che andrebbero discussi privatamente, al telefono con un operatore specializzato. Invece ogni sciocchezza diviene motivo di scontro pubblico.

Certo non la miglior pubblicità possibile.

Ecco dunque cosa – probabilmente – vuol dire “dialogo riservato e di alta qualità”.

Parafrasando potrebbe suonare più o meno così.

“basta sbandierare qualsiasi problema ai quattro venti, per fare assistenza efficace ed efficiente valorizziamo i canali proprietari e concentriamo su questi tutti gli sforzi economici aziendali e smettiamo di far sapere a tutti ogni volta che qualcosa non funziona”

Possiamo biasimare chi cerca di offrire di più ma raccoglie solo problemi? 

La mia riflessione sembra trovare conferma in un dato interessante in cui mi sono imbattuto durante la ricerca. 

 

Pare che Unicredit occupi uno degli ultimi posti nella classifica dei Reputation Awards 2019, che analizza la reputazione online dei marchi più noti. (clicca qui per consultare la fonte)

 

SFORZI ECONOMICI

Chi come me lavora al marketing digitale sa quanto oneroso possa essere per una piccola impresa fare social marketing.

Personale specializzato che ne conosca le logiche e gli algoritmi, direttori creativi, analisti, strateghi pubblicitari, programmatori, videomakers e animatori.

Professionisti pronti a far fronte a crisi digitali, critiche e attacchi in grado di diventare bombe mediatiche, in misura direttamente proporzionale alla reputazione aziendale.

A questo aggiungiamo l’utilizzo di tools specifici – e onerosi – per una gestione multicanale congiunta ed efficace. Completiamo con ingenti oneri legati alle Facebook Ads e non solo.

Adesso moltiplichiamo tutto questo per una pagina come quella di Unicredit, i cui contenuti sono di eccellente qualità, tanto nel visual quanto nel copy.

Quante risorse richiede la gestione di una pagina come quella di Unicredit?

Alla luce delle precedenti riflessioni, quanto di quelle risorse sono ben spese?

 

Leggendo i commenti ai post ho velocemente realizzato che tutto potrei desiderare di essere, tranne che il social media manager di Unicredit.

 

E LA REPUTAZIONE DIGITALE?

Non sono certo che lasciare i social sia una mossa che porterà vantaggi.

Nonostante ciò non riesco a ritenere del tutto infondata la decisione di Unicredit.

Le mie non sono che supposizioni, le motivazioni che hanno portato ad una scelta così drastica potrebbero essere ben più numerose e profonde.

Potrebbe essere fondata ad esempio la voce che vorrebbe Unicredit, e molti altri istituti bancari, sul piede di guerra nei confronti di Facebook, che pare stia sviluppando un metodo di pagamento online che darebbe una mazzata agli interessi digital delle banche.

Tornando alle interazioni, non sarebbe sufficiente limitare la funzione dei messaggi alla pagina o quella di commentare i post. La pagina sarebbe destinata comunque al fallimento. Niente interazione, niente awareness.

Dunque, tra meno di un mese Unicredit completerà un’azione che oggi appare anacronistica, totalmente in contrasto con il crescente sviluppo dei social e del digitale.

Un mantra del marketing consiglia di farsi trovare in quei luoghi in cui i clienti amano trascorrere il loro tempo. I social sono sicuramente uno di quei luoghi.

C’è da chiedersi quanto valga la pena assecondare la superficialità e la scarsa consapevolezza degli utenti o sacrificare la loro sicurezza sull’altare del progresso social.
Cosa accadrà ad Unicredit quando non sarà più social friendly?
Qualcuno si accoderà o assisteremo presto a un dietrofront?

 

 

Nazareno Brancatello

Sono uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.


bbadv-logo-facebook-articolo-f8

FACEBOOK E LE SUE NOVITÀ DOPO L’F8

FACEBOOK E LE SUE NOVITÀ DOPO L’F8

Parola d’ordine sarà Privacy.
Mark Zuckerberg, all’annuale appuntamento F8, ha presentato tutti gli aggiornamenti a cui sarà sottoposta la suite Facebook Inc. e le finalità della compagnia.

Emergono il desiderio di restyling nel design, nuove funzioni per favorire l’interazione, tutela dei minori e della privacy.

Sembra un ossimoro. Social network e privacy possono stare nella stessa frase?
Pensavamo di no. Eppure dopo l’arcinoto scandalo Cambridge Analytica – che ha visto app di terze parti cedere dati sensibili degli ignari utenti Facebook per attività di spin doctoring politico – e la maggiore diffidenza degli utenti verso i social insieme ad un maggiore desiderio di privacy (vero e alle volte solo millantato), hanno costretto Facebook e non solo a veicolare sforzi e attività di sviluppo verso una maggiore tutela della privacy.

Il 30 Aprile è andato in scena l’F8, la conferenza in cui Mark Zuckerberg, come ogni anno,  presenta agli addetti ai lavori tutte le funzionalità in procinto di essere rinnovate o introdotte sulle piattaforme della famiglia Facebook Inc., dunque anche Whatsapp, Instagram e Messenger.

La conferenza si è aperta con le parole di Mark:

 

Everyone welcome to F8. Today we are going to talk about building a privacy focused social platform.

Una dichiarazione già esaustiva sulle future mire del social blu – ancora per poco blu – accompagnata dal claim sul maxischermo the future is private.

 

FACEBOOK E LA PRIVACY

Lo slogan riguardo ad un futuro più privato e sicuro ha riempito lo sguardo dei presenti per molto tempo durante la conferenza.

La maggiore sensibilità degli utenti al tema della privacy pare cammini a braccetto con una mai in calo necessità di esporsi, il desiderio di condividere emozioni ed eventi che ci coinvolgono con forza.

Come fare in modo che le persone si sentano al sicuro pur esponendosi e mostrandosi online?

Potremmo definirla un’evoluzione invisibile quella che porterà il social a trasformarsi in un salotto digitale.
Se fino ad oggi Facebook si potrebbe paragonare ad una piazza affollata – nella quale le persone si scambiano informazioni e i commercianti studiano strategie più o meno “rumorose” per attirare clienti – da domani sarà più opportuno parlare di salotto.
Un po’ come in quelle nobili stanze di un tempo in cui marchesi, principi e duchesse si incontravano per aggiornarsi e – perché no – pavoneggiarsi di abiti, vittorie in battaglia e adrenaliniche battute di caccia.

Al centro di questa valutazione c’è una ricerca di intimità pubblica (altro ossimoro, lo so) e il desiderio di non doversi vergognare domani per ciò che abbiamo condiviso online ieri.

Ecco dunque il motivo per cui Facebook incentiverà i Gruppi e tutti i tools e le features che favoriscono la relazione one-to-one, a partire da Messenger i cui messaggi saranno criptati di default.

 

PREVEDERE È MEGLIO CHE INVENTARE

I contenuti di Facebook vengono valutati da un algoritmo che tra le sue caratteristiche centrali ha quella di prevedere cosa desiderano e cosa faranno gli utenti.

È grazie alla funzione di previsione che Facebook Inc. non deve ipotizzare come evolvere il proprio servizio, ma semplicemente analizzare i dati di cui entra in possesso ogni giorno per ogni utente e decifrare la mappa dei desideri.

L’enorme potenziale dato dall’anticipazione mette l’intera suite di Facebook nelle condizioni di non essere mai “vecchia” e di non apparire mai inadeguata.

 

RESTYLING

 

1. Addio alla barra blu

Salutate quella barra di menu blu e preparatevi ad una che assomiglia più ad un dock e che ospita le diverse funzioni di facebook.

 

 

2. Le conferme

Si confermano le presenze di Whatch – che a mio avviso non ha ancora espresso il suo immenso potenziale ma che risponde alla modernissima esigenza degli utenti di nutrirsi attraverso i video – e di Marketplace che riunisce efficacemente tutti gli annunci di compravendita nelle diverse community.

 

3. Stories anche in versione desktop

Ad anticipare il feed della home, il carosello delle Stories, formato ampiamente gradito dai più giovani in virtù della loro caducità, non solo su smartphone ma anche su desktop.

Le storie infatti permettono all’utente di realizzare quel desiderio di non doversi confrontare a distanza di anni con contenuti divenuti sciocchi o mortificanti.

 

4. La forza del “gruppo”

Fanno capolino invece i Gruppi e Messenger, a rafforzare quanto espresso prima.

Come evidente dallo screen, a destra c’è una chiara call to action a cercare e unirsi ad una community che rappresenti le caratteristiche dell’utente.

Se partecipi alle attività di una community fai esattamente ciò che Facebook vorrebbe per te. Questo cambierà parecchio l’efficacia delle campagne ads sviluppate per come molti amministratori di pagine sono abituati.

Non avremo solo l’accesso rapido alla sezione.

Ci sarà un news feed dedicato proprio ai gruppi cui saremo membri e una tab dedicata alla ricerca dei gruppi adatti a noi.

L’invito ad aderire a uno o più gruppi sarà spesso ribadito dalla piattaforma anche nelle altre sezioni.

Inoltre saranno sviluppate features specifiche per ogni tipologia di gruppo. Un po’ come avviene per i modelli delle pagine, anche i gruppi in funzione delle loro finalità avranno tab dedicate (esigenze di formazione, vendita, faq e customer care, ricerca d’impiego e scouting…) .

Una fighissima integrazione tra Watch e gruppi potrebbe offrire la possibilità di guardare una serie tv e contemporaneamente discuterla nella community dedicata.

 

5. Marketplace

Il 2018 è stato l’anno anche di Marketplace, il Mercato di Facebook.
A breve sarà implementata in Italia la possibilità di completare l’acquisto direttamente su Facebook così come la possibilità di concordare le informazioni di spedizione.

Esattamente come Youtube e i video, anche Amazon con la sua vendita online troverà in Facebook un accanito competitors destinato a crescere di ora in ora?

 

6. Facebook Dating

Pare che su Facebook vi siano oltre 200 milioni di single.
Perché lasciare che gli utenti si spostino su altre piattaforme – come Tinder – quando puoi offrirgli una soluzione sicura nel luogo in cui trascorrono già molto tempo per lavoro e per svago?

Chi lo desidera, potrà attivare il tool Secret Crush e comporre una lista di utenti con i quali vorrebbe… “entrare in confidenza”.
L’utente inserito nella lista riceverà notifica che qualcuno lo sta tenendo d’occhio ma senza conoscerne l’identità. Se entrambi gli utenti si saranno vicendevolmente inseriti nelle rispettive liste, avrà luogo il matching e la cosa sarà resa palese ad entrambi.
Massima riservatezza in caso di attrazione non ricambiata.

 

7. Chat

Un’aspetto molto interessante annunciato all’F8 è quello che permetterebbe di chattare su Messenger anche con i contatti di Whatsapp e Instagram senza abbandonare la prima applicazione.
Si potranno avviare conversazioni segrete e verrà implementata la crittografia end-to-end.

Allo stesso tempo Messenger potrà trasformarsi in un prezioso tools di lavoro, grazie all’app desktop che permetterà call conference e la fruizione di contenuti visivi in contemporanea.

Un’applicazione interessante che mi viene in mente è quella di webinar di studio o di formazione professionale live, riservata a chi avrà precedentemente acquistato il corso.

 

8. Eventi

Saranno migliorate anche le funzioni relative alla ricerca degli eventi vicino a noi e le raccomandazioni di altri utenti riguardo a manifestazioni pubbliche.

 

9. Instagram

L’impegno su Instagram è votato al miglioramento dell’esperienza e dunque al contenuto piuttosto che all’autore dello stesso.

Instagram oggi si fonda sui like e sulla riprova sociale tanto del singolo account quanto di ogni post. Per questo i test attuali sono incentrati sulla possibilità di rendere visibili i like al post solo all’utente autore e di nasconderli al suo pubblico.
Basterebbe questo a smontare il castello di “like4like” e “followforfollow” in cui Instagram è intrappolato da anni?
Nonostante l’aggiornamento di qualche mese fa (leggi in questo articolo l’approfondimento), di sicuro la novità non piacerà agli influencer che non generano contenuti utili e originali.

Sarà introdotta con tutta probabilità la funzione che permetta di acquistare direttamente su Instagram i prodotti pubblicizzati da ambassador e influencer, così come quella – già presente su Facebook – di organizzare raccolte fondi.

 

10. WhatsApp Business

Importante novità per le aziende sarà la possibilità di sviluppare un catalogo prodotti da associare all’account e da condividere quindi con i prospect che si saranno messi in contatto con l’azienda tramite chat.
Pare si potranno completare transazioni d’acquisto direttamente sull’applicazione.

 

IN CONCLUSIONE

Credo che questi cambiamenti rivoluzioneranno il concetto di “Amici” su Facebook. Lo sviluppo dei gruppi, e le maggiori opzioni di privacy consentiranno di differenziare meglio le relazioni. La nuova funzione “Meet New Friend” ad esempio permetterà di cercare nuove amicizie nell’ambito di interessi in comune piuttosto che in virtù di una concreta conoscenza nella vita reale.

Mi viene in mente il concetto delle cerchie sviluppato da Google+, ma applicato e calato perfettamente nelle funzioni ormai rodate da Facebook.

Invito continuamente i miei clienti a sviluppare delle community a lato della pagina ufficiale.
Grazie alle KPI (leggi cosa sono in questo articolo) noto che le interazioni ottenute all’interno di un gruppo amministrato dalla pagina ma alimentato dall’esperienza di ogni utente iscritto, seppure meno “evidenti” agli occhi di chi capita per caso sulla pagina, siano più preziose ed efficaci anche ai fini di conversioni commerciali e brand reputation.

La mia idea è che il potenziamento di tutte le funzioni connesse ai gruppi, soprattutto quelli chiusi o addirittura segreti, e la ricerca di un social sempre più privato – e di conseguenza difficile territorio di caccia delle aziende che vorranno fare pubblicità –  porterà una rivoluzione alle campagne e alle strategie ads.

Oggi un utente che palesa con un post pubblico i suoi interessi, che tagga pubblicamente la serie tv che sta guardando o che esegue il check in in un luogo in particolare, sa perfettamente che sta offrendo informazioni preziose agli inserzionisti pubblicitari e che quel post prima o poi gli si ritorcerà contro trasformandolo nella preda ideale di re-marketing continuo.

Se un utente palesa i propri interessi solo nell’ambito di piccoli salotti, come potrà il commerciante, magari ancora fermo a pubblicizzarsi in quella piazza che ogni giorno si svuota sempre più, raggiungere i suoi clienti e attirarli in negozio?

A buon intenditor…

A proposito di facebook, sei già seguace della nostra fan page?

 

 

Nazareno Brancatello

Sono uno dei BBrothers. La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide. Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti. Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team. Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.


bbadv-facebook-down-day-2019

FACEBOOK DOWN DAY - QUANTO COSTA UN DISSERVIZIO

 

FACEBOOK DOWN DAY - QUANTO COSTA UN DISSERVIZIO

Mentre l’intera suite di Facebook andava in panne, la concorrenza aveva la fila alla cassa.
Cosa accade alla tua azienda quando causi un disservizio ai tuoi clienti lasciandoli senza supporto?

È stato prontamente ribattezzato il “Down Day”. Io amo chiamarlo Mercoledì Nero di Zuckerberg.
Si lo so che può sembrarti esagerato un riferimento diretto alla crisi di del 1929 a New York. Ma sei sicuro di sapere cosa ha generato sul tessuto sociale ed economico una giornataccia dei server di Facebook?

AH! C’È ANCHE TELEGRAM

Pare che mentre Whatsapp si prendesse una piccola “pausa” - da leggersi blackout - le persone abbiano pensato bene di vedere più da vicino come funzionasse Telegram.

Quest’ultimo in poche ore ha acquisito circa 3 milioni di nuovi utenti.
Telegram da sempre ritenuto l’alternativa a Whatsapp - se conosci davvero Telegram sono sicuro che ti sarà venuta la pelle d’oca leggendo questa affermazione - ha registrato un aumento di registrazioni alla piattaforma che oltre ad offrire un servizio di messaggistica al pari di altre app, consente di rimanere aggiornati su brand e aziende attraverso i “canali” o trasferire documenti e file con prestazioni migliori rispetto ad altre applicazioni.

LET’S TWEET !

Fatto fuori Facebook per un po’, con Instagram i cui feed risultavano bloccati, ecco che Twitter ha vissuto un gran momento di gloria.

Il social dei cinguetti ha vissuto ore di celebrità divenendo per un giorno il social più utilizzato. Soprassediamo sul fatto che fosse l’unico funzionante?

Persino Zuckerberg ha dovuto comunicare attraverso il social avversario per informare media e utenti sul temporaneo disservizio.

CHI PAGA IL DANNO

Pare che Codacons si sia immediatamente attivata per ottenere risarcimenti dei danni patiti dalle aziende e dagli utenti che giornalmente sviluppano i loro contenuti o gestiscono le relazioni con i propri clienti sulle piattaforme oggetto del disservizio.

Pensaci, quante aziende sviluppano customer care attraverso Messenger, quanti funnel di vendita diretta sono sviluppati su Facebook, quante relazioni di lavoro ogni giorni si tengono attraverso Whatsapp?

Codacons ha formalmente invitato gli utenti a contattarla per ottenere risarcimento a danni materiali patiti durante le ore di blackout.

GOOGLE, AIUTAMI TU

Non era mai accaduto che Facebook vivesse una lunga serie di disservizi così duratura. Oltre 5 ore di rallentamenti e malfunzionamenti che hanno coinvolto anche Oculus, l’azienda - sempre di Mark - dedita alla ricerca e allo sviluppo di servizi di realtà aumentata.
Persino tra le query di google sono balzate in cima alla classifica parole chiave legate al disservizio.
Migliaia di utenti in cerca di spiegazioni e soluzioni per i numerosi errori di caricamento delle app.

DOVE SONO I MIEI SOLDI?

Lo avranno pensato i manager a capo dell’intera suite di Facebook Inc.?
Pare che il danno si possa stimare - di certezze in questi casi non se ne possono avere - in circa 110 milioni di dollari in azioni.
I disservizi di queste piattaforme rimbalzano, dalle campagne pubblicitarie attivate prima del blackout, alle attività pubblicitarie degli influencer, con conseguenze sul lavoro di decine di migliaia di social marketers.
Pensiamo alle dirette su Facebook Watch, canale scelto da molte società per divulgare contenuti video, che chiaramente hanno subito gli effetti del down day sulla trasmissione di eventi irripetibili.

QUANTO COSTA UN DISSERVIZIO?

Non amo cavalcare questo genere di notizie solo per ottenere qualche visita in più al sito. In realtà ho trattato l’argomento perché mi è sembrata la risposta perfetta ad una domanda che faccio ad ogni nuovo cliente che incontro o a tutti quegli imprenditori che partecipano ai miei workshop e sostengono di non aver bisogno di un sito internet perché “hanno Facebook”.

Cosa accadrebbe se Facebook smettesse all’improvviso di funzionare? Cosa accadrebbe ai tuoi profitti, al tuo indotto di nuovi clienti, se tutto il tuo marketing fondato su un solo canale, crollasse senza preavviso?

Quando lo domando, puntualmente ricevo come risposta affermazioni come “è impossibile” oppure “Facebook è troppo potente” o ancora “ormai Facebook fa parte della vita di tutti”.

Ecco, il Down Day di Facebook è la dimostrazione che non si può e non si deve fare a meno di un sito internet e di una strategia di marketing basata sulla multicanalità on e off line. Dimostra che non si può veicolare prospect in store o sul sito solo e soltanto con un percorso Facebook-based. Dimostra che una buona inbound strategy va pianificata considerando stimoli multisensoriale, multilivello e multicanale.

Ci ricorda che un buon customer care e i servizi di assistenza possono essere velocizzati con servizi di messaggistica e chat, che tuttavia vanno affiancati al tradizionale supporto telefonico, che tanto rincuora chi ha bisogno di un contatto umano per sentirsi sostenuto.

Non dimenticando che oltre il web, le persone continuano ad esistere anche nella vita reale e che possono essere raggiunte al di fuori dello schermo del loro smartphone.


Nazareno Brancatello

Sono uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.



bbadv-articolo-le-persone-lavorano-per-soldi

LE PERSONE LAVORANO SOLO PER I SOLDI?

 

LE PERSONE LAVORANO SOLO PER I SOLDI?

Ormai la ggente lavora solo per lo stipendio a fine mese e non fa nulla di più di ciò che gli viene richiesto.
Anzi, a dirla tutta non lavorano neanche così bene, per questo motivo si meritano a stento lo stipendio.

Sto scherzando, su! Non fare quella faccia inorridita.

Le due G di gente avrebbero dovuto farti capire subito che sono in vena di esagerare un po’, cavalcando l’onda di un luogo comune di cui, probabilmente, anche tu sei stato vittima qualche volta.

Non vorrai mica farmi credere che in un momento di nervosismo e delusione tu non abbia pensato che i tuoi collaboratori fossero soltanto un gruppo di mercenari fedeli solo al bonifico di fine mese?

Beh, se non lo hai mai pensato… accidenti! Complimenti vivissimi.
Insomma, sto ancora cercando un imprenditore che non lo abbia pensato almeno una volta per giustificare un periodo non proprio positivo.
Capita che la produzione stenti, o le vendite rallentino in modo preoccupante.
Ed ecco che le risorse umane sono un ottimo alibi da tirare in ballo.

D’altra parte qualsiasi azienda fonda il suo successo sul buon lavoro delle sue risorse.

“Potrebbero fare di più”
“Non partecipano abbastanza”
“Non li sento coinvolti”

È facile davvero pensare che i collaboratori vivano l’azienda come un momento della propria giornata, e che finito l’orario di lavoro finisca il loro legame con gli obiettivi e le necessità dell’organizzazione, almeno fino al giorno dopo.

È davvero così?

Sarebbe sbagliato in fondo?
Si lo so, tu che sei imprenditore non puoi farlo.
A qualsiasi ora del giorno e della notte le tue responsabilità ti seguono fedeli, anche in bagno o sotto le coperto la sera.
Per un collaboratore invece il lavoro può e dovrebbe essere qualcosa da poter interrompere, per tornare a casa e dedicarsi alle proprie passioni e alla propria famiglia.

Si lavora per vivere, non si vive per lavorare.
È un motivetto che circola spesso tra lavoratori.
Puoi biasimarli?

È naturale che il tuo legame con la tua azienda sarà sempre superiore a quello di qualsiasi collaboratore.
Questo però non li rende meno meritevoli della tua stima.

I collaboratori hanno bisogno della tua approvazione. Devono sapere di essere importanti per te, altrimenti perderanno interesse verso gli obiettivi del tuo business.

Quando si parla di motivazione del personale spesso si pensa ad attività eccentriche ed esagerate al fine di esaltare le persone.
In realtà la prima vera attività di team building e motivazione delle risorse umane è la stima del datore di lavoro.

Nessuno di noi vuole impegnarsi per qualcuno che non prova riconoscenza e stima.

Qualsiasi risorsa umana, lavativi seriali a parte, ha bisogno di trovare nell’azienda un’ambiente in cui confrontarsi alla pari, crescere personalmente oltre che professionalmente e costruire relazioni solide.

Appartenenza

In un’epoca social come può un’azienda non promuovere le relazioni.
I tuoi collaboratori conoscono i tuoi canali di comunicazione?
Partecipano attivamente e spontaneamente alla comunicazione verso l’esterno volta ad aumentare la brand reputation?
Prendono parte alle attività pubbliche del tuo brand, condividono contenuti social, spendono parole positive nelle loro cerchie verso il tuo prodotto?
I tuoi collaboratori sono i tuoi primi clienti?
Fanno uso dei tuoi prodotti o servizi?
Credono in ciò che producono?

Nessuno di noi è disposto a dedicare tempo e credibilità a qualcosa che non ama.
È fondamentale che i tuoi collaboratori sviluppino senso di appartenenza affinché sentano l’esigenza di essere allo stesso tempo ambassadors del sistema di valori che rappresentano attraverso il tuo marchio.

Il senso di appartenenza fa sì che ognuno di noi si trasformi volontariamente in paladino di una causa.

Se attrai persone interessate al denaro e poco altro, è possibile che tutta la tua comunicazione sia incentrata sul fatturato o sul massimo profitto.
La ricerca della redditività che è caratteristica di ogni business, ha per caso oscurato i valori umani della tua organizzazione?

Se comunichi solo attraverso obiettivi, incentivi, benefit a fatturato, premi produzione, sicuramente rientri tra quegli imprenditori che si sono lamentati o lo faranno presto, per collaboratori eccessivamente cinici e distaccati.

Rendili Felici

No, per carità. Non devi mica indossare una parrucca e fare ridere i tuoi colleghi.

Ma cavolo, a volte basta così poco per migliorare la vita di una persona.
Più supporto tecnico, strumenti di lavoro più agevoli e innovativi, una parete in meno o uno spazio confortevole per la pausa caffè.
Un Contest interno, o un’attività ludica fine a se stessa organizzata tra colleghi.
Ancor più banale, a volte migliorare l’areazione degli ambienti di lavoro genera maggiore entusiasmo.

Le esperienze positive inaspettate sono la chiave della felicità. Così come la condivisione degli obiettivi e la gratificazione al raggiungimento degli stessi.

Sai cosa ha fatto Facebook qualche anno fa?
Era prassi far trovare sulla scrivania di ogni nuovo collaboratore un piccolo libretto dalla copertina rossa, al cui interno erano contenute frasi e immagini ad alto impatto emotivo e motivanti.
Una grandissima azienda ma un piccolissimo gesto. Non dirmi che non potresti permettertelo.

Starbucks ad esempio incentiva qualsiasi dipendente agli studi universitari, finanziandoli attraverso un progetto interno.

Ikea omaggia i propri dipendenti di un buon acquisto nel caso in cui si sposino o inizino una convivenza, per approvarne le scelte familiari più importanti.

I dirigentii di Netflix, non a caso la maggior azienda di web streaming, sono tra i più felici al mondo. Godono di ferie illimitate a patto che portino a termine i loro impegni, e possono acquistare senza limiti di spesa purché le spese siano chiaramente a vantaggio dell’azienda.
Credi davvero che un colosso mondiale sottovaluti azioni come queste?

Molte grandi aziende americane hanno introdotto lo Chief happiness officer, nient’altro che un responsabile della felicità, incaricato di cogliere le esigenze e gli stati d’animo dello staff.

Potresti essere tu il responsabile della felicità della tua azienda, provando ad abbandonare qualche preconcetto e iniziando ad osservare il comportamento del tuo staff, appurando chi e perchè si impegna nelle proprie mansioni e valutando quanto le vostre motivazioni siano realmente compatibili.

Accerchiati di persone passionali, competenti e ambiziose. Condividi con loro le gioie e i successi del lavoro in gruppo.


Nazareno Brancatello

Sono uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.



bbadv-copyright-articolo

Paternità di un’opera. È giusto firmare i propri lavori?


PATERNITÀ DI UN'OPERA. È GIUSTO FIRMARE I PROPRI LAVORI?


Siamo innegabilmente in un momento storico in cui la digitalizzazione ha dato l’impressione che tutto sia di tutti, che l’informazione non abbia padrone (se mai ne abbia avuto uno) e che chiunque possa utilizzare qualsiasi cosa per i propri scopi.

SPOILER: ARTICOLO AD ALTO CONTENUTO DI OPINIONI PERSONALI.

È il lato oscuro dei motori di ricerca.
Digiti qualche parola.
Ottieni siti, articoli di blog, interviste, citazioni, fotografie e video.

Gran parte dei materiali depositati sul web, quindi sui numerosi social network e sui siti delle aziende, sono copie di copie che vengono di volta in volta acquisite - sempre grazie ai motori di ricerca - e riutilizzate. 

Un plauso invece alle aziende che si autoproducono con grafici, copywriter e sviluppatori interni, o che si affidano a società di marketing per farlo. 

Sono aziende che hanno ben chiaro il valore del marketing e della strategia prima della vendita del prodotto.
Come si fa dunque a stabilire la paternità di un contenuto in una giungla di informazioni quale è il web?
Perché una società di marketing dovrebbe (o non dovrebbe) firmare un contenuto prodotto per i clienti? E quando può essere ritenuto lecito farlo?

FIRMARE O NON FIRMARE?

Partiamo dalla considerazione che il web non offre risposte chiare

Al di là dei diritti d’autore e del copyright, argomenti spinosi che avrò cura di non aprire, non esiste un riferimento chiaro e univoco riguardo alla legittimità da parte di una società nel firmare un progetto grafico, una locandina, uno spot video. 

Siamo nell’ambito dell’uso comune. 

Si fa riferimento a chi e quanti prima lo abbiano fatto e in che modo. 

Rimaniamo nel territorio dell’autodeterminazione, di una scelta personale che ogni società è libera di fare, in funzione dei risultati che vuole ottenere. 

E le scelte - tutte le scelte - sono opinabili in quanto tali e mai una potrà mettere d’accordo tutti.

É un argomento apparentemente semplice che in realtà costringe ad una riflessione su due livelli. Quello estetico e quello etico. 

CREDIBILITÀ

Il lavoro di marketing non è per tutti. 

Il tempo dei consumatori “creduloni” che attribuivano ad un brand ogni azione del brand, ogni produzione e ogni risultato - diciamocelo - è quasi finito.

L’enorme grado di consapevolezza dei millennials rispetto ai concetti di reputation o di pubblicità, fa sì che sia ormai consolidata nei consumatori la consapevolezza che un brand è costruito da azioni simultanee.

Diamo a Cesare quel che è di Cesare, diamo la produzione agli operai, i conti all’amministrazione, i piatti agli chefs, il social ai social media manager.

Dunque - ricordi quanto ti ho detto che avresti trovato molto delle mie personali opinioni? - sono quasi certo che qualsiasi consumatore minimamente dotto rispetto alle dinamiche digitali, sia consapevole che i testi di un sito internet ben fatto, o i post di un profilo social aziendale, non siano curati direttamente dall’imprenditore, ma da qualcuno che lo rappresenta più o meno fedelmente. 

Può un bravo imprenditore della ristorazione essere anche un esperto graphic designer o SEO specialist? 

Quantomeno improbabile…

E perché mai il fatto che un imprenditore intelligente che abbia saputo delegare queste funzioni ad un addetto esperto, dovrebbe infastidire i suoi clienti, anche i più affezionati?

Dunque un’opera firmata, che sia un contenuto social, un sito o una semplice locandina, a mio avviso non toglie nulla né al prodotto né all’organizzazione oggetti della comunicazione.

E se da cliente scrivi ad una pagina convinto di parlare all’imprenditore, ti suggerisco di scrivergli un più amichevole messaggino o di cercarti il suo profilo personale.

ETICA CUM GRANO SALIS

Fatto pace con il pensiero che il marketing sta ai marketers e che non vi è nulla di male, anche se dovesse essere noto pure ai consumatori, rimane la quaestio scomoda riguardo alla legittimità di un’agenzia di firmare un’opera su commissione. 

Mi verrebbe banalmente da dire che tutto il mercato si basa sulla pubblicità e che, in assenza di diversi accordi contrattuali, nulla vieta a qualsiasi agenzia di indicare la paternità di un opera anche per ovvi e mai celati fini pubblicitari.

D’altra parte ad apprezzare una campagna pubblicitaria o una strategia non sono solo i consumatori che la subiscono, ma spesso maggiormente gli addetti ai lavori e altri imprenditori. 

Per non parlare del piacere di qualsiasi artista nel vedere realizzata, esposta ed apprezzata una sua creazione. 

Lo strumento più efficace per una società di marketing per farsi notare è, appunto, firmare un’opera ben fatta. 

Advertising | SushiStation Palermo | bbadv | 2019

Questo chiaramente non legittima il professionista ad apporre il proprio nome a caratteri cubitali, o dimenticare la “gerarchia” tra le dimensioni di una firma e il messaggio che deve passare attraverso l’opera stessa. 

Per cui - eccoci, siamo di nuovo ad una mia personale opinione - una firma non può far male a nessuno ammesso che in alcuna misura penalizzi l’efficacia del contenuto o del messaggio. 

FIRMIAMO TUTTO ?

Sono assolutamente a favore del firmare un’opera, fatte le dovute eccezioni. 

Un brand internazionale potrebbe al contrario subire un danno se si palesasse troppo apertamente che le proprie strategie di marketing sono affidate ad altri. 

Si presuppone infatti che le multinazionali abbiano fior fior di professionisti al loro servizio e che siano ben consci non solo dei valori che rappresentano, ma anche di quali siano i mezzi migliori per comunicarli. 

Ecco dunque il caso in cui apprezzo che un progetto rimanga “anonimo”. 

Va da sè che nella fattispecie i costi che il cliente dovrà sostenere saranno superiori proprio in virtù di una cessione praticamente totale di ogni diritto o attribuzione di paternità di quell’opera. 

Il secondo caso in cui non ritengo necessario che un professionista firmi una realizzazione è per quelli che definisco “contenuti leggeri”, ovvero testi e grafiche di breve e semplice applicazione, ad esempio quei post per social network finalizzati all’acchiappa reach, o contenuti emozionali che meritano di poter vivere la loro breve ma intensa vita in pace e nell’anonimato.  

E se non sai cosa sia un’acchiappa reach, allora è il caso che deleghi il tuo digital marketing ad altri. 

L’efficacia di un contenuto nel diventare più o meno virale/diffuso è data anche dalla sua presunta istantaneità creativa. 

Un post in cui sia palese un ragionamento profondo o una strategia, rischia di essere inconsciamente penalizzato dal pubblico stesso. 

A OGNUNO IL SUO

Può infastidire un consumatore sapere che la comunicazione online del suo brand del cuore non è gestito dal brand del cuore ma da un addetto specializzato. 

Si se… qualcuno sperasse di parlare con Carlo Cracco commentando i post di Carlo Cracco, o di discutere di politica con Salvini commentando i suoi post.
O Ancora di parlare con una Girella interagendo con i post della nota merendina. 

No se… riesci ad apprezzare che un bravo ristoratore sia conscio che una comunicazione professionale non è il suo mestiere, o che una nota marca di birre affidi ad un social media manager il compito di trollare i fans della pagina felici di lasciarsi trollare, consapevoli  tuttavia che non è stata né la birra né tantomeno il signor birraiolo. 


Nazareno Brancatello

Sono uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.