Instagram Stories

Le Storie di Instagram: amore o dipendenza?

L’avvento delle Storie su Instagram ha cambiato, se non stravolto, l’utilizzo dell’app. Un posizionamento talmente diffuso e consolidato che oggi le Stories, dopo aver conquistato Facebook, approdano anche su LinkedIn. Cosa sono le Storie di Instagram, che valore hanno per gli utenti e che opportunità offrono alle aziende?

Le Storie di Instagram sono state introdotte il 02 agosto 2016. Palesemente copiate a Snapchat (proprio come i Reels sono un clone dei TikTok) da allora hanno avuto un successo esponenziale, confermato dai 500 milioni di utenti che ogni giorno ne fanno un uso smodato.

Instagram stesso le presenta come un contenuto che ti permette di “condividere tutti i momenti della tua giornata, non solo quelli che vuoi tenere nel tuo profilo”. 

Cosa sono le Storie e perché funzionano?

Si tratta di foto o video, la cui condivisione dura solo 24 ore ed è qui che risiede la loro potenza. La loro evanescenza fa leva, da una parte, sulla necessità inconscia degli utenti di essere sempre online e di “mostrare” il meglio della loro quotidianità, dall’altra sul desiderio dei follower di essere sempre aggiornati e di visualizzare ciò che potrebbe interessargli prima che svanisca. Instagram stesso, infatti, ha dichiarato che le Storie portano gli utenti a frequentare la piattaforma con più frequenza e per un tempo maggiore. 

Urgenza e scarsità in un mix incredibilmente efficace. 

Cosa piace delle Storie? Sicuramente la loro spontaneità e velocità: spesso immortalano dei momenti più naturali, meno artefatti e quindi più divertenti, creando maggiore coinvolgimento degli utenti.

Inoltre, la loro grande dinamicità e varietà, proprio come strumento in continuo mutamento, non le rende mai noiose: basti pensare a tutte le novità introdotte negli anni e al potenziamento delle funzioni iniziali. 

Azzarderei che neanche un Digital Native le padroneggi veramente tutte. 

Perché usare le Storie di Instagram? 

I motivi che dovrebbero spingere ad un utilizzo strategico delle Storie su Instagram potrebbero essere essenzialmente tre: 

1- maggiore visibilità: dato che le Storie si posizionano nella parte superiore della bacheca, sono le prime ad essere viste non appena si accede sulla piattaforma. Ciò significa che saranno le prime ad attrarre l’attenzione dell’utente, oltre al fatto che, scorrendo in modo automatico, permettono di essere viste anche “involontariamente” e senza che l’utente abbia effettivamente cliccato.

2- maggiore possibilità di emozionare l’utente: si tratta di un formato più leggero e di evasione, che permette spesso di immortalare un momento, una sensazione o un pensiero che merita di essere condiviso istantaneamente con chi vi segue. Combinando in modo creativo foto e/o video con palette, scritte, adesivi, filtri, gif e tutti gli strumenti messi a disposizione, è possibile creare dei contenuti in grado di coinvolgere la sfera emotiva in modo molto più impattante di un semplice post sulla bacheca.

3- maggiori possibilità di creare un contatto diretto: le Storie di Instagram hanno ridato vita alla funzione – quasi dimenticata – del Direct Message, la quale rappresenta l’unica modalità per rispondere ad una Storia. Sapevi che in media una Storia su cinque riceve almeno un messaggio diretto? 

Le Storie di Instagram devono essere integrate nella propria strategia di comunicazione su Instagram, seguendo principalmente due logiche: 

1- la sperimentazione: grazie al fatto che hanno durata limitata ( di sole 24 ore) perché non usare le Storie come strumento per sperimentare nuove idee. A maggior ragione se queste non vengono gradite, scompariranno presto! 

Ciò non significa pubblicare senza una preventiva valutazione strategica, che potrà essere costituita da un processo di: 

  1. Brainstorming 
  2. Nuove idee 
  3. Creazione e pubblicazione contenuto 
  4. Analisi delle performance e KPI 
  5. Valutazioni 

Non è Marketing, senza dati. Neppure nelle Storie.

2- il Brand Storytelling: significa saper raccontare la tua offerta legata al contesto in cui prende vita. Quindi rendere protagonista l’azienda, lo staff, la filosofia aziendale, la missione e l’idea che si vuole creare e che arriva al consumatore finale, il quale a sua volta svilupperà aspettative che bisognerà soddisfare ben oltre le 24 di vita del contenuto. 

Hai presente quella sensazione trepidante che provi aspettando il giorno e l’ora esatta in cui la tua serie tv preferita andrà in onda con una nuova stagione? Ti piacerebbe che i tuoi follower provassero anche solo una parte di quella sensazione aprendo l’applicazione in cerca dei tuoi contenuti?

Come si creano le Storie di Instagram?

È davvero semplicissimo – un po’ meno se non sei un millenials, basta lanciare l’app di Instagram o Facebook e, dalla home, cliccare sulla propria icona con il piccolo “+” blu, in alto a sinistra sull’apice dello stream. Ora sei dentro l’editor delle stories e puoi scegliere innanzitutto se produrre:

Video in Diretta: Un video che può sforare i canonici 15 secondi delle storie, arrivando fino a 60 minuti e che potrà essere aggiunto alla sezione IGTV. Il vantaggio principale che offre è che, a differenza delle storie, l’app invia una notifica a tutti i follower avvisandoli della diretta in corso. 

Storia: la modalità originale per produrre una storia fino a 15 secondi.Può essere editata con foto e/o video, aggiungendo degli effetti e applicando filtri o altre opzioni come l’editor di testo, la modalità boomerang o superzoom. Una volta registrato – o caricato un file già pronto dalla gallery – è possibile aggiungere gif e altri elementi visivi, infine includere tag, hashtag, luoghi e citazioni che hanno lo scopo di coinvolgere maggiormente i follower e di aumentare la visibilità del contenuto. 

Reels: è il nuovo formato che nasce ancora una volta dalla capacità di Facebook Inc. di cogliere il meglio dai competitor. Una volta attestato il successo di TikTok e dei sui video estremamente performanti, i reels non sono solo l’alternativa all’app cinese, ma possono includerne i contenuti  che diventano così protagonisti anche su Instagram.  I reels presentano quasi le stesse opzioni di una qualsiasi storia, ma dispongono di una sezione dedicata all’interno dell’app, proprio come le storie. Una distinzione le cui ragioni non appaiono ancora chiarissime e che possiamo presumere vedono oltre la semplice battaglia di quote di utenti a TikTok. 

Come puoi sfruttare le Storie?

Le Storie su Instagram sono fondamentali per mantenere vivo il rapporto con chi ci segue e stimolare la sua reazione e il suo coinvolgimento in modo costante. Le idee di utilizzo sono parecchie e non considerarne i vantaggi sarebbe un peccato: 

  • Sondaggi: usate le Storie per chiedere le preferenze dei tuoi follower tra due prodotti/servizi. un modo divertente e alternativo per coinvolgere il pubblico e avere un feedback rapido e diretto su gusti, preferenze, trend…
  • Consigli: i famosi contenuti “How to” in cui puoi offrire consigli e istruzioni su come eseguire qualcosa, inerente alla tua attività o all’uso del tuo prodotto, o semplicemente su argomenti affini. 
  • Dietro le quinte: racconta il “behind the scene” di qualcosa in particolare, di un evento o di una campagna pubblicitaria, dei processi produttivi o della tua vita privata se sei un personaggio rappresentativo. Sbirciare nelle zone per addetti ai lavori o sbirciare nell’intimità delle star è sempre elettrizzante per il pubblico. 
  • Rubriche settimanali: Scegli dei temi, proponili ai tuoi follower – magari sfruttando i sondaggi – e discutili periodicamente  favorendo dialogo e interazione. L’opzione domanda ti permetterà di fare domande dirette ai follower e rendere le risposte oggetto delle storie successive. 

Consiglio: per qualsiasi tipologia di Storia e qualsiasi argomento, è auspicabile scegliere uno stile – in termini di pallette, carattere, font, hashtag – e di mantenerlo invariato nel tempo ( o almeno di provarci). L’obiettivo principale è quello di essere riconoscibili sempre e in modo immediato da chi ci segue. 

Con che frequenza pubblicare le Storie?

Sicuramente, le Storie vanno alimentate con costanza e creatività: indiscutibile è l’importanza del contenuto iniziale che sancisce il coinvolgimento dell’utente o un flop assoluto, qualora questo non dovesse essere un contenuto di qualità. Quindi sceglietelo strategicamente e con attenzione. 

Esistono alcuni Tool che permettono la programmazione delle Storie e che permetteranno, quindi, di redigere e rispettare un ricco piano editoriale: 

  • Onlypult
  • Later
  • Storrito

Considerato che una storia rimane visibile per le 24 ore successive alla pubblicazione, è preferibile avere dei contenuti sempre presenti nel carosello che ogni utenti visita guardando le storie. Se vuoi essere sempre presente in distribuzione dovrai pubblicare almeno 2-3 contenuti ogni giorno. Ricorda però che è preferibile rimanere in silenzio piuttosto che dire sciocchezze. Meglio non pubblicare che pubblicare cose poco interessanti che potrebbero allontanare i follower. 

Le Stories Highlights 

Le Stories Highlights sono le cosiddette Storie in Evidenza. Si tratta di aggregatori permanenti di Storie, che si posizionano proprio sotto la Bio del profilo Instagram e che prolungano a vita alle Storie. 

Le Storie in Evidenza sono molto utili se concepite “Tematiche”: per mettere in risalto i principali prodotti o servizi offerti, o dei topic su cui si vuole porre maggiore attenzione. Quindi possono essere suddivise per categoria, creando una foto cover, che sia possibilmente coordinata per la Brand Identity e che rappresenti in modo iconico il contenuto. È possibile dare un nome a ciascuna Storia, che sia rappresentativo e lungo massimo 15 caratteri (non tutti visibili).
Molti ristoranti utilizzano le storie in evidenza per mantenere sempre visibile il loro menu, o per raccogliere tutti i contenuti prodotti dai clienti. 

All’interno di ciascuna Storia in evidenza è possibile inserire massimo 100 contenuti dall’archivio delle storie, tra foto e video; superata questa soglia, la Storia in Evidenza viene automaticamente archiviata. 

 

Come misurare la performance delle tue Storie?

Ti raccomando di misurare sempre i risultati che raggiungerai con le tue Storie. Come? 

Monitorando dei semplici indici, quali: 

  • Visite uniche: il numero di persone che hanno visualizzato la Storia. Se rapportato al numero dei tuo Follower è possibile individuare il grado di coinvolgimento del Brand 
  • Tasso di completamento: in quanti visualizzano tutte le tue Storie e in quanti invece abbandonano prima della fine? Quanti touch per passare alla tua prossima storia o a quella precedente e quanti invece per switchare alle storie del prossimo profilo? Valuta il tasso di abbandono e, se alto, ricerca il perché questo accada. 
  • Risposte ai messaggi: i messaggi diretti sono una chiara riprova del coinvolgimento dei propri Follower. Stimola il dialogo e fai in modo che gli utenti debbano restituirti un feedback sul contenuto. In questo modo la portata della tua storia aumenterà arrivando anche a utenti che non sono ancora tuoi follower. 

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Silvia Li Vecchi

Ciao, sono Silvia Li Vecchi.
Marketing Addicted: mi piace il Marketing in ogni sua accezione.
Parlare, comunicare e instaurare relazioni: il network è alla base di tutto. Credo nell’educazione al Bello e che le Creatività nutra l’anima.
Danzo da quando cammino e Cucino per divertirmi (e perché mi piace mangiare!).
Enjoy.


database building

Database Building: primo passo per un email marketing efficace.

Il Database Building è fondamentale per dare inizio ad una corretta ed efficace attività di mail marketing, che a sua volta deve essere integrata alla strategia di marketing e di comunicazione del brand. Soprattutto per chi possiede un sito web e fa e-commerce, sicuramente l’invio costante e coerente di comunicazioni informativi e/o commerciali permette di tenere sempre attivo il rapporto con il cliente, o potenziale tale, aumentando le probabilità di conversione, nonché di acquisto. 

Non basta mandare una comunicazione ad un elevato numero di email, senza investire preventivamente tempo e risorse nella costruzione di un Database che sia qualitativamente valido. 

La qualità e la corretta profilazione dei contatti sono la chiave per fare database building e avviare una produttiva attività di mail marketing. 

Cos’è il Database Building?

Come già anticipato in questo articolo (leggi qui) il mail marketing è fondamentale sia per accrescere la reputazione del brand, sia per migliorare la performance delle vendite. La prima cosa da fare però rimane la creazione di un database di contatti di qualità e profilati. 

Sicuramente la costruzione di un Database inizia con la raccolta di indirizzi email o numeri di telefono forniti dal diretto titolare, il quale darà il suo consenso all’utilizzo di questi dati per ricevere qualcosa che per lui abbia un valore aggiunto, quali informazioni o promozioni dedicate. 

[ NB: l’Email Marketing si base necessariamente sulle logiche di quello che è stato definito Permission Marketing, ovvero le strategie di marketing che puntano ad ottenere dal consumatore stesso il permesso a comunicare direttamente con lui. D’altronde, se sarà lui stesso a fornire i dati e il consenso al loro utilizzo dovrebbe prestare maggiore attenzione alle comunicazioni ricevute, conferendo maggiore efficacia alle azioni pubblicitarie.]

L’obiettivo dell’attività di costruzione di un Database non è tanto raccogliere una grande quantità di contatti, ma avere contatti che siano di qualità. 

In che senso?

Oltre all’indirizzo email, è fondamentale raccogliere per ciascun utente molte altre informazioni utili, quali: nome, genere, data di nascita, luogo di residenza, professione, interessi, e così via. 

Perchè?

Ciò permetterà di creare delle comunicazione molto personalizzate e mirate, in grado di confermare o superare le aspettative di chi legge, tenendo sempre attivo il rapporto tra il consumatore e il brand. 

Siate sempre consapevoli che si tratta di un’attività certosina, che richiede tempo e pazienza.

Come fare Database Building?

Alla base di una strategia di Database Building ci sta sicuramente la necessità di aumentare e diversificare i cosiddetti Entry Point ovvero dei punti di iscrizione – al fine di massimizzare l’esposizione dell’utente alla possibilità di lasciare i propri contatti.

Oltre al classico box d’iscrizione sul sito web, ecco alcuni strumenti ‘alternativi’ per far crescere il tuo database di iscritti alla newsletter: 

1- Link nella firma aziendale

La tua firma aziendale arriva a tantissime persone esterne all’azienda. Oltre al logo e ai contatti, perché non inserite l’invito ad iscriversi alla vostra Newsletter con in link diretto al forma di iscrizione?

2- Pop-up sul sito web

Chi approda sul tuo sito magari non è ancora pronto ad acquistare i tuoi prodotti, però potrebbe  essere disposto a lasciare i propri contatti per rimanere aggiornato. Perché non prevedere un pop-up (non troppo invadente e magari dinamico) per ricordare la possibilità di iscriversi, senza dover sperare che veda il form di iscrizione spesso presente a fine pagina?

3- Pagina Facebook

Sapete quanto tempo in media si trascorre su Facebook ogni giorno? Ben 50 minuti ed è un numero destinato a salire. Lsciarsi scappare la possibilità di intercettare gli utenti di questa piattaforma sarebbe poco strategico. Quindi, potrebbe essere utile creare campagne di sponsorizzazione con i Leads Ads oppure modulare la Call to Action della tua pagina, inserendo il link al proprio sito web su cui è possibile compilare il form e lasciare i propri dati. 

4- Download di contenuti rilevanti

Molti utenti sono ben lieti di lasciare il proprio indirizzo email e i propri dati in cambio di contenuti ad elevato valore aggiunto: ebook, paper, webinar, presentazioni, infografiche e similari.

5- Contest e Concorsi

Perché non dare la possibilità di vincere un premio partecipando ad un Contest o un concorso, in cambio di una registrazione a quest’ultimi?

Gli entry point possono essere anche offline, come i touch-point alle fiere o agli eventi, dove è possibile lasciare il proprio contatto email per registrarsi, in cambio di qualche gadget brandizzato.

Database Cleansing vs Database Enriching?

Una volta costruito il nostro Database, dovremo averne molta cura. Bisogna sempre tenere a mente che una lista di contatti subirà delle modifiche nel tempo e può capitare, ad esempio, che alcuni contatti diventino inattivi. In questo caso andranno messe in atto azioni di “pulizia”, ovvero di Database Cleansing, per cui verranno rilevati e rimossi contatti errati, imprecisi, inattivi, irrilivanti. Gestire i contatti infatti richiede un programma e la configurazione di automation, il cui costo spesso aumenta con l’aumentare dei contatti registrati. Un utente inattivo che non apre nessuna delle tue mail ti farà solo sprecare soldi e tempo, danneggiando anche le statistiche relative all’efficacia delle tue mail. 

Quando invece, nel corso del tempo, il nostro database si arricchisce di informazioni relative ai diversi contatti ( dalle informazioni demografiche a quelle psico attitudinali, come frequenza e abitudine di acquisto) assisteremo a quello che viene chiamato Database Enriching, il quale si sostanzia di fatto in tecniche e processi di profilazione sempre più profonda ed efficace. 

Cosa è la Profilazione? 

La profilazione è l’attività di raccolta ed elaborazione dei dati inerenti agli utenti di un servizio, al fine di suddividerli in gruppi a seconda del loro comportamento (segmentazione). Una profilazione puntuale ti permette di raggiungere un elevato grado di personalizzazione nelle comunicazioni, poiché traduce i dati e le informazioni relative ad un utente in campagne email dal contenuto rilevante per quest’ultimo. Uno studio di Marketing Land ha mostrato come le email personalizzate riportino un tasso di conversione 6 volte più alto e tassi di class unici superiori del 41% rispetto alle email standardizzate e anonime. 

Quindi, profila, profila, profila!

Come si effettua la Profilazione?

Esistono principalmente due approcci: 

  • Profilazione unica: è l’approccio più ambizioso e al tempo stesso più ostico, perché richiede al destinatario di compilare form, pagine e questionari piuttosto estesi. La profilazione unica permette di raccogliere una grossa mole di informazioni in un unico frangente. 
  • Profilazione progressiva: è la pratica di raccogliere nel tempo le informazioni sul potenziale cliente, con l’obiettivo di costruirne man mano un profilo il più possibile completo ed esaustivo. La profilazione progressiva può essere, a sua volta: 
  1. diretta, che si basa su domande esplicite rivolte al destinatario, da cui ci si aspetta la risposta in un clic. Il valore corrispondente alla voce selezionata viene quindi raccolto in automatico e le informazioni vengono aggiunte al profilo dell’iscritto. In questo modo, ottenendo ad esempio il cap di residenza, potrai inviare promozioni a singole aree coperte dal tuo servizio. 
  2. indiretta, che comporta la creazione di una categoria per ogni link inserito nell’email, dove ciascuna categoria di clic corrisponderà a un’informazione, a una determinata espressione di interesse. Nella profilazione indiretta non vi è alcuna domanda esplicita; l’informazione viene desunta da un’azione del destinatario sull’email. L’obiettivo in questo caso è desumere interessi e preferenze di ciascun utente dal suo comportamento sull’email, così da avere le informazioni per orientare le successive campagne di follow-up e determinare quali prodotti e offerte suggerire. Ad esempio, dopo aver inviato una prima mail, potrebbe seguirne una indirizzata solo a chi nella prima ha manifestato un grado di interesse superiore verso un contenuto, tanto da approfondirlo seguendo il link. 

Silvia Li Vecchi

Ciao, sono Silvia Li Vecchi.
Marketing Addicted: mi piace il Marketing in ogni sua accezione.
Parlare, comunicare e instaurare relazioni: il network è alla base di tutto. Credo nell’educazione al Bello e che le Creatività nutra l’anima.
Danzo da quando cammino e Cucino per divertirmi (e perché mi piace mangiare!).
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Usabilità sito web

I Web Vitals. La nuova iniziativa di Google per valutare la User Experience di un sito web.

I Web Vitals sono nuove metriche introdotte nell’algoritmo di valutazione di Google che spostano l’attenzione non più sui contenuti di un sito, bensì sull’esperienza di navigazione dell’utente. Non conterà più solo la qualità del risultato che Google può offrire ma l’accessibilità e la credibilità del sito che lo ospita. 

Tre nuovi fattori costringeranno noi programmatori a fare ancora più attenzione all’user experience. I Web Vitals riscriveranno letteralmente la serp di Google, modificando le gerarchie dei risultati (ad esclusione degli annunci a pagamento) e migliorando lo score di quei siti che mettono l’utente e la sua esperienza al centro delle loro scelte. 

I fattori principali, definiti Core Web Vitals, con cui si potranno valutare le pagine web sono LCP (Largest Contentful Paint), FID (First Input Delay) e CLS (Cumlative Layout Shift); vediamoli nel dettaglio cercando di evitare tecnicismi.

LCP (Largest Contentful Paint)

Il Largest Contentful Paint è il tempo di rendering dell’elemento più pesante all’interno della finestra di visualizzazione.

La pesantezza di immagini e video all’interno di una pagina web è sempre stata una delle cause principali delle cattive performance di un sito; con questo nuovo parametro non viene valutato il tempo complessivo di caricamento di una pagina (che continua comunque a rivestire un ruolo importante nella valutazione), ma solo il tempo che impiega a caricarsi l’elemento più pesante (molto probabilmente un’immagine o un video) tra quelli immediatamente visibili sullo schermo.

Il tempo di caricamento ideale è al di sotto dei 2.5 secondi.

FID (First Input Delay)

Il First Input Delay è un parametro che non si calcola immediatamente al caricamento di una pagina, ma dal momento in cui l’utente compie la prima azione sul sito (ad esempio il click su un pulsante o l’attivazione di uno script); dall’input dell’utente viene poi calcolato il tempo di elaborazione del server.

Se prendiamo ad esempio un menù a tendina che si espande al click dell’utente, il FID è il tempo che intercorre tra il click dell’utente sulla voce del menù e il completamento dell’apertura del sottomenù.

Il FID scoraggia quindi l’esecuzione di script eccessivamente pesanti, favorendo una navigazione fluida ed immediata.

Per valutarlo positivamente, il First Input Delay deve mantenersi al di sotto dei 100 millisecondi.

CLS (Cumlative Layout Shift)

Il Cumlative Layout Shift infine valuta la stabilità di una pagina web.

Se un elemento della pagina è molto pesante, o si carica in maniera asincrona, o si aggiunge dinamicamente tramite uno script in seguito al corretto caricamento della pagina, capita che la pagina possa “muoversi” o subire variazioni durante la navigazione a causa dell’introduzione dell’elemento in questione.

Questo fa sì che l’esperienza dell’utente ne risenta: immaginiamo di voler cliccare sul pulsante “annulla ordine” di un e-commerce, ma a causa del caricamento asincrono di un elemento il pulsante si sposta qualche centimetro più in basso nel momento in cui facciamo click, e finiamo per selezionare “conferma ordine”.

Il CLS si calcola quindi in base al numero di modifiche inattese che accadono in seguito al corretto caricamento della pagina, e idealmente dovrebbe essere pari a 0, ma viene fornita – generosamente – da Google una tolleranza di 0,1.

Strumenti Utili per verificare il tuo sito

Se vuoi verificare che il tuo sito sia in linea con i nuovi parametri di Google, Chrome mette a disposizione un’estensione apposita a questo link

Una volta installata clicca sull’icona in alto a destra nel browser (il quadrato colorato rosso o verde) e otterrai un punteggio per ognuno dei tre parametri rispetto alla pagina attualmente visualizzata.

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Marco Ilardi

Ciao sono Marco, mi definiscono un programmatore ed io mi fido.
Mi piace isolarmi ed immergermi nella scrittura del codice, cimentandomi in sfide sempre nuove… il tutto con un bel pezzo di pizza in mano.

Datemi del cibo ed un computer e non avrò bisogno d’altro.


E-commerce

E-Commerce e Covid: quando le crisi aiutano le vendite online.

Durante il lockdown gli italiani non hanno smesso di fare acquisti online ed è un dato che sorprende se si pensa che l’incertezza dell’economia dovuta alla crisi sanitaria ha spinto molti di loro ad essere più cauti negli acquisti. 

Lo strumento più usato per navigare e comprare è stato lo smartphone con un incremento in termini monetari pari a 12,8 miliardi di euro, 42% in più rispetto  ai 12 mesi precedenti. Lo smartphone inoltre favorisce gli acquisti di impulso, personalizzati sulla base delle informazioni salvate sul dispositivo ed è ovviamente uno strumento omnicanale, ovvero capace di stabilire una presenza nei diversi canali e piattaforme permettendo ai consumatori di comprare, interagire ed essere coinvolto in maniera simultanea e senza nessuna perdita nella customer experience.

I fattori alla base della crescita dell'e-commerce.

  1. Sviluppo nella progettazione di customer journey nativa mobile.
  2. Diffusione d’uso dello smartphone come primo strumento di ricerca.
  3. Miglioramento della connessione e della tecnologia. 

Se l’emergenza sanitaria del Covid19 ha causato gravi perdite economiche a livello mondiale, ha spinto anche il consumatore a riprogettare l’esperienza di acquisto favorendo un “salto evolutivo” del negozio online. Dall’inizio del 2020 ad oggi il web ha acquisito 2 milioni di nuovi consumatori: 1,3 arrivano direttamente dalle piattaforme di acquisto nate durante l’emergenza Covid. Il commercio sul web è il settore che crescerà di più a livello mondiale con un aumento stimato del 55%.

E-commerce di prossimità e Modern food retail

Non è un segreto che la crisi abbia obbligato noi consumatori a cambiare radicalmente alcune abitudini. Ma è davvero un risvolto negativo? 

No, assolutamente! 

Siamo riusciti in pochi mesi a ridisegnare comportamenti di acquisto che sicuramente rimaranno stabili a prescindere dalla crisi che stiamo vivendo: è una opportunità che le piccole e medie imprese non possono farsi scappare. Cambiano le nostre abitudini r cambia, anche,  il consumo di cibo.

Tra le modalità d’acquisto in crescita:

  • il modern food retail ovvero la distribuzione alimentare a domicilio
  • il click and collect ovvero la possibilità di comprare online per poi ritirare fisicamente in negozio: il “compra e ritira” è cresciuto del 349%, e ci si aspetta che nei prossimi mesi diventerà un’abitudine sempre più consolidata, poiché consente flessibilità, adattamento alle esigenze di mobilità e soprattutto distanziamento sociale. Boom inaspettato e in controtendenza con le grandi catene di distribuzione, quello che viene chiamato “e-commerce di prossimità”, con i piccoli negozi o ristoranti di quartiere che in poco tempo si sono attrezzati per distribuire i loro prodotti, sfruttando le piattaforme online, ma anche semplici tecnologie come Whatsapp, rimanendo così in contatto con i propri clienti.

E-commerce e consegna a casa sono qui per restare e saranno una componente giornaliera delle nostre abitudini anche alla fine dell’emergenza.

Negozi e ristoranti come possono tempestivamente ripensare il business?

Se avete già sviluppato un buon sito web usatelo per comunicare con i vostri clienti, informare delle misure che avete adottato per lavorare e spedire prodotti a casa in sicurezza o segnalare il catalogo dei prodotti disponibili. Assolutamente consigliate le chat di supporto, rigorosamente one to one: in questo momento il sostegno anche per piccole difficoltà è fondamentale per stabilire un rapporto di empatia e fiducia con il cliente.

Ma anche per i negozi “tradizionali” è il momento giusto per pensare allo sviluppo di una presenza online. Come? Utilizzando le diverse piattaforme di e-commerce disponibili per rendersi rapidamente operativi o appoggiandosi a chi già lo fa.  

Con le funzioni di shop su Facebook e Instagram, e le funzioni specifiche di Whatsapp Business, si può iniziare a fare e-commerce pur senza avere la propria piattaforma e senza grandi investimenti. Anche se, va detto, nulla è più performante e produttivo, soprattutto per il marketing, di uno shop sviluppato sul proprio dominio. 

E la pubblicità?

Anche la pubblicità online ha registrato un fenomeno molto importante: il costo medio della pubblicità online è diminuito, a causa della sospensione delle campagne da parte di grandi player: molti spazi solo stati lasciati liberi da grandi investitori, a favore di nuovi inserzionisti più piccoli, con budget più limitati e quindi con maggiori possibilità di visualizzazione: il CPC (costo per click) è crollato. Inoltre Facebook sta stanziando fondi pubblicitari di supporto alle piccole imprese anche italiane, per incentivare la ripartenza dei piccoli produttori. 

Oggi pensare ad una campagna pubblicitaria online costa molto meno rispetto a prima del COVID, ma questo non significa che sia sempre facile. Il fai da te in questo settore è molto usato, soprattutto sui canali social come Facebook e Instagram; social particolarmente seducenti nell’incentivare l’inserzionista a lanciare campagne Ads. Peccato che gli strumenti basici che i meno esperti possono utilizzare, non soddisfano davvero le necessità che l’imprenditore spesso non sa di avere e che un buon Social Media Advertiser conosce per ottimizzare la campagna, traendone il massimo dei benefici, ad esempio un costo per contatto molto basso, o un alto volume di click a fronte di investimenti irrisori.

Conclusioni

In conclusione, la domanda che molte aziende si pongono è se sarà possibile fare  e-commerce di qualità ai tempi del Covid. Sarà facile sopravvivere alla crisi? Il vostro ristorante saprà adattarsi al momento di incertezza magari ripensando a nuove formule come il delivery? La risposta è si, a patto che si scelga per una pianificazione ragionata e professionale delle attività di marketing digitale. 

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Elena Mistretta

Sono Elena Mistretta, amo la comunicazione e tutto ciò che stimola la curiosità.
Ho imparato a conoscere le persone muovendomi per il mondo, amo viaggiare e sono sempre alla ricerca di nuove esperienze, luoghi e persone che possano insegnarmi a migliorare la mia visione delle cose.
Yoga addicted, nature lover e mamma a tempo pieno!


email marketing

L’email è morta? Assolutamente no!

Caro imprenditore, oggi ti darò qualche buon motivo per considerare l’Email Marketing come parte integrata della tua strategia di comunicazione. 

Cosa è l’Email marketing?

È una forma di marketing diretto che utilizza la posta elettronica per promuovere i prodotti e i servizi della tua azienda. 

In generale, l’email marketing può aiutare i tuoi clienti a conoscere gli ultimi prodotti o servizi offerti e sicuramente svolge un ruolo fondamentale nell’affermazione e rafforzamento del tuo brand nella mente del consumatore, mantenendo quest’ultimo sempre coinvolto nel processo di acquisto. 

Qualche rapido numero sull’Email Marketing 

All’ascesa e al successo di un nuovo media, di una nuova tecnologia o di un nuovo metodo di comunicazione si pensa subito che tutto ciò che avevamo usato fino a quel momento, probabilmente finirà nel dimenticatoio. Magari anche tu o qualcuno intorno a te avrà esclamato “L’email è morta! Non si usa più…”

Devo svelarti un segreto: l’email è viva e vegeta!

I numeri, d’altronde, parlano chiaro. 

Una ricerca, condotta negli USA, ha dimostrato che l’84 % degli intervistati controlla la propria casella di posta almeno una volta al giorno. Tra gli intervistati la percentuale più alta è di chi controlla la casella da 2 a 5 volte (il 36%), segue chi controlla la posta una volta al giorno (21 %), al terzo posto invece da 6 a 10 volte al giorno (il 12 % degli intervistati).

Nella stessa indagine è emerso che la posta in entrata in molti casi è il primo pensiero del mattino. Nella maggior parte dei casi gli intervistati hanno dichiarato di controllare prima di ogni altra cosa la casella di posta (58 %), altri invece il browser (20 %) e solo al terzo posto i social media (ad aprirli è il 14 % delle persone).

E ancora: 

  1. Nel 2018, gli utenti di posta elettronica a livello globale ammontavano a 3,8 miliardi. Questa cifra è prevista in crescita fino a 4.3 miliardi nel 2022. Le email raggiungono oltre l’80% della popolazione adulta del mondo, mentre Facebook ha poco più di 2 miliardi di utenti attivi mensilmente e Twitter solo 336 milioni.
    (Statista)
  2. Il numero di email inviate e ricevute ogni giorno salirà da 269 miliardi nel 2017 a 333 miliardi nel 2022, una crescita del 23% che segue la diffusione delle connessioni a internet su tutto il pianeta.
    (Statista)

Perchè fare Email Marketing

Ti ho appena fornito tre buoni motivi per utilizzare la mail come mezzo di comunicazione:

  1. Ha un elevato numero di utenti
  2. È la prima cosa che si controlla su internet la mattina 
  3. Viene controllata spesso

Ma non è finita qui.

L’email è:

Veloce. Rispetto al marketing diretto tradizionale, l’email marketing è quasi immediato: una volta spedita, i tempi di ricezione e lettura sono praticamente nulli e dunque trascurabili.

Efficiente. L’email è lo strumento che genera il ROI più alto: secondo le rilevazioni svolte da DMA per lo studio Marketer email tracker 2018, il ritorno sull’investimento delle aziende è stato del 3.800%. Questo significa che per l’Email Marketing ha generato 38$ per ogni dollaro speso. 

Diretta, personale e non intrusiva. E’ un canale di comunicazione diretta e costituisce il contatto più “intimo” che un’azienda possa stabilire con clienti e potenziali tali, dal momento che dà vita a una comunicazione “uno a uno”.

Duttile e personalizzabile. E’ il canale che offre alle aziende il maggior potenziale di personalizzazione. È infatti possibile comporre automaticamente le email con i contenuti più adatti per ogni destinatario, assecondando caratteristiche, esigenze e precedente comportamento di ciascuno. 

Automatizzabile. L’email automation è quell’insieme di attività che permette a un’azienda di inviare, programmare e gestire le campagne email (promozionali ma anche newsletter o messaggi transazionali) grazie agli automatismi: quest’ultimi non sono altro che regole che innescano azioni specifiche quando quelle condizioni si verificano.

Misurabile: se si utilizza una piattaforma di invio, è possibile tracciale i risultati di qualsiasi invio,  dai tassi di recapito a quelli di apertura, fino a quelli di clic.

I goal dell’Email Marketing?

Sicuramente gli obiettivi che permette di raggiungere un’attività costante di Email Marketing non sono da sottovalutare. 

Prima di tutto, permette di rafforzare la relazione con i propri clienti, costituendo pertanto uno strumento fondamentale per la fidelizzazione. Gli studi dimostrano che il costo per acquisire nuovi clienti è in media dalle quattro alle dieci volte maggiore rispetto al costo per mantenere clienti già esistenti. 

Perché, quindi, non “coccolarli” proponendo loro offerte speciali o facendo loro gli auguri di Buon compleanno?

Ciò permetterà di ricordare costantemente chi siete, rafforzando la Brand Awareness: finchè un marchio resta nella mente di un consumatore, le possibilità di vendita godono di molte più probabilità di successo!

Infine, ma non meno importante, l’Email Marketing ti permette di generare nuovi contatti, in termini di Lead Generation (leggi articolo), contatti “di qualità” con un’elevata probabilità di conversione. 

Come? 

Attraverso questo modello di business, sono gli stessi utenti che esprimono il proprio interesse per i prodotti e i servizi offerti e che cercano di mettersi in contatto con l’azienda, lasciando i propri dati per essere ricontattati o per ottenere in cambio benefici e comunicazioni specifiche.

Gli strumenti dell’Email Marketing?

Se ti stai chiedendo come tutto questo si sostanzia,  la risposta è nell’invio di comunicazioni che a seconda dell’obiettivo che vogliamo raggiungere, si chiameranno in modo differente: 

  • NEWSLETTER: per informare
  • DEM: per vendere
  • TRANSAZIONALI: per mantenere la relazione

Più nello specifico: 

– La Newsletter è un contenuto editoriale e/o commerciale inviato a cadenza regolare. Il formato segue uno schema identico a ciascun invio per agevolare il riconoscimento e la lettura da parte del destinatario. 

– Per DEM – Direct Email Marketing si intende l’invio di un messaggio email  con l’obiettivo di vendere (offerte,  servizi aggiuntivi, up selling). 

  • Le email Transazionali sono messaggi email con contenuto personalizzato inviati a singoli destinatari. Possono comunicare l’attivazione di  un servizio, la conferma di una registrazione, l’invio di una  fattura o gli auguri di compleanno. 

Tra le differenze più evidenti tra Newsletter e DEM vi sono quindi: 

  • la periodicità: la frequenza di invio di una DEM è occasionale, la frequenza di invio di una newsletter è calendarizzata; per quest’ultima, quindi, sarà previsto un piano editoriale strutturato e strategico
  • il layout grafico: la grafica di una DEM è studiata ad hoc per il singolo invio, ha un alto impatto grafico e una call to action ben identificata con uno specifico obiettivo di vendita. La grafica di una newsletter segue un layout prestabilito che facilita il riconoscimento del messaggio, la lettura di quest’ultimo e il coinvolgimento del lettore. 

Da dove si inizia per fare Email marketing?

Sicuramente, dalla creazione di una bella mailing list. 

La mailing list non è altro che una raccolta di indirizzi email che ricevono messaggi da parte di un mittente – un’azienda nel nostro caso – a cui hanno accordato il consenso. Un concetto un po’ obsoleto e superato della mailing list la vedeva come un unico contenitore indifferenziato di destinatari , oggi invece viene concepito come un sistema composito e al suo interno diversificato, nonché un corpo variegato e stratificato in gruppi e segmenti, che raccoglie caratteristiche, interessi ed esigenze di ciascun destinatario. 

Serviranno anche un CRM per gestire le automazioni e monitorare i risultati. 

Dovrai aggiornare la tua privacy policy per tutelare i diritti degli utenti riguardo alla gestione dei dati sensibili. 

E ti servirà un calendario editoriale in cui organizzare gli invii programmati. 

Serve altro? Molto altro! 

Ma di cosa si tratta te lo svelerò in un articolo dedicato!

Silvia Li Vecchi

Ciao, sono Silvia Li Vecchi.
Marketing Addicted: mi piace il Marketing in ogni sua accezione.
Parlare, comunicare e instaurare relazioni: il network è alla base di tutto. Credo nell’educazione al Bello e che le Creatività nutra l’anima.
Danzo da quando cammino e Cucino per divertirmi (e perché mi piace mangiare!).
Enjoy.


Analisi della concorrenza: quando e come farla.

L’analisi della concorrenza è il primo passo da compiere quando si inizia un nuovo progetto di business, che sia un brand o un prodotto. È importante anche quando si decide di aggredire il mercato o una nuova area. 

Se all’attività di analisi della concorrenza associ il concetto di spiare i concorrenti, stai prendendo un’enorme cantonata. 

Le regole del marketing affondano le proprie radici nell’approccio scientifico, esattamente come la strategia militare. Osservare e studiare, persino prevedere, le azioni della compagine avversaria è fondamentale per prendere sempre decisioni pertinenti e orientate alla vittoria finale. 

Non è un caso che uno dei libri più diffusi e letti tra gli aspiranti manager sia “L’arte della guerra” di Sun Tzu. 

Dunque, analizzare la concorrenza non vuol dire assolutamente guardarne i profili social o controllare su una mappa dove sono ubicati. C’è molto di più e servono considerazioni più ampie.

Per iniziare

Stai pensando di aprire un’attività o di rilanciarne una? Vuoi penetrare meglio il tuo mercato, ma ti senti limitato dalla presenza dei tuoi competitor? 

Inizia con identificare quali siano, quantomeno quelli in diretta concorrenza con la tua attività secondo questi parametri:

1 – area geografica di pertinenza: non considerare solo l’ubicazione fisica del punto vendita, ma l’area coperta grazie a servizi di delivery o spedizione, e l’efficenza degli stessi. 

2 – reputazione: metterti a paragone con tutte le attività simili alla tua potrebbe portarti via molto tempo. Seleziona quindi solo quelle che possono essere percepite tue pari, che abbiano una reputazione uguale o migliore alla tua. 

3 – servizi: i servizi offerti possono fare la differenza. Scegli le attività che abbiano servizi quanto più simili ai tuoi. Tieni conto di chi lavora diversamente, potrebbe sempre costituire un’alternativa per il cliente.
Ad esempio una pizzeria che fa solo asporto rimane un dato da analizzare anche per una pizzeria che fa solo servizio al tavolo. Il cliente potrebbe sempre preferire rimanere in pantofole e a casa per gustare una buona pizza. 

Per identificare i competitor che dovresti includere necessariamente nella tua analisi puoi sfruttare il web. Utilizza le keyword per le quali tu stesso vorresti essere trovato dagli utenti e inseriscile su Google o sui principali social network. Ti restituiranno i risultati che molto probabilmente i tuoi stessi clienti troverebbero cercando attività come la tua. 

Analisi della concorrenza per liste

Non stilare semplicemente un elenco puntato con tutti i competitor che vuoi includere nella tua analisi. 

Ti serviranno almeno 3 liste:

1 – Punti di forza: compila la lista includendo solo quelle attività che condividono gli stessi punti di forza o il punto di forza che hai identificato come decisivo sul mercato. Potresti anche non essere presente in questa prima lista, ma questo dato ti restituirebbe subito un’informazione importante, ovvero su quali elementi dovrai migliorare. 

1 – Punti di debolezza: includi le attività che sono penalizzate dalle stesse debolezze o carenze a livello di servizio. Anche in questo caso non è assolutamente necessario che tu sia nell’elenco e ti sarà utile per valutare cosa non deve assolutamente mancare nel tuo business plan. 

3 – Customer point of view: è la lista più difficile, perchè dovrai pensare con la testa del tuo cliente. Sarà più facile compilare questo elenco dopo aver ascoltato direttamente un campione di utenti. Come i consumatori percepiscono le attività oggetto delle tue analisi? E in che ordine le inserirebbero in una classifica ideale? 

Le indagini necessarie per questa lista potrebbero influenzare le precedenti, ti basterà domandare punti di forza e debolezza dei competitor direttamente al pubblico interrogato. 

Puoi utilizzare strumenti di survey online, sfruttando il potere del mail marketing, ma solo se avrai acquisito sufficienti contatti nelle tue mailing list. 

Non acquisisci i dati dei tuoi clienti? Leggi questo articolo per capire che dovresti iniziare subito (leggi qui) 

L’analisi della concorrenza non è un processo una tantum, piuttosto un’area di studio nella quale dovresti impegnare periodicamente le tue risorse. Il mercato cambia, nascono nuove attività e ne chiudono altre, la tua analisi potrebbe diventare obsoleta in pochi mesi. 

Vantaggi dell'analisi della concorrenza

Identificare i competitor ha senso solo se puoi definirne i punti di forza e le debolezze, mettendoli a paragone con la tua attività.
In questo modo soltanto potrai stilare un quadro analitico corretto sulle opportunità che avrà il tuo progetto e le aree di miglioramento su cui lavorare. 

I vantaggi finali? 

1 – Ottimizzare gli investimenti: saprai su cosa investire per offrire ciò che i consumatori si aspettano o desiderano da attività come la tua. 

2 – Pianificare le azioni di marketing: la tua comunicazione influenzerà e sarà influenzata da quella dei competitor. Prevenire le loro mosse, sapendo su cosa faranno leva, ti offrirà sempre un vantaggio competitivo, posizionandoti tra i leader nella percezione degli utenti. 

3 – Pricing strategy pertinente – sicuramente stabilirai il valore del tuo prodotto partendo dai costi che il tuo business richiede, ma i tuoi margini di profitto possono essere maggiori anche grazie ai feedback che ti offriranno i competitor. Il consumatore riconosce il valore di un prodotto attraverso il design e il prezzo esposto, prima ancora che dalla qualità del prodotto stesso.

Pensa come il concorrente

Un esercizio molto utile che puoi fare, una volta identificati i competitor da analizzare in maniera profonda, è la Swot Analysis. 

 

SWOT_Analysis

 

Non dovrai farla solo per te stesso, ma anche per ogni competitor identificato. In questo modo potrai mettere a paragone diretto Punti di Forza e Punti Debolezza – come fattori interni – e Opportunità e Minacce –  come fattori esterni – dei singoli operatori.
Puoi fare questo esercizio con il tuo team che ti offrirà punti di vista diversi e preziosi. 

Tieni conto di tutto: servizio, team, anzianità nel mercato, campagne pubblicitarie, influenza social e presenza digitale, investimenti, packaging e qualità del prodotto, persino gli orari di apertura. Quanti più parametri includerai nel confronto, più chiare avrai le idee al termine dell’esercizio. 

I tuoi competitor sui Social

Uno spazio importante va destinato all’analisi dei competitor sui social media e del modo in cui li utilizzano. Che tipo di strategie adottano? Con quale frequenza pubblicano contenuti e di che tipo? Che riscontro hanno dal pubblico e quanto questo determina il loro successo? 

Se vuoi ottenere risultati simili a quelli di un concorrente, non puoi pensare di investire meno di quanto non faccia lui per il digital marketing. 

Se i tuoi concorrenti sfruttano il potere dei social e producono contenuti in grado di valorizzare il loro prodotto, dovrai fare altrettanto o rischierai di essere “oscurato” dai loro contenuti. 

E no, non ha nessuna importanza se il tuo prodotto è migliore del loro. Se non lo avrai raccontato con strumenti all’altezza e sui giusti canali, potrai continuare a ripetertelo mentre osservi le giacenze in magazzino. 

1 – Quali social network presiedono i tuoi competitor? Puoi fare altrettanto destinando risorse economiche sufficienti? 

2 – Quali risultati ottengono in termini di coinvolgimento? Con quale frequenza pubblicano?  

3 – Quanto è grande la loro fan base e con quanta tempestività interagiscono con gli utenti? 

4 – che tipo di strategie social adottano? Coinvolgono influencer?(leggi qui) 

Questo sono le principali domande che dovrai farti per prendere decisioni efficaci per la tua strategia di digital marketing. 

Se ti stai chiedendo come gestire i social network per la tua attività puoi leggere questo articolo. (leggi qui) 

L’analisi della concorrenza non è un processo una tantum, piuttosto un’area di studio nella quale dovrai impegnare periodicamente le tue risorse. Il mercato cambia, nascono nuove attività e ne chiudono altre. Una sola campagna pubblicitaria può ribaltare la tua analisi, o il rebrending (leggi qui) di un dei competitor potrebbe renderla  obsoleta in pochi mesi. 

Tieni d’occhio il mercato e non pensare di poter avere successo guardando solo a ciò che avviene all’interno della tua azienda, perchè il successo passa anche attraverso ciò che accade al di fuori e su cui non hai nessun potere. Qui, a fare la differenza, sarà la prontezza della risposta tua e del tuo team. 

Ciao, sono Nazareno, uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.


Branding e Rebranding

Rebranding, cos'è e quando è necessario.

Fare rebranding è un po’ come ritrovarsi in un periodo particolare e sentire il bisogno di attuare un cambiamento per trovare nuovi stimoli.

Bisogna capire cosa non va (identificazione del problema), cosa vogliamo ottenere (definizione degli obiettivi) e infine agire perchè ciò avvenga. 

Il rebranding aziendale, è sostanzialmente un processo creativo che può portare a cambiamenti sostanziali come il nome stesso del brand, o a piccoli aggiustamenti cromatici o di forma del logo.

Con l’obiettivo di ammodernare o di arricchire di significati, di migliorare il design o di prepararsi a nuovi mercati, l’attività di rebranding può avere diverse motivazioni e al contempo celare numerosi pro e contro. Per questo farlo richiede attenta analisi prima, e uno sviluppo progettuale ben definito. 

Seppure nella storia di un marchio o di un’azienda il cambiamento sia inevitabile e assolutamente positivo, questo non vuol dire che farlo senza aver ben sviluppato tutte le fasi del lavoro costituisca a prescindere un vantaggio. Il rischio di danneggiare l’immagine del brand c’è e va considerato.

Ecco gli step necessari per fare rebranding al meglio

Identificare il problema

Il primo step per fare rebranding correttamente è lindividuazione delle criticità. Deve essere un buon motivo per modificare l’immagine di un prodotto. Ad esempio un calo nelle vendite del prodotto sugli scaffali, o l’arrivo sul mercato di un nuovo brand, giovane e con appeal riconosciuto. 

Questa fase è influenzata da tre momenti di grande importanza.

1. l’apertura al cambiamento

Rivitalizzare un’immagine vuol dire avere il coraggio di lasciare andare. Cambiare un elemento rappresentativo, come il logo, i colori o addirittura il nome richiede grande coraggio e apertura al cambiamento. Lasciare andare ciò che sembrava perfetto e cercare il nuovo vuol dire essere proattivi, moderni, vincenti.

La resistenza al cambiamento invece genera una stasi che può rivelarsi dannosa, se non letale, per un’organizzazione che deve assolutamente tenere il passo del mondo e dell’innovazione in tutti gli ambiti.

2. Il dialogo con il cliente

Il feedback è una delle risorse più preziose di cui un’azienda può disporre, se è in grado di raccoglierlo. Confrontarsi è importante ma per un’azienda è basilare. Il confronto infatti lega maggiormente i clienti, li fa sentire parte dei progressi aziendali.

Questo non vuol dire che le scelte aziendali debbano essere prese in funzione dell’opinione, mutevole ed effimera, di ogni cliente. Ma raccogliere sistematicamente feedback e umori dei clienti permette di fare analisi e statistica, di considerare correttamente i punti di forza e le debolezze del brand o del prodotto.

L’attività di survey, somministrata via mail, è un ottimo canale per acquisire informazioni.

3. La ricerca di mercato

Noi siamo parte del mercato, possiamo guidarlo o lasciarci guidare. Ma non bisogna commettere l’errore di dimenticarci che non siamo soli. I competitor e l’audience sono due ingredienti che devono influenzare le scelte aziendali.

Analizzare come il mercato sia cambiato o stia cambiando, vuol dire analizzare il comportamento del pubblico e la reazione dei competitor, per valutare come agire. Il prodotto funziona ancora? Che aspettativa di servizio hanno i clienti oggi rispetto a quelli di ieri? Le esigenze della società sono cambiate, il mio prodotto le soddisfa ancora? 

Il rebrending può nascondere soluzioni veloci anche per cambiare la percezione del pubblico. E il marketing, va ricordato, è tutta una questione di percezioni. 

Esprimere l'identità aziendale

Il design adottato per esprimere l’azienda, e dunque l’insieme di logo, tono di voce, forme, colori, contenuti testuali, formato, necessariamente dovranno esprimerne anche i valori, la storia, il retaggio e – perchè no – traguardi e obiettivi.

Due attività possono rivelarsi fondamentali per determinare la nuova identità aziendale, grazie a un Rebranding strategico.

1.Creare una storia

Alle volte è necessario scovarla dove sembra non esserci, in altri casi invece è proprio la storia, così palese e significativa, a rendere unico un brand. tradizione e storia possono trasformarsi persino in proposte di valore, determinando così l’intera immagine coordinata. 

Quando parliamo di storia non bisogna necessariamente pensare al tempo. Ci sono storie eccezionali dietro ad un brand che si sviluppano nell’arco di pochissimi anni ma che racchiudono tutti quei valori caratteristici della brand identity. 

La storia di chi ha fondato l’azienda anni addietro, un aneddoto che ha determinato l’esplosione del prodotto, una storia che sia metafora del perchè il prodotto sia tanto importante. Qualunque sia la storia ciò che conta davvero è lo storytelling, ovvero il modo e gli strumenti scelti per narrarla. Raccontare una storia significa trasmettere emozioni e queste sono decisamente più efficaci delle qualità tecniche di un prodotto per venderlo. 

Perchè? 

Perchè mentre la neocorteccia, l’area periferica del nostro cervello, analizza la parte razionale delle informazioni che acquisiamo dalla pubblicità (prezzo, qualità tecniche, vantaggi) e determina scelte ragionate. 

Dall’altra parte il sistema limbico, ovvero l’area centrale, è responsabile di emozioni e sentimenti. La particolarità è che quest’area del cervello non ha padronanza del linguaggio ma è responsabile del comportamento e delle reazioni d’istinto. 

Avrai già capito dunque, che se un brand riesce a comunicare una storia che trasmetta valori forti ed emozioni caratterizzanti, queste verranno recepite dal pubblico in modo più “istintivo”, solleticando il desiderio di acquistare ma bypassando le valutazioni logiche che invece possono frenare quell’acquisto.

Ecco perchè spesso compriamo qualcosa e a distanza di qualche giorno ci chiediamo perchè.  

Le campagne pubblicitarie, veicolo principale per la diffusione dell’immagine aziendale, basano la loro forza e il loro messaggio proprio sulla storia.

2.Determinare la Vision

La Vision aziendale definisce la visione, le mire e gli obiettivi intorno ai quali le imprese organizzano le proprie risorse, in modo chiaro. Grazie alla vision è possibile ispirare il patrimonio umano dell’azienda e allinearlo ai valori del brand. 

Una vision funzionale è stimolante, audace, condivisibile sia se tradizionalità quanto se rivoluzionaria. Quando pronunciata deve suonare come un impegno più alto, più nobile della semplice attività di vendita. Pensarla deve dare la sensazione di aver già iniziato a lavorare in quella direzione. 

Sembra difficile? Lo è, inutile nasconderlo. Non è solo una questione di copy, non è sufficiente scrivere una bella frase ad effetto. Perchè questa deve legarsi al know how e distruggerne allo stesso tempo i limiti. 

Qualche esempio di successo su come una buona vision e un’eccellente capacità di storytelling possano incrementare il legame emotivo con il cliente. 

Vision aziendale Rummo

Il sito Rummo è un concentrato di valori, storia e una politica aziendale orientata al rispetto delle tradizioni e del cliente. Grande risalto ha l’etica d’impresa, una sezione dedicata al controllo dei processi aziendali e dei partner che compongono la rete distributiva. 

Logo Rummo Pasta

Vision aziendale Barilla

“Aiutiamo le persone a vivere meglio, portando ogni giorno nella loro vita il benessere e la gioia del mangiar bene.”

La vision Barilla non fa alcun riferimento a nessuno dei prodotti commercializzati, ma ai benefici connessi all’attività aziendale. Il packaging nel corso degli anni, così come il logo, hanno subito numerosi cambiamenti.

Logo Barilla Pasta

Vision aziendale Illy

Una tra le più grandi aziende italiane al mondo produttrice di caffè illustra sul proprio sito web vision e mission aziendale.

La vision aziendale recita:

“Vogliamo essere, nel mondo, punti di riferimento della cultura e dell’eccellenza del caffè. Un’azienda innovativa che propone i migliori prodotti e luoghi di consumo e che, grazie a ciò cresce e diventa leader dell’alta gamma”.

Logo Illy

Agire

Identificato il problema e studiata una soluzione bisogna passare all’azione, la messa in opera. Forse la parte più entusiasmante, in cui i pensieri e le analisi si trasformano in qualcosa di tangibile. Una fase però in cui va posta attenzione a due aspetti principali.

1.Gradualità

La gradualità aiuta a non compiere salti nel buio. Il cambiamento destabilizza sempre, anche i più aperti, perchè modifica quelle certezze su cui costruiamo comportamenti automatici. Un prodotto può subire variazioni di vendita anche temporanee in caso di restyling del pack, perchè la sua visibilità sullo scaffale cambia. 

È sempre preferibile stabilire un progress e utilizzare la nuova identità o il nuovo design dapprima su documenti e supporti interni all’azienda – in questo modo il team sarà il primo promotore del cambiamento. I primi feedback potrebbero indurre a piccoli accorgimenti prima di passare all’esterno, attraverso campagne pubblicitarie dedicate o eventi.

2.Efficacia

Il lancio, la comunicazione al pubblico, la presentazione ai buyer. nel processo creativo del rebranding, l’esordio deve essere impattante ed efficace. 

Bisogna comunicare la nuova storia, il nuovo messaggio, coinvolgere i clienti e i lavoratori nei nuovi obbiettivi dell’azienda.

Campagne pubblicitarie, video, jingle, gadget e attività di sampling possono e devono fare la differenza.

In conclusione

Per decidere o meno se fare rebranding non può bastare la lettura di qualche articolo, Occorre l’esperienza di un team, la competenza di uno i più designer, e una corretta valutazione del mercato di riferimento. A completare, una dinamica e produttiva collaborazione tra tutte le persone all’interno del processo decisionale e creativo.

Affidarsi ad una società specializzata è sempre la strada migliore per evitare scivoloni sia nell’analisi iniziale quanto nel lancio pubblicitario. 

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bbadv-marcello

Ciao, sono Marcello.

Ogni riccio un capriccio. Di me dicono che faccio delle cose bellissimissime. Ogni tanto, chiedo a Google di accendermi la luce.


Facebook News

Facebook Business Suite la nuova dashboard tutto in uno di Facebook inc., ideale per la gestione social delle piccole imprese.

Chi lavora giornalmente con i social network, in particolar modo con Facebook e Instagram, saprà apprezzare la novità. Una piattaforma all-in-one che dovrebbe integrare numerose funzioni e collegare con maggiore efficacia la content strategy condivisa tra i due social. Vita facile per le piccole imprese, ma anche per i poveri social media manager. 

Business Suite nasce per includere le opzioni di Facebook e di Instagram in un unico spazio e switchare velocemente dall’uno all’altro social network. 

Lavorare sarà comodo e decisamente smart, perchè la Suite arriverà sia su desktop che su app mobile. 

Ottima notizia per i social media manager, che spesso si trovano costretti a raccontare le attività aziendali in live e non avere con sé che il proprio smartphone. 

I vantaggi di Business Suite di Facebook

Risparmiare tempo: fino ad oggi abbiamo programmato i nostri contenuti su Creator Studio, altro strumento offerto da Facebook inc. per la gestione del planning editoriale. Una volta caricato un contenuto per un social, si procede al cross-posting, ovvero alla condivisione del contenuto sull’altro social.  Business suite dovrebbe velocizzare questo passaggio dando la possibilità di pubblicare immediatamente su entrambe le piattaforme.

Piano editoriale Facebook e Instagram

Velocizzare il community management: messaggi e direct, notifiche e avvisi di Facebook e Instagram in un unico inbox, così rispondere agli utenti sarà semplice.

Community Management_message

Misurare i risultati: le opzioni di insight saranno accessibili direttamente dalla stessa app, così da verificare sempre copertura, interazioni, coinvolgimento sia dei post di Facebook che di quelli su Instagram. 

Insight Facebook & Instagram

Dov'è la novità?

Nessuna di queste funzioni sconvolge, perchè sono tutte cose che facciamo già. La differenza è che per gestire tutto siamo costretti ad utilizzare 4 applicazioni (Gestore delle Pagine, Instagram, Gestione Inserzioni e Creator Studio) da smartphone. Non cambia molto da desktop, dove si rende necessario lavorare sul pannello di Creator Studio e da numerose funzioni del Business Manager. 

Anche adesso è possibile convergere messaggi e Direct sullo stesso inbox e gestirli su Gestore delle Pagine, tuttavia non è possibile fare lo stesso dall’app di Instagram. 

Per quanto riguarda gli Insight, sarà possibile comparare le performance di Facebook e Instagram in un’unica overview. 

Il Tris perfetto: Facebook, Instagram e...?

Peccato che una piattaforma del genere non integri la terza app della famiglia Facebook Inc., ovvero Whatsapp. 

Pare che questo avverrà nel prossimo futuro. Integrare l’app di messaggistica potrebbe essere la mossa giusta per far comunicare in maniera efficace tutte le migliori funzionalità delle tre app e consentire finalmente la gestione totale di messaggi e informazioni, allineando persino i cataloghi dello shop. 

Non ci resta che attendere. Il team di Menlo Park non ha mai deluso le nostre aspettative e con questo progetto, quasi sicuramente si preparano a superarle di gran lunga. 

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Ciao, sono Nazareno, uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.


lead-generation

Lead Generation, cos'è e perché le piccole imprese dovrebbero sapere come funziona.

Se provassimo a chiedere a 10 imprenditori, piccole e grandi, cosa desiderano per la propria attività, quasi certamente la risposta più quotata sarebbe “avere più clienti”.  In altre parole, tutti vogliono la Lead Generation ma non sanno che esiste. 

È il sogno di qualsiasi imprenditore. Avere la fila di clienti fuori dalla propria attività.
Un ristorante che risponde spesso “spiacenti, non ci sono più tavoli per questa sera”, o un venditore che pronuncia la frase “rimangono gli ultimi due articoli, sono andati a ruba”, genera un senso di scarsità della disponibilità del prodotto.
In più fa leva su una sempre efficace riprova sociale.
Sono solo due dei principi di Cialdini, che tuttavia sono sufficienti a scatenare il desiderio crescente verso il prodotto. Se tante persone mangiano in quel ristorante, tanti altri vorranno farlo e vorranno farlo prima che finiscano i posti!
Quante più persone indossano un capo esclusivo, tante più persone vorranno fare altrettanto… per sentirsi esclusive, naturalmente.

Voglio farti un esempio reale, prima di proseguire, che non sarà necessario argomentare.
Ricordi il lancio della crema Pan di Stelle?

Puoi fare a meno della Lead Generation?

Se un imprenditore si ritrova nella situazione appena descritta, ovvero di commercializzare un servizio o un prodotto che tutti desiderano e fanno a gara per aggiudicarsi, allora può decidere di fare a meno della lead generation.
Magari può investire le proprie risorse per migliorare il prodotto stesso, nella ricerca di nuovi prodotti correlati o investire in pubblicità e attività che aumentino la reputazione del brand.
Se invece – scenario decisamente più frequente – la fila davanti al negozio stenta a formarsi, è necessario considerare con convinzione la possibilità di fare sistematicamente e in modo misurabile attività di lead generation

Cosa è la Lead Generation?

La lead generation è un sistema di marketing, un modello di generazione clienti misurabile e scalabile.
Generare nuovi clienti è un insieme di azioni il cui obiettivo è far sì che l’efficacia commerciale non sia legata necessariamente alle capacità del reparto vendite nel trovare nuovi clienti.
In altre parole, la differenza tra un’attività di tradizionale outbound marketing – come ad esempio l’invio di mail a freddo, la pubblicità in tv o in radio, le chiamate a freddo tipiche del telemarketing – e di un più strategico inbound marketing, sta nel fatto che se nel primo caso è l’azienda a cercare e ingaggiare il cliente, nel secondo caso è proprio il cliente ad avvicinarsi all’azienda e a richiedere un contatto di natura commerciale. 

L'importanza dell'Inbound Marketing

L’Inbound Marketing non è altro che l’insieme di strumenti e azioni – digitali e non – che hanno come obiettivo attrarre utenti, trasformarli in prospect e convertirli in lead di qualità.
Sembra un processo lungo e dispendioso e di certo richiede importanti ragionamenti e investimenti da parte dell’impresa.
Tuttavia non è diverso da un corteggiamento amoroso.
Quando siamo attratti da qualcuno, difficilmente ci fiondiamo senza ragionare, né diamo inizio ad una vera e propria “campagna pubblicitaria” per costruire una relazione duratura e solida.

Molto più probabile invece, che si dia il via a quella lenta e graduale operazione nota come “corteggiamento”, fatta di sguardi e ammiccamenti, di piccoli gesti che facciano sentire importante e desiderato il bersaglio della nostra strategia.
L’obiettivo non è shockare bensì sorprendere, con la speranza che nasca nell’altra persona il medesimo desiderio di dare inizio ad una relazione.
Ecco l’obiettivo dell’inbound marketing. Costruire una relazione.
Per dare vita alla lead generation. 

Per un approfondimento, leggi il nostro articolo dedicato all’Inbound Marketing: clicca qui.

Facciamo Lead Generation

È arrivato il momento di sporcarsi le mani e iniziare a generare ogni giorno nuovi potenziali clienti, affascinati dal nostro prodotto, in cui instillare il desiderio di acquistare. 

Per fare correttamente lead generation servono due macro ingredienti fondamentali. 

  1. Traffico 

Per poter identificare nuovi potenziali clienti, serve pescarli da qualche parte. Per questo motivo è fondamentale generare traffico. Sto parlando di un numero quanto maggiore possibile di utenti che visitino il sito web.
Basta così? No, perchè una volta generato traffico al sito web è altrettanto importante poterlo tracciare, un po’ come fece Hansel lasciando cadere i sassolini dietro di sé nella celebre favola per bambini.
Dove possiamo trovare un numero molto grande di possibili utenti per il nostro sito web? Prenditi qualche secondo per pensarci… ecco! Proprio lì dove le persone trascorrono la maggior parte del loro tempo.
I social network sono il luogo ideale in cui intercettare utenti e indurli a visitare il sito.
Per fare questo entra in gioco uno strumento di cui sempre più aziende hanno bisogno ma su cui pochissime hanno iniziato a investire correttamente.

Il contenuto, necessario per attirare l’attenzione del pubblico. Meglio se un contenuto di qualità, che esprima i valori del brand e concetti adatti al target di riferimento.
Per questo esistono società di marketing (proprio come la nostra), per ideare e produrre contenuti di qualità in grado di avvicinare l’utente al brand.
Foto, video, articoli per blog, tutorial o anche le recensioni – non tutti i contenuti devono necessariamente essere prodotti dall’azienda – o qualsiasi altro user generated content, concorrono al medesimo obiettivo.
Con un buon calendario editoriale per i profili social (content marketing) e qualche campagna studiata per generare traffico (social e google ads) è molto probabile che il sito web godrà di traffico costante e di qualità. 

  1. Funnel (sito web)

Chiariamo immediatamente che un funnel non è un sito web, né tantomeno un sito web può ridursi ad un semplice funnel.
Un funnel è la sequenza di azioni che si desidera l’utente compia una volta arrivato sul sito. Una sequenza nascosta all’interno del sito web, o meglio all’interno dell’esperienza che l’utente vive una volta atterrato sul sito.
Un funnel ha inizio, ad esempio, con la compilazione di un semplice form d’iscrizione alla newsletter, ma può nascondersi nella richiesta di prenotazione di un tavolo se un ristorante ha sviluppato un’area dedicata. Il funnel può essere la naturale estensione di un articolo del blog, che una volta sviluppato un argomento, induce l’utente a proseguire la propria ricerca su un’altra pagina o ricevere una consulenza dedicata, ancora una volta compilando un form di contatto.
In tutti questi casi, ed in qualsiasi caso di funnel, l’inizio è sempre l’acquisizione dei dati dell’utente. 

La differenza tra utente e prospect sta nel fatto che quest’ultimo ha compiuto un’azione desiderata (click ad un link), permettendo dal quel momento in avanti all’azienda di tracciarne gli spostamenti grazie a strumenti come il pixel di Facebook o i tag di Google.  

Tuttavia di un prospect non si hanno dati precisi né è possibile profilarlo. È solo una traccia da seguire a ritroso grazie a campagne ads mirate. 

Un prospect diventa lead quando decide spontaneamente di condividere le sue informazioni con l’azienda. In altre parole, quando un visitatore del sito compila un form di contatto e condivide il proprio indirizzo mail o numero di telefono al fine di ricevere in cambio un valore (un omaggio, una consulenza gratuita, gli aggiornamenti dal blog), si trasforma in un lead e dà inizio al funnel di vendita.
Può sembrare scontato sottolinearlo, ma un prospect è meno prezioso di un lead.
Il primo richiede e richiederà sempre ingenti investimenti pubblicitari per essere sollecitato.
Il secondo invece può essere indotto all’acquisto, o semplicemente a conoscere le attività dell’impresa, tutte le volte che si vuole e a costi contenuti, grazie a semplici strumenti di Direct marketing, come una mail, un messaggio broadcast o un aggiornamento RSS.

Direct marketing che, a differenza dell’outbound marketing citato all’inizio, non avviene su un pubblico freddo e disinteressato, ma su potenziali clienti che hanno manifestato interesse e

Che cosa non è la Lead Generation?

Essendo uno strumento davvero efficace e misurabile, è innegabilmente preda dei guru del marketing. Chiunque voglia attirare l’attenzione di professionisti e imprenditori trova nella lead generation la soluzione ideale per promettere aumenti di fatturato e crescita esponenziale di clienti.

Se ti sei imbattuto in slogan incentrati proprio sull’aumento dei clienti, probabilmente hai incontrato qualcuno che potrebbe fare per te attività di lead generation. C’è chi è molto bravo a costruire sistemi di generazione clienti, chi invece li applica per sé stesso, proprio per trovare nuovi clienti che vogliono trovare nuovi clienti. Sembra psichedelico, ma avviene ogni giorno e i social sono pieni di sponsorizzate di gente che vuole aiutarti ad avere nuovi clienti. 

Per molti di questi purtroppo, l’unico vero obiettivo è acquisire nuovi clienti per se stessi, salvo poi rifilargli qualche informazione sorprendente ma senza applicare quei principi sul business del cliente.
La Lead Generation non è una truffa. Ogni giorno le più grandi aziende al mondo fanno attività di acquisizione lead e ogni giorno ne traggono i benefici. Semplicemente utilizzando contenuti e strategie coerenti con la propria identità. 

Lead Generation o Pubblicità?

Diciamoci la verità. Una piccola impresa, un negozio, un ristorante, difficilmente hanno sufficiente budget per sviluppare sistemi di lead generation e contemporaneamente fare attività a freddo come la pubblicità, tradizionale o digitale.  Al momento di fare una scelta, la maggior parte di queste attività impegna le proprie risorse nell’attività che comprende meglio o che pensa di padroneggiare meglio, ovvero l’adv. 

Prova ora ad immaginare quante chance di vendere possa avere un e-commerce che non sviluppi nessuna strategia di lead generation.
Se dovessi consigliare un piccolo imprenditore su come utilizzare il limitato budget a disposizione, non avrei alcun dubbio su cosa indirizzarlo. 

Un buon design che dia un’ottima immagine al brand. Poi, lead generation. 

Ciao, sono Nazareno, uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.


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Curare la propria community. È davvero il Social Network il luogo ideale?

Una community ben fidelizzata e attiva è come il terreno per il contadino. 
Se ben arato, dopo la semina i frutti saranno pronti per essere raccolti. Ed ecco che gli utenti si trasformeranno in clienti, a patto che tu abbia seminato.

Ero ancora un bambino quando mio padre decise di acquistare il primo computer di casa. Ricordo ancora chiaramente la schermata di apertura del sistema operativo Windows 95.
Dopo qualche mese fu il momento di diventare modernissimi e diventare anche noi pionieri di quel mondo di cui tanto si parlava.

Il Web

Così anche in casa nostra iniziò a riecheggiare quel suono piacevolmente analogico, fatto di stridenti suoni robotici e lunghi suoni sordi e acuti che sembravano interminabili. Il 56k ci catapultava in un mondo capitanato da portali e motori di ricerca ora scomparsi, o un mondo senza social network, senza Google, ancora decisamente lento e ricco di gif colorate e scintillanti.
Ci si collegava solo in alcune ore del giorno, la sera o la mattina presto, per evitare che papà piangesse all’arrivo della fattura telefonica.

Poi è arrivato il 2000

Connessione sempre più prestante e stabile, tariffe accessibili a molte più famiglie, strumenti decisamente più silenziosi.
l’ADSL prima, gli smartphone poi e la crescente tecnologia del Wi-Fi hanno messo tutti noi nelle condizioni non solo di essere connessi 24 ore su 24, ma di vivere connessi, integrando internet in numerose azioni quotidiane come pagare, consultare il meteo, leggere il giornale, condividere appuntamenti di lavoro.
Una connessione stabile e accessibile ha segnato la nascita e l’esplosione delle prime chat room e in forma embrionale i primi social network, i blog e sempre più siti vetrina.

Dove c’è folla c’è community

Folle di utenti, sempre più giovani, hanno iniziato a popolare il web e, con i blog prima, con i social dopo, hanno iniziato a fare community. Con le app questo senso di appartenenza si è solidificato grazie alla possibilità di portare il dialogo fino anche al momento prima di chiudere gli occhi la sera, sotto le proprie coperte.
Centinaia di migliaia di utenti iper-connessi, desiderosi inconsciamente di sentirsi parte di qualcosa. Così le aziende hanno colto il segnale e hanno sviluppato luoghi digitali in cui condividere informazioni, contenuti, passioni.
C’è chi si è lasciato attirare dalla gratuità e dall’unanime adorazione per i social network, chi invece si è costruito la propria isola felice. Un blog proprietario in cui coltivare il dialogo con gli utenti senza sottomettersi all’arida e cinica “dittatura algoritmica”.

Chi ha avuto ragione

Dopo oltre 10 anni di dominio dei social network, possiamo permetterci qualche considerazione.
Avere il contatto diretto con i propri fan è un asset indispensabile per le aziende e i professionisti che fanno direct marketing.

I social offrono sì luoghi adatti per produrre dialogo, tuttavia impongono costi pubblicitari considerevoli e non sempre premiano la qualità o gli sforzi programmatici. Sui social l’utente è bombardato da più contenuti provenienti da fonti diverse, che vengono visualizzati non in in funzione della loro qualità, ma della portata che riescono ad acquisire con le campagne pubblicitarie.

Un blog invece è una scatola chiusa, un luogo in cui solo il proprietario decide quali messaggi pubblicitari lasciar passare (propri o altrui) e pianificare la propria strategia di Inbound Marketing.
Un luogo in cui un utente può godersi un contenuto, testuale o video, senza necessariamente essere aggredito da sponsorizzate o contenuti fuorvianti rispetto all’argomento ricercato.

È vero che i social network, su tutti Facebook, abbia negli anni adattato le funzioni dell’algoritmo per premiare i contenuti delle persone a discapito di quelli prodotti e diffusi dalle aziende, nel tentativo di limitare i messaggi pubblicitari e generando l’illusione che la piattaforma fosse user friendly.
Una scelta che tuttavia non impedisce alle aziende di ideare campagne sempre più elusive, fondate sull’invito a condividere, bypassando la sorveglianza dell’algoritmo, o meglio ancora pensate sugli user generated contents (UGC). Coinvolgere gli utenti a produrre e far girare contenuti il cui unico obiettivo è quello di promuovere un brand, direttamente o meno.

È meglio ricorrere ad un blog per nutrire la propria community?

I vantaggi sono palesi.

Nessuno può importi delle regole. Tu decidi quali contenuti produrre, con quale frequenza e per chi.
Decidi tu quali parole chiave indicare ai motori di ricerca perché i tuoi articoli siano organicamente distribuiti nei risultati di ricerca.
Senza contare la longevità dei contenuti stessi.
A differenza di un post sui social, che nella migliore delle ipotesi e con ingenti investimenti può sopravvivere in distribuzione per qualche giorno/settimana, un pezzo ben scritto o un video davvero interessante, possono essere tra i primi risultati di una ricerca su Google anche a distanza di anni. Anzi, questi contenuti beneficiano del tempo proprio come un buon vino lasciato a maturare. Ogni visita, ogni visualizzazione, ogni condivisione del link, ne aumenta e ne solidifica la credibilità per i motori di ricerca.

L’infografica sottostante è stata realizzata da Value4Brand, e sintetizza quanto durano i nostri contenuti sulle diverse piattaforme.
Comprendiamo immediatamente quanto è fondamentale avere un proprio blog, che raccolga tutti i propri contenuti creati e che dia la possibilità di approfondire i diversi temi.

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E i social?

I social non sono brutti né cattivi.
Solo non sono i luoghi ideali in cui coltivare la propria community.
Sono eccezionali strumenti per intercettare gli utenti e mostrare loro contenuti interessanti. L’obiettivo però deve essere quello di spostare la loro esperienza su un sito proprietario, che sia un blog o uno shop.
Il perché è uno solo e lo scriverò in grassetto perché ti rimanga in mente.

La community non è tua se i dati ce li ha qualcun altro.

Proprio così! Se pensi di avere una gran bella community perché hai tanti follower sui tuoi profili, entra nell’ordine di idee che quella community non ti appartiene. Ti è messa a disposizione dal social che la ospita ma tu non ne hai potere. E Ogni volta che vorrai produrre una reazione dovrai affidarti alle logiche del social network. 

Se al contrario, sarai tu a conservare i dati dei tuoi utenti – email, numeri di telefoni o iscrizioni a servizi specifici – e sarai nelle condizioni di raggiungerli in qualsiasi momento anche in forma individuale (ricordi quando ti ho parlato di direct marketing?), allora potrai dire al mondo di avere una community.
Una community tanto più fidelizzata quanto più disposta a “sostenerti”. Perchè un utente che mette i big like ai tuoi post non ti sostiene. Uno che acquista il tuo servizio o si abbona al tuo servizio di news, invece ti sta comunicando fiducia e senso di appartenenza.
Quell’utente va premiato, con la tua costanza e il tuo desiderio di condividere con lui il tuo lavoro, le tue passioni.
Fallo nel luogo giusto, non a casa di altri.

Ciao, sono Nazareno, uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.