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FACEBOOK DOWN DAY - QUANTO COSTA UN DISSERVIZIO

 

FACEBOOK DOWN DAY - QUANTO COSTA UN DISSERVIZIO

Mentre l’intera suite di Facebook andava in panne, la concorrenza aveva la fila alla cassa.
Cosa accade alla tua azienda quando causi un disservizio ai tuoi clienti lasciandoli senza supporto?

È stato prontamente ribattezzato il “Down Day”. Io amo chiamarlo Mercoledì Nero di Zuckerberg.
Si lo so che può sembrarti esagerato un riferimento diretto alla crisi di del 1929 a New York. Ma sei sicuro di sapere cosa ha generato sul tessuto sociale ed economico una giornataccia dei server di Facebook?

AH! C’È ANCHE TELEGRAM

Pare che mentre Whatsapp si prendesse una piccola “pausa” - da leggersi blackout - le persone abbiano pensato bene di vedere più da vicino come funzionasse Telegram.

Quest’ultimo in poche ore ha acquisito circa 3 milioni di nuovi utenti.
Telegram da sempre ritenuto l’alternativa a Whatsapp - se conosci davvero Telegram sono sicuro che ti sarà venuta la pelle d’oca leggendo questa affermazione - ha registrato un aumento di registrazioni alla piattaforma che oltre ad offrire un servizio di messaggistica al pari di altre app, consente di rimanere aggiornati su brand e aziende attraverso i “canali” o trasferire documenti e file con prestazioni migliori rispetto ad altre applicazioni.

LET’S TWEET !

Fatto fuori Facebook per un po’, con Instagram i cui feed risultavano bloccati, ecco che Twitter ha vissuto un gran momento di gloria.

Il social dei cinguetti ha vissuto ore di celebrità divenendo per un giorno il social più utilizzato. Soprassediamo sul fatto che fosse l’unico funzionante?

Persino Zuckerberg ha dovuto comunicare attraverso il social avversario per informare media e utenti sul temporaneo disservizio.

CHI PAGA IL DANNO

Pare che Codacons si sia immediatamente attivata per ottenere risarcimenti dei danni patiti dalle aziende e dagli utenti che giornalmente sviluppano i loro contenuti o gestiscono le relazioni con i propri clienti sulle piattaforme oggetto del disservizio.

Pensaci, quante aziende sviluppano customer care attraverso Messenger, quanti funnel di vendita diretta sono sviluppati su Facebook, quante relazioni di lavoro ogni giorni si tengono attraverso Whatsapp?

Codacons ha formalmente invitato gli utenti a contattarla per ottenere risarcimento a danni materiali patiti durante le ore di blackout.

GOOGLE, AIUTAMI TU

Non era mai accaduto che Facebook vivesse una lunga serie di disservizi così duratura. Oltre 5 ore di rallentamenti e malfunzionamenti che hanno coinvolto anche Oculus, l’azienda - sempre di Mark - dedita alla ricerca e allo sviluppo di servizi di realtà aumentata.
Persino tra le query di google sono balzate in cima alla classifica parole chiave legate al disservizio.
Migliaia di utenti in cerca di spiegazioni e soluzioni per i numerosi errori di caricamento delle app.

DOVE SONO I MIEI SOLDI?

Lo avranno pensato i manager a capo dell’intera suite di Facebook Inc.?
Pare che il danno si possa stimare - di certezze in questi casi non se ne possono avere - in circa 110 milioni di dollari in azioni.
I disservizi di queste piattaforme rimbalzano, dalle campagne pubblicitarie attivate prima del blackout, alle attività pubblicitarie degli influencer, con conseguenze sul lavoro di decine di migliaia di social marketers.
Pensiamo alle dirette su Facebook Watch, canale scelto da molte società per divulgare contenuti video, che chiaramente hanno subito gli effetti del down day sulla trasmissione di eventi irripetibili.

QUANTO COSTA UN DISSERVIZIO?

Non amo cavalcare questo genere di notizie solo per ottenere qualche visita in più al sito. In realtà ho trattato l’argomento perché mi è sembrata la risposta perfetta ad una domanda che faccio ad ogni nuovo cliente che incontro o a tutti quegli imprenditori che partecipano ai miei workshop e sostengono di non aver bisogno di un sito internet perché “hanno Facebook”.

Cosa accadrebbe se Facebook smettesse all’improvviso di funzionare? Cosa accadrebbe ai tuoi profitti, al tuo indotto di nuovi clienti, se tutto il tuo marketing fondato su un solo canale, crollasse senza preavviso?

Quando lo domando, puntualmente ricevo come risposta affermazioni come “è impossibile” oppure “Facebook è troppo potente” o ancora “ormai Facebook fa parte della vita di tutti”.

Ecco, il Down Day di Facebook è la dimostrazione che non si può e non si deve fare a meno di un sito internet e di una strategia di marketing basata sulla multicanalità on e off line. Dimostra che non si può veicolare prospect in store o sul sito solo e soltanto con un percorso Facebook-based. Dimostra che una buona inbound strategy va pianificata considerando stimoli multisensoriale, multilivello e multicanale.

Ci ricorda che un buon customer care e i servizi di assistenza possono essere velocizzati con servizi di messaggistica e chat, che tuttavia vanno affiancati al tradizionale supporto telefonico, che tanto rincuora chi ha bisogno di un contatto umano per sentirsi sostenuto.

Non dimenticando che oltre il web, le persone continuano ad esistere anche nella vita reale e che possono essere raggiunte al di fuori dello schermo del loro smartphone.


Nazareno Brancatello

Sono uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.



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LE PERSONE LAVORANO SOLO PER I SOLDI?

 

LE PERSONE LAVORANO SOLO PER I SOLDI?

Ormai la ggente lavora solo per lo stipendio a fine mese e non fa nulla di più di ciò che gli viene richiesto.
Anzi, a dirla tutta non lavorano neanche così bene, per questo motivo si meritano a stento lo stipendio.

Sto scherzando, su! Non fare quella faccia inorridita.

Le due G di gente avrebbero dovuto farti capire subito che sono in vena di esagerare un po’, cavalcando l’onda di un luogo comune di cui, probabilmente, anche tu sei stato vittima qualche volta.

Non vorrai mica farmi credere che in un momento di nervosismo e delusione tu non abbia pensato che i tuoi collaboratori fossero soltanto un gruppo di mercenari fedeli solo al bonifico di fine mese?

Beh, se non lo hai mai pensato… accidenti! Complimenti vivissimi.
Insomma, sto ancora cercando un imprenditore che non lo abbia pensato almeno una volta per giustificare un periodo non proprio positivo.
Capita che la produzione stenti, o le vendite rallentino in modo preoccupante.
Ed ecco che le risorse umane sono un ottimo alibi da tirare in ballo.

D’altra parte qualsiasi azienda fonda il suo successo sul buon lavoro delle sue risorse.

“Potrebbero fare di più”
“Non partecipano abbastanza”
“Non li sento coinvolti”

È facile davvero pensare che i collaboratori vivano l’azienda come un momento della propria giornata, e che finito l’orario di lavoro finisca il loro legame con gli obiettivi e le necessità dell’organizzazione, almeno fino al giorno dopo.

È davvero così?

Sarebbe sbagliato in fondo?
Si lo so, tu che sei imprenditore non puoi farlo.
A qualsiasi ora del giorno e della notte le tue responsabilità ti seguono fedeli, anche in bagno o sotto le coperto la sera.
Per un collaboratore invece il lavoro può e dovrebbe essere qualcosa da poter interrompere, per tornare a casa e dedicarsi alle proprie passioni e alla propria famiglia.

Si lavora per vivere, non si vive per lavorare.
È un motivetto che circola spesso tra lavoratori.
Puoi biasimarli?

È naturale che il tuo legame con la tua azienda sarà sempre superiore a quello di qualsiasi collaboratore.
Questo però non li rende meno meritevoli della tua stima.

I collaboratori hanno bisogno della tua approvazione. Devono sapere di essere importanti per te, altrimenti perderanno interesse verso gli obiettivi del tuo business.

Quando si parla di motivazione del personale spesso si pensa ad attività eccentriche ed esagerate al fine di esaltare le persone.
In realtà la prima vera attività di team building e motivazione delle risorse umane è la stima del datore di lavoro.

Nessuno di noi vuole impegnarsi per qualcuno che non prova riconoscenza e stima.

Qualsiasi risorsa umana, lavativi seriali a parte, ha bisogno di trovare nell’azienda un’ambiente in cui confrontarsi alla pari, crescere personalmente oltre che professionalmente e costruire relazioni solide.

Appartenenza

In un’epoca social come può un’azienda non promuovere le relazioni.
I tuoi collaboratori conoscono i tuoi canali di comunicazione?
Partecipano attivamente e spontaneamente alla comunicazione verso l’esterno volta ad aumentare la brand reputation?
Prendono parte alle attività pubbliche del tuo brand, condividono contenuti social, spendono parole positive nelle loro cerchie verso il tuo prodotto?
I tuoi collaboratori sono i tuoi primi clienti?
Fanno uso dei tuoi prodotti o servizi?
Credono in ciò che producono?

Nessuno di noi è disposto a dedicare tempo e credibilità a qualcosa che non ama.
È fondamentale che i tuoi collaboratori sviluppino senso di appartenenza affinché sentano l’esigenza di essere allo stesso tempo ambassadors del sistema di valori che rappresentano attraverso il tuo marchio.

Il senso di appartenenza fa sì che ognuno di noi si trasformi volontariamente in paladino di una causa.

Se attrai persone interessate al denaro e poco altro, è possibile che tutta la tua comunicazione sia incentrata sul fatturato o sul massimo profitto.
La ricerca della redditività che è caratteristica di ogni business, ha per caso oscurato i valori umani della tua organizzazione?

Se comunichi solo attraverso obiettivi, incentivi, benefit a fatturato, premi produzione, sicuramente rientri tra quegli imprenditori che si sono lamentati o lo faranno presto, per collaboratori eccessivamente cinici e distaccati.

Rendili Felici

No, per carità. Non devi mica indossare una parrucca e fare ridere i tuoi colleghi.

Ma cavolo, a volte basta così poco per migliorare la vita di una persona.
Più supporto tecnico, strumenti di lavoro più agevoli e innovativi, una parete in meno o uno spazio confortevole per la pausa caffè.
Un Contest interno, o un’attività ludica fine a se stessa organizzata tra colleghi.
Ancor più banale, a volte migliorare l’areazione degli ambienti di lavoro genera maggiore entusiasmo.

Le esperienze positive inaspettate sono la chiave della felicità. Così come la condivisione degli obiettivi e la gratificazione al raggiungimento degli stessi.

Sai cosa ha fatto Facebook qualche anno fa?
Era prassi far trovare sulla scrivania di ogni nuovo collaboratore un piccolo libretto dalla copertina rossa, al cui interno erano contenute frasi e immagini ad alto impatto emotivo e motivanti.
Una grandissima azienda ma un piccolissimo gesto. Non dirmi che non potresti permettertelo.

Starbucks ad esempio incentiva qualsiasi dipendente agli studi universitari, finanziandoli attraverso un progetto interno.

Ikea omaggia i propri dipendenti di un buon acquisto nel caso in cui si sposino o inizino una convivenza, per approvarne le scelte familiari più importanti.

I dirigentii di Netflix, non a caso la maggior azienda di web streaming, sono tra i più felici al mondo. Godono di ferie illimitate a patto che portino a termine i loro impegni, e possono acquistare senza limiti di spesa purché le spese siano chiaramente a vantaggio dell’azienda.
Credi davvero che un colosso mondiale sottovaluti azioni come queste?

Molte grandi aziende americane hanno introdotto lo Chief happiness officer, nient’altro che un responsabile della felicità, incaricato di cogliere le esigenze e gli stati d’animo dello staff.

Potresti essere tu il responsabile della felicità della tua azienda, provando ad abbandonare qualche preconcetto e iniziando ad osservare il comportamento del tuo staff, appurando chi e perchè si impegna nelle proprie mansioni e valutando quanto le vostre motivazioni siano realmente compatibili.

Accerchiati di persone passionali, competenti e ambiziose. Condividi con loro le gioie e i successi del lavoro in gruppo.


Nazareno Brancatello

Sono uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.



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Paternità di un’opera. È giusto firmare i propri lavori?


PATERNITÀ DI UN'OPERA. È GIUSTO FIRMARE I PROPRI LAVORI?


Siamo innegabilmente in un momento storico in cui la digitalizzazione ha dato l’impressione che tutto sia di tutti, che l’informazione non abbia padrone (se mai ne abbia avuto uno) e che chiunque possa utilizzare qualsiasi cosa per i propri scopi.

SPOILER: ARTICOLO AD ALTO CONTENUTO DI OPINIONI PERSONALI.

È il lato oscuro dei motori di ricerca.
Digiti qualche parola.
Ottieni siti, articoli di blog, interviste, citazioni, fotografie e video.

Gran parte dei materiali depositati sul web, quindi sui numerosi social network e sui siti delle aziende, sono copie di copie che vengono di volta in volta acquisite - sempre grazie ai motori di ricerca - e riutilizzate. 

Un plauso invece alle aziende che si autoproducono con grafici, copywriter e sviluppatori interni, o che si affidano a società di marketing per farlo. 

Sono aziende che hanno ben chiaro il valore del marketing e della strategia prima della vendita del prodotto.
Come si fa dunque a stabilire la paternità di un contenuto in una giungla di informazioni quale è il web?
Perché una società di marketing dovrebbe (o non dovrebbe) firmare un contenuto prodotto per i clienti? E quando può essere ritenuto lecito farlo?

FIRMARE O NON FIRMARE?

Partiamo dalla considerazione che il web non offre risposte chiare

Al di là dei diritti d’autore e del copyright, argomenti spinosi che avrò cura di non aprire, non esiste un riferimento chiaro e univoco riguardo alla legittimità da parte di una società nel firmare un progetto grafico, una locandina, uno spot video. 

Siamo nell’ambito dell’uso comune. 

Si fa riferimento a chi e quanti prima lo abbiano fatto e in che modo. 

Rimaniamo nel territorio dell’autodeterminazione, di una scelta personale che ogni società è libera di fare, in funzione dei risultati che vuole ottenere. 

E le scelte - tutte le scelte - sono opinabili in quanto tali e mai una potrà mettere d’accordo tutti.

É un argomento apparentemente semplice che in realtà costringe ad una riflessione su due livelli. Quello estetico e quello etico. 

CREDIBILITÀ

Il lavoro di marketing non è per tutti. 

Il tempo dei consumatori “creduloni” che attribuivano ad un brand ogni azione del brand, ogni produzione e ogni risultato - diciamocelo - è quasi finito.

L’enorme grado di consapevolezza dei millennials rispetto ai concetti di reputation o di pubblicità, fa sì che sia ormai consolidata nei consumatori la consapevolezza che un brand è costruito da azioni simultanee.

Diamo a Cesare quel che è di Cesare, diamo la produzione agli operai, i conti all’amministrazione, i piatti agli chefs, il social ai social media manager.

Dunque - ricordi quanto ti ho detto che avresti trovato molto delle mie personali opinioni? - sono quasi certo che qualsiasi consumatore minimamente dotto rispetto alle dinamiche digitali, sia consapevole che i testi di un sito internet ben fatto, o i post di un profilo social aziendale, non siano curati direttamente dall’imprenditore, ma da qualcuno che lo rappresenta più o meno fedelmente. 

Può un bravo imprenditore della ristorazione essere anche un esperto graphic designer o SEO specialist? 

Quantomeno improbabile…

E perché mai il fatto che un imprenditore intelligente che abbia saputo delegare queste funzioni ad un addetto esperto, dovrebbe infastidire i suoi clienti, anche i più affezionati?

Dunque un’opera firmata, che sia un contenuto social, un sito o una semplice locandina, a mio avviso non toglie nulla né al prodotto né all’organizzazione oggetti della comunicazione.

E se da cliente scrivi ad una pagina convinto di parlare all’imprenditore, ti suggerisco di scrivergli un più amichevole messaggino o di cercarti il suo profilo personale.

ETICA CUM GRANO SALIS

Fatto pace con il pensiero che il marketing sta ai marketers e che non vi è nulla di male, anche se dovesse essere noto pure ai consumatori, rimane la quaestio scomoda riguardo alla legittimità di un’agenzia di firmare un’opera su commissione. 

Mi verrebbe banalmente da dire che tutto il mercato si basa sulla pubblicità e che, in assenza di diversi accordi contrattuali, nulla vieta a qualsiasi agenzia di indicare la paternità di un opera anche per ovvi e mai celati fini pubblicitari.

D’altra parte ad apprezzare una campagna pubblicitaria o una strategia non sono solo i consumatori che la subiscono, ma spesso maggiormente gli addetti ai lavori e altri imprenditori. 

Per non parlare del piacere di qualsiasi artista nel vedere realizzata, esposta ed apprezzata una sua creazione. 

Lo strumento più efficace per una società di marketing per farsi notare è, appunto, firmare un’opera ben fatta. 

Advertising | SushiStation Palermo | bbadv | 2019

Questo chiaramente non legittima il professionista ad apporre il proprio nome a caratteri cubitali, o dimenticare la “gerarchia” tra le dimensioni di una firma e il messaggio che deve passare attraverso l’opera stessa. 

Per cui - eccoci, siamo di nuovo ad una mia personale opinione - una firma non può far male a nessuno ammesso che in alcuna misura penalizzi l’efficacia del contenuto o del messaggio. 

FIRMIAMO TUTTO ?

Sono assolutamente a favore del firmare un’opera, fatte le dovute eccezioni. 

Un brand internazionale potrebbe al contrario subire un danno se si palesasse troppo apertamente che le proprie strategie di marketing sono affidate ad altri. 

Si presuppone infatti che le multinazionali abbiano fior fior di professionisti al loro servizio e che siano ben consci non solo dei valori che rappresentano, ma anche di quali siano i mezzi migliori per comunicarli. 

Ecco dunque il caso in cui apprezzo che un progetto rimanga “anonimo”. 

Va da sè che nella fattispecie i costi che il cliente dovrà sostenere saranno superiori proprio in virtù di una cessione praticamente totale di ogni diritto o attribuzione di paternità di quell’opera. 

Il secondo caso in cui non ritengo necessario che un professionista firmi una realizzazione è per quelli che definisco “contenuti leggeri”, ovvero testi e grafiche di breve e semplice applicazione, ad esempio quei post per social network finalizzati all’acchiappa reach, o contenuti emozionali che meritano di poter vivere la loro breve ma intensa vita in pace e nell’anonimato.  

E se non sai cosa sia un’acchiappa reach, allora è il caso che deleghi il tuo digital marketing ad altri. 

L’efficacia di un contenuto nel diventare più o meno virale/diffuso è data anche dalla sua presunta istantaneità creativa. 

Un post in cui sia palese un ragionamento profondo o una strategia, rischia di essere inconsciamente penalizzato dal pubblico stesso. 

A OGNUNO IL SUO

Può infastidire un consumatore sapere che la comunicazione online del suo brand del cuore non è gestito dal brand del cuore ma da un addetto specializzato. 

Si se… qualcuno sperasse di parlare con Carlo Cracco commentando i post di Carlo Cracco, o di discutere di politica con Salvini commentando i suoi post.
O Ancora di parlare con una Girella interagendo con i post della nota merendina. 

No se… riesci ad apprezzare che un bravo ristoratore sia conscio che una comunicazione professionale non è il suo mestiere, o che una nota marca di birre affidi ad un social media manager il compito di trollare i fans della pagina felici di lasciarsi trollare, consapevoli  tuttavia che non è stata né la birra né tantomeno il signor birraiolo. 


Nazareno Brancatello

Sono uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.



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Cosa sono i "KPI" e perché sono importanti

 

Cosa sono i "KPI" e perché sono importanti

Lo vedi scritto spesso.
Hai partecipato ad alcuni corsi di aggiornamento sul marketing e il relatore ha detto che bisogna monitorare i KPI e apportare le dovute modifiche alla web campaign.
Tu hai annuito insieme al resto della platea. Non volevi mica che qualcuno pensasse che TU non conosci i KPI.

Tranquillo.

Non è grave. Puoi guarire subito, leggendo questo articolo fino in fondo.

PARLIAMO SEMPLICE

Sembrava una moda destinata a tramontare, e invece l’uso di acronimi e termini anglofoni continuano a illudere molti professionisti di poter apparire più preparati di quanto non siano realmente.

Qualche rigo più sù ad esempio potevamo scrivere campagna pubblicitaria sul web, ma vuoi mettere il gusto di scrivere web campaign e stupirti con un colpo ad effetto?

Parlavamo quindi dei KPI…

INDICATORE CHIAVE DI PRESTAZIONE

In economia aziendale - cito testualmente Wikipedia che, per la cronaca, potresti aver già visitato prima di finire qui sul nostro blog - un indicatore chiave di prestazione […] è un indice che monitora un processo aziendale.

In sostanza un KPI è un dato numerico che ti permette di valutare l’efficacia o l’efficienza di un’azione specifica o di un segmento della tua organizzazione.

Sapere quanti prospect attrai, quanti di questi si trasformano in clienti, attraverso quanti e quali step riesci ad effettuare la prima vendita di front-end e con quale investimento per cliente, qual è la vendita media per cliente o per quanto tempo riesci a mantenerlo tale, quante azioni di re-selling riesci a sviluppare prima che il cliente ti abbandoni.

Questi sono solo alcuni esempi di KPI che puoi raccogliere utilizzando strumenti relativamente semplici.

Non mi va molto l’idea di ragionare sulla dicitura didattica, ci sono fonti più autorevoli.

Preferisco ragionare insieme a te sul perché avere delle KPI, quindi definirle prima di muovere qualsiasi azione “strategica” on o off line, non è solo importante ma è necessario e fondamentale.

Si può fare pubblicità o marketing senza KPI?
Vediamo se riesco a rendere l’idea…
NO.

In realtà dovresti avere degli indicatori di performance per ogni area della tua aziende.

  • Dati misurabili sulle prestazioni delle risorse umane.
  • Dati misurabili sulle vendite, rapportate ai mesi precedenti, agli anni precedenti e previsioni credibili sul futuro per poter programmare il lavoro e gli investimenti
  • Dati misurabili sul marketing e sul rientro pubblicitario.

È ovvio che per elaborare e leggere correttamente i KPI (in italiano ICP) sarebbe bene avvalersi del supporto di un analista specializzato. Ma non è obbligatorio, quantomeno non se saprai svilupparne di semplici e utilizzare gli strumenti corretti per memorizzarli e rileggerli poi.

Noi ad esempio non disponiamo di un analista in staff.
Eppure sappiamo quantificare in termini numerici l’efficacia di ogni campagna che sviluppiamo per i nostri clienti.
Per molti indicatori utilizziamo un software che gestisce tutte le informazioni e ci offre in tempo reali i dati già a confronto.
È quello che fanno molti alberghi, ristoranti, saloni di bellezza.

Se non disponi di un software, anche excel è un ottimo strumento per tenere traccia dei dati.

QUALI SONO I KPI

Ne esistono tantissimi. Se ne possono sviluppare tantissimi. Se messi in relazione tra loro ti offrono un quadro credibile sul perché a fine anno non ti rimane un centesimo per fare i regali di natale ai collaboratori.
Ci sono indicator di costo, di servizio, di qualità.

Naturalmente i KPI hanno nomi fighissimi che tengono a debita distanza i profani. EVA, NOPAT, Time to market, CPM, Life time value, CPC, CTR, conversation rate….
Impossibile ricordarli tutti.

Quello che principalmente ci interessa è valutare il lavoro pubblicitario attraverso indicatori di volume, dunque dati numerici che possano rivelarci quanto è stata efficace una campagna di outbound marketing, o quanti prospect ha generato un funnel, o l’engagement rispetto ad un Contest o qualsiasi altra attività di marketing.

I social media che offrono alle aziende la possibilità di realizzare Ads campaign ad esempio, come Facebook, Twitter o LinkedIn, forniscono delle KPI proprio per consentire all’inserzionista di valutare se quella campagna è stata efficace o ha permesso di raggiungere lo scopo desiderato.

CASO REALE

Pochi mesi fa un’azienda ci ha contatti perché aveva notato un calo considerevole nel numero di preventivi emessi nell’anno in corso rispetto allo stesso periodo nell’anno precedente.
Ad aggravare la situazione, all’interno di questo numero, i preventivi confermati erano inferiori in percentuale rispetto a quelli dell’anno prima.

Inoltre rilevava che per l’anno successivo avrebbe avuto un tasso di occupazione inferiore rispetto a quello dell’anno in corso.

Ci siamo resi velocemente conto che a parità di servizio reso, con un aumento nella qualità e nella quantità di alcuni servizi - attestato da recensioni e feedback eccezionali - il problema non poteva essere il prodotto, ma la capacità del brand di raggiungere i potenziali clienti e trasformarli poi in clienti.

Era necessario agire su 3 fronti:

  • Miglioramento dell’efficacia nella consulenza e nella vendita rispetto ai prospect già acquisiti, attraverso analisi e formazione one-to-one sul personale addetto alla vendita.
  • Aumento di conversione da utenti - tantissimi stando ai dati social - a lead attraverso la creazione di un funnel e la realizzazione di un magnet di altissimo valore percepito.
  • Strategia di Direct marketing sui lead per trasformarli in prospect, attraverso la realizzazione di un’attività esperenziale ad alto impatto emotivo.

Il risultato? Abbiamo generato circa 70 nuovi prospect in meno di 50 giorni con un costo medio per prospect tale che l'intero investimento pubblicitario sarebbe coperto dall'esito positivo di appena 2 consulenze, stando al valore medio di un preventivo e al ricavo medio per preventivo.

Misurare le performance di un’azione di marketing è fondamentale per capire se uno strumento funziona oppure mangia inutilmente i tuoi soldi.


Nazareno Brancatello

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Tutto è vendita. Tutto è Marketing

Tutto è vendita. Tutto è Marketing

Con il termine Marketing intendiamo tutte quelle azioni da intraprendere per gestire le relazioni con il mercato e facilitare la commercializzazione di beni e servizi. È solo questo?

La firma della tua mail, come rispondi al telefono, il tempo che dedichi ai clienti, la risposta data di fretta, i contenuti dei tuoi canali web, i profili social, le cose che condividi e gli ideali che esprimi attraverso le tue azioni pubbliche.
Tutto è vendita.
Per questo non è necessario che ogni cosa che fai contenga una chiamata all’azione di acquisto.

Ma…c’è un “ma”

Se la tua comunicazione fosse un continuum di spot pubblicitari, se ogni tua frase si concludesse con un “chiama subito” o “approfitta dell’offerta” o ancora “contattaci per un preventivo”, rimarresti in poco tempo completamente solo.
Nessuno vuole trascorrere il suo tempo con chi cerca continuamente di vendere e promuovere.

Vendere è un’attività complessa e stratificata.

La trattativa è un momento specifico della vendita, non l’ingrediente onnipresente.

Impara ad usare al meglio il marketing per migliorare la vendita.

COSA SIGNIFICA DAVVERO MARKETING

Il marketing ha come scopo quello di individuare i bisogni umani individuali e sociali.
Attraverso questa analisi potrà poi identificare i vantaggi che il prodotto offre all’uomo, che problemi risolve o che obiettivi aiuta a raggiungere.

In ultima analisi potrà elaborare i modi migliori per comunicare le prerogative del prodotto/servizio per “educare” i possibili clienti e aumentare il loro grado di consapevolezza rispetto all’utilità del prodotto.

Inutile sarebbe vendere cappotti in spiaggia ad Agosto.

Il marketing ha proprio il compito di capire cosa serve a chi e quando, con quale urgenza e intensità, attraverso quali canali è più efficace elencare le caratteristiche e i vantaggi offerti.

LE PERCEZIONI

“Nel marketing le percezioni sono più importanti della realtà, perché influenzano il comportamento d’acquisto dei consumatori”.

Questa frase di Philip Kotler  (se non sai chi sia clicca qui) indica chiaramente quanto sia importante creare un immagine intorno al brand così che le persone inizino ad apprezzare il prodotto per ciò che percepisce dalla comunicazione generale prima ancora di acquistarlo.
Slogan, contenuti social, recensioni, packaging. Ogni cosa concorre a migliorare le percezioni del consumatore.

I CONTENUTI

Per questo un buon brand deve produrre contenuti diversi per raggiungere l’obiettivo finale, la vendita appunto.

  1. Contenuti di intrattenimento o per usare un termine tecnico… di cazzeggio.
  2. Contenuti acchiappa reach, ovvero contenuti leggeri ma condivisibili “senza impegno”, come aforismi, citazioni o accade oggi.
  3. Contenuti di informazione, di approfondimento rispetto a temi affini al prodotto e quindi alle esigenze del lead.

Le persone usano il web con leggerezza, vogliono contenuti leggeri da condividere con i propri amici.
Alcuni usano il web per saperne di più riguardo a qualcosa.
Approfondisci per loro.
La restante parte desidera comprare (preferibilmente da chi gli ha donato qualcosa prima). Vendi.

COME I CONTENUTI GENERANO CLIENTI

I contenuti hanno lo scopo di generare nuovi contatti prima, mantenere l’attenzione al prodotto in un secondo momento (puoi approfondire l’argomento leggendo l’articolo che parla di Inbound Marketing Strategy).
Una volta generato un lead, ovvero un utente che in qualche misura ha compiuto un gesto di interesse verso il brand (mi piace, condivisione, commento, visita al sito…) è importante pianificare un sistema di “nutrimento”, ovvero la diffusione di contenuti utili e spendibili che nutrano il nuovo rapporto tra il brand e il lead.
Fiducia, gratitudine, divertimento, emozione sono gli ingredienti più efficaci per “riscaldare” il lead e trasformarlo in un prospect, ovvero un utente che mostri palesemente interesse verso il prodotto e ne faccia esplicita richiesta (preventivo on-line, richiesta appuntamento o consulenza).

A questo punto tutte le qualità dell’azienda devono venir fuori per trasformare il prospect in cliente.
Ricordi tutti gli elementi citati all’inizio dell’articolo?
Ogni conversazione, mail, messaggio, automazione, tempo di risposta, concorre alla vendita e ad allungare la “vita” del cliente.
Un cliente molto soddisfatto è un cliente che tornerà ad acquistare presto o tardi.

Tutto è Vendita. Tutto è Marketing

Adesso però sai che non ha alcun senso “sparare” promozioni sulla folla.
È più produttivo e – credimi – meno faticoso identificare pubblico affine e interessato e “accompagnarlo” alla cassa quando sarà pronto per acquistare.

Perché se il tuo prodotto è davvero di qualità, utile, risolutivo, allora prima o poi qualcuno ne avrà davvero bisogno.
Deve solo sapere che ci sei e sei la prima scelta possibile.

Nazareno Brancatello

Sono uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
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Instagram (finalmente) fa pulizia. Caccia ai falsi like

Instagram (finalmente) fa pulizia. Addio falsi like

Caccia ai like ottenuti con i BOT per creare fake influencer

Ho aperto il mio profilo Instagram nella primavera del 2012.

Eravamo agli esordi del social nato da un paio di anni appena.
Lo stream era ricco di fotografie meravigliose che – ahimè – ai tempi non potevo apprezzare e oggi un po’ rimpiango.
Instagram non apparteneva ancora all’universo Facebook ed era luogo di ritrovo di fotografi e professionisti dell’immagine.
Gli utenti lo utilizzavano per generare portfolio e promuovere le proprie opere.

Iniziai ad utilizzare il mio Instagram come un raccoglitore di scarsa qualità, con foto mascherate da filtri d’ogni tipo.

Un po’ come una donna attempata e non troppo affascinante che tenta attraverso il make up di apparire bella e seducente.
Così erano le mie foto. Ma in fondo lo erano quelle di tutti gli utenti che tra il 2012 e gli anni a seguire cominciarono a popolare il social.

Niente selfie, niente storie demenziali, niente foto allo specchio del bagno.

Io appartengo a quell’ondata di utenti che ha sporcato e reso banale uno strumento davvero ben fatto.

Si, mi batto il petto e riconosco le mie colpe.

Instagram 2.0

Poi Mark Zuckerberg si accorse di quell’app che faceva trend e tirava orde di ragazzini indemoniati, desiderosi di pubblicare selfie compulsivamente.

Più Instagram cresceva più i professionisti della fotografia lo abbandonavano, più me ne disinnnamoravo.
Avevo persino acquistato un libro per comprendere come avere successo con Instagram.
La logica degli hashtag e il principio di generosità che vi sta(va) alla base.

Più imparavo più mi rendevo conto che il social network delle foto non era più ciò che stavo studiando. Probabilmente non era più ciò che chi lo aveva creato avrebbe voluto.

Una giungla di contenuti di scarsissima qualità, una difficoltà quasi insormontabile a costruire una community di follower seria e interessata, l’orda di di hashtag dispensati senza logica su ogni foto.
Difficile fare nurturing, difficile generare prospect profilati, quasi impossibile mantenerli e convertire.

Foto di gattini con hashtag inerenti al marketing, seni scoperti con citazioni di saggezza orientale e una montagna di mi piace.
L’ascesa del porno e l’avvento di storie semplicemente demenziali mi hanno aperto gli occhi.

Instagram con le sue logiche non era il luogo giusto per me e i miei clienti. Quantomeno non il luogo ideale per avere il massimo col minor sforzo possibile.

Ho deciso per questo di limitarmi ad un uso personale – e senza eccessi – dello strumento.
Almeno fino a che le cose non fossero cambiate.

LE COSE (FORSE) STANNO CAMBIANDO

È fresca la notizia, freschissima.

Grazie alla revisione in atto sull’algoritmo, il team di Instagram sta facendo epurazione in grande stile.

Via like commenti e follower ottenuti attraverso bot e app esterne o peggio ancora Vending machine.

Già qualche mese fa il social era stato oggetto di profonda pulizia da profili fake, mentre è di qualche anno fa l’iniziativa di “oscurare” i contenuti che riportassero hashtag offensivi, razzisti, esplicitamente sessuali o eccessivamente abusati al punto da renderli inutili.
Perchè se l’hashtag è il filo rosso che collega profili e contenuti affini ad un preciso argomento in tutto il network, il suo abuso rappresenta invece la non connessione, il caos. Ovvero il contrario di ciò che gli hashtag dovrebbero generare.

Attraverso un comunicato stampa, Instagram ha dichiarato guerra ai profili che hanno accresciuto la propria influenza e rete di follower attraverso l’uso di software di terze parti.
Senza contare le applicazioni che innescavano una vera e propria compravendita di follower (“segui 100 profili e a tua volta otterrai 10 follower reali” o ancora “come ottenere 1000 follower reali” sono slogan tipici di questi servizi).

In sostanza la battaglia è ai finti influencer, utenti che hanno acquisito migliaia di follower senza pubblicare contenuti interessanti né utili.
Un finto premio per finti meriti.

INFLUENCER MARKETING

La chiarezza rispetto alla reale influenza di un profilo è fondamentale per quelle aziende che su Instagram fanno marketing seriamente.

È giusto investire per ingaggiare influencer con migliaia o milioni di follower se la maggior parte di questi sono falsi o generati con un bot?

I ragazzi di oggi si affermano e alimentano la loro autostima in modo proporzionale ai like o ai follower che riescono ad ottenere. A qualunque costo, pur di apparire interessanti e di successo.

Sono tantissimi a delegare a terze parti la daily routine che dovrebbe essere ricca di relazioni umane, di input e feedback. Pre impostano il numero di like da mettere durante la giornata e quali profili seguire per recapitare una notifica all’utente (che a sua volta dovrebbe ricambiare il gesto) e poi, a distanza di qualche giorno, revocare l’azione.
Dei veri e propri robot che svolgono il lavoro al posto dell’utente reale.

Molti utenti tendono a spendere soldi in app di terze parti per acquistare follower, likes, commenti e visualizzazioni, per mostrare ai propri follower e a chi sta pensando di diventarlo, l’influenza che hanno sul social network.

Mostrare i muscoli, anche se sono di cartone.
Ho reso l’idea?
È la nuova riprova sociale, quella effimera sensazione di notorietà, anche se non corrisponde ad una reale cerchia di seguaci.

Nulla di grave, se non fosse che sull’influencer Marketing piccole e grandi aziende costruiscono intere strategie di marketing.

Era arrivato il momento di mettere un po’ di ordine a questa giungla.

BYE BYE FAKE INFLUENCER

La stessa Chiara Ferragni, Regina degli influencer (hai letto il nostro articolo su Chiara?), è stata recentemente al centro di un social gossip, promosso da Rolling Stone (leggi qui l’articolo) che aveva dimostrato che parte dei suoi follower – circa il 35% – fossero profili di dubbia originalità. Nel loro articolo c’è un’interessantissima analisi su come i nuovi vip acquistino followers con pochi dollari, per aumentare (lo fanno davvero?) la propria reputazione online.

Non che funzioni, ma vedere un vip con molti follower rafforza la leadership del personaggio.

Ciò che è certo è che l’attività di pulizia porterà qualche migliaio di sedicenti influencer a ritrovarsi con un ingente numero di follower inferiore e molto probabilmente a perdere alcuni degli sponsor che erano riusciti ad ottenere.

Sono tanti gli influencer che ottengono prodotti premio, servizi da testare, omaggi e tanti altri benefits in cambio di un po’ di visbilità allo sponsor nella propria bacheca.

Influencer e Ambassador del weekend hanno le ore contate, se l’algoritmo farà il suo dovere.

“Sin dai primi giorni di Instagram , abbiamo rilevato automaticamente e rimosso account falsi per proteggere la nostra community.
L’aggiornamento di oggi è solo un altro passo per mantenere Instagram una vivace comunità in cui le persone si connettono e condividono in modo autentico. Nelle prossime settimane avremo più aggiornamenti su ulteriori misure che stiamo prendendo per affrontare attività non autentiche su Instagram.”

Mi auguro che le promesse vengano mantenute.

Nazareno Brancatello

Sono uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.


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Dolce come lo scivolone Barilla - Quando il target non è un luogo comune

Dolce come lo scivolone Barilla
Quando il target non è un luogo comune

In molti dei nostri articoli potresti trovare riferimenti sull’importanza di definire un target per qualsiasi azione di marketing.
Non è una fissa tipica di bbadv, sia chiaro.
È il mantra inespresso di qualsiasi marketer e addetto ai lavori pubblicitari.

Sembrerà un’affermazione banale ma non puoi comunicare qualcosa se non sai a chi.
Se la tua promozione avesse per destinatario il turista tedesco, sono certo avresti cura di tradurre in lingua il claim della tua pubblicità. Giusto?

Giusto!

È proprio sulla lingua che Barilla è caduta – a mio modestissimo avviso – seppur nel caso specifico il problema non sia l’italiano ma… il siciliano!

Il siciliano è una bruttissima bestia! Sia chiaro, lo dico da siciliano doc.

PROBLEMI DI LINGUA

Conosci quella storiella degli eschimesi riguardo a quanti termini utilizzino per indicare la neve?

È una mezza leggenda metropolitana – mezza perché ha un fondo di verità ma nelle aule viene ingigantita per consolidare le argomentazioni – ma fa al caso nostro e te ne offrirò un riassunto veloce.

L’eschimese è una lingua che in realtà è il risultato di più dialetti, Inuit e Yupik tra i i principali. È l’idioma di popolazioni presenti in Alaska, Canada, Groenlandia e Siberia, territori anche molto distanti tra loro e influenzati in modi diversi.

Il risultato è che in diverse sfaccettature, l’eschimese preveda decine (qualcuno dice centinaia) di modi diversi di definire la neve, che in italiano invece si indica con un solo termine.
Neve, appunto.

Ciò che per noi è neve, per gli eschimese è qanik, ovvero neve nell’aria, o aput, quindi neve già caduta sul terreno. Da queste due semplici radici si ricavano parole diverse, come qanipalaat (neve soffice a fiocchi nell’aria) o apusiniq (cumulo di neve sul terreno)

Non si può utilizzare un termine al posto di un altro. Se vuoi che un eschimese ti comprenda devi tenere conto di queste sfumature.

QUALCUNO LO DICA A BARILLA!

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L’errore grossolano di Barilla non è diverso.

Per una colorata (rimanendo in tema) campagna di branding, la nota marca Italiana ha deciso in Sicilia – rispettivamente Palermo, Catania e Messina – di far leva su un linguaggio “autoctono” e su stereotipi della “saudade sicula”.

La scelta di un copy così territoriale va ricercato nel tentativo di avvicinarsi al pubblico target, di far passare il prodotto Barilla come un made in Italy 100% che racchiude i valori, le tradizioni e le bellezze del Bel Paese e per questo da preferire ad altri competitor.

In questa sede sorvoleremo sul fatto che proprio Barilla è stata ed è tutt’ora al centro di una fastidiosa bagarre riguardo al fatto che il grano utilizzato per pasta e preparati non sia italiano al 100% ma mescolato ad altri grani provenienti da paesi appartenenti e non all’Unione Europea.

Insomma, non proprio una politica nazionalistica.

Il claim per le 3 città siciliane ha la stessa radice, “dolce come….”.

La declinazione cambia per ognuna delle tre città.

Come i colori della Vucciria” nel caso di Palermo, “come la mattina del 5 Febbraio” cara ai catanesi perché festa di Sant’Agata patrona, “come rivedere casa al mare” per i messinesi, spesso costretti a trascorrere da pendolari molte ore sul traghetto.

Il claim in tutti i casi è stato disposto su un letto di pomodorini datterino (da siciliano mi auguro siano di Pachino) e un bel barattolone di salsa Barilla.

“Che c’è di male” starai pensando…?

Se sei di Milano – come ci sei finito nel nostro blog? – assolutamente nulla.
Se invece hai sangue arabo-normanno nelle vene sai benissimo che la frase sviluppata non ha davvero alcun senso.

ANALIZZANDO PER BENE…

Nella lingua italiana l’aggettivo dolce si attribuisce a tutti i prodotti alimentari che contengano zucchero, miele o qualsiasi altro ingrediente conferisca dolcezza, e per estensioni i dessert in genere.

Dolce può essere un pomodorino datterino, ma di sicuro non un mercato storico o una data del calendario o un’immagine evocativa.

Se stai pensando che è una semplice sinestesia, puoi fermarti e non leggere oltre. Rimane una sinestesia non riuscita, proprio perchè in Sicilia l’uso del termine assume altri significati.

La spiegazione di un uso scorretto del termine va ricercata nella licenza poetica che il siciliano avrebbe potuto offrire, dialetto che attribuisce a “duci” significati più numerosi che vanno ricercati anche nell’ambito della bellezza e dell’estetica.

Un sorriso può essere duci, una persona o un cucciolo, un comportamento particolarmente affabile e – perché no – un colore particolarmente gradevole.

Tuttavia nessun palermitano – sui catanesi non posso garantire – utilizzerebbe duci per descrivere un mercato popolare.

  • Perché utilizzare il termine in italiano che è di per sé un grossolano errore.
  • Se l’origine della scelta era la forma dialettale duci, perché “italianizzarla” privandola appunto di quelle sfumature tipiche del dialetto isolano, sfumature che molto probabilmente avevano dato origine allo slogan stesso?
  • Se invece l’intenzione era quella di dar vita ad una figura retorica, come mai proprio in Sicilia, terra in cui una frase del genere non avrebbe mai potuto funzionare per via dell’influenza dialettale?

Avremmo potuto accettare la sinestesia se il claim fosse stato uno e univoco per l’intero territorio nazionale. Il fatto che lo slogan sia stato utilizzato solo sull’isola, lascia poco spazio al dubbio.

Quella frase è un tentativo maldestro di far credere a noi siciliani che dentro quel barattolo di sugo ci fosse un po’ della nostra terra.

DOLCE COME LE MIE CONCLUSIONI

Avrei davvero voluto essere presente al brainstorming creativo che ha dato origine ad una scelta così azzardata e, ahimè, scellerata.
Dubito che in quella sala riunione fosse presente un palermitano, o un catanese a guidare i colleghi in una considerazione così banale eppure così spinosa.

Si potrebbe dire che discutere della validità della pubblicità sia a sua volta pubblicità.
Bene o male purché se ne parli.

Touchè.

La polemica intorno ad un messaggio può essere una cassa di risonanza eccezionale, ancor più se accesa ed aspra.

Ce lo insegnano Pandora con il discusso claim di San Valentino, o ancora Buondì Motta che deve il suo successo social proprio agli haters che ne sono diventati ironici testimonials.

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In ogni caso ditelo ai signori di Barilla.

La Vucciria di Palermo può essere chiassosa, è certamente affascinante, può essere definita storica o pittoresca.
Un turista potrebbe definirla “wunderbar”, ma mai e dico mai sentirete dire che è dolce né tantomeno “duci”.

Dalle nostre parti quando un pomodoro viene calpestato si dice che sia stato “scafazzato”.

Un termine onomatopeico che utilizziamo anche per connotare un’idea finita male, uno scivolone, una figuraccia in pubblico.

Insomma, Barilla a questo giro in Sicilia l’hai decisamente “scafazzata”, e non per colpa dei pomodori!


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I migliori 8 video di marketing di sempre

I migliori 8 video di marketing di sempre

Ogni giorno vengono visionati filmati su YouTube per oltre 500 milioni di ore.

Non rende l’idea, vero?
Allora mettiamola in questo modo.

Avresti bisogno di cinquantasettemila anni per vedere tu da solo la quantità di ore/video che in un solo giorno vengono consumate su YouTube.

Sia chiaro, dovrai trattenere la pipì.

Penso non sia necessario aggiungere altro per farti comprendere che

  • Se stai comunicando già il tuo brand attraverso i video pollice in su
  • Se non lo fai ancora tanti pollici in giù e ammonizione ufficiale.

Soprattutto i settori beauty, design e live stream sono dipendenti dai contenuti video.

Molte aziende cominciano a comprendere il perché è corretto comunicare attraverso i video; la percentuale di aziende che fanno ricorso ai video, infatti, aumenta di anno in anno, di settore in settore.

Si stima che l’anno prossimo l’85% della comunicazione web passerà attraverso contenuti video.
Il cervello umano elabora le immagini con una velocità esponenzialmente maggiore rispetto all’elaborazione di un testo.

D’altra parte il videomarketing è una branca ben definita del marketing, che si muove con regole sue e strategie uniche.

I Social Network consentono la messa in opera di una video strategy vincente con budget pubblicitari non necessariamente esosi. Un ottimo video e un’ottima targetizzazione del pubblico potrebbero rendere virale un contenuto in poche ore.

Cosa serve?

Per produrre un buon video occorre organizzare un efficace brainstorming, elaborare idee creative e accattivanti, un team che lavori alla parte tecnica, ai testi, al “messaggio” che si vuole far passare e alla diffusione in ultima battuta.

Se stai pensando a quei classici video molto vintage dove vengono ripresi gli ambienti dell’azienda, con gli operai al lavoro sorridenti, e il presidente della società in giacca e cravatta che si auto-loda, attribuendosi una lunga sfilza di inimitabili qualità… stai pensando nel modo sbagliato.

Oggi fare video content passa necessariamente da uno step creativo se si vuole essere efficaci.

A corto di idee?
Guarda quali livelli di follia e genio puoi raggiungere con un pizzico di fantasia e – innegabilmente – stanziando un budget ben definito ai contenuti video.

1. SQUATTY POTTY – Pooping will never be the same

Come pubblicizzare un prodotto che per sua natura stimola – che ridere! –
l’ironia e rischia di trasformarsi in una buffonata?

Attraverso l’ironia e rendendolo una buffonata!

Grazie all’ironia appunto, il marketing può affrontare un tema assolutamente tabù e scivoloso – oddio, basta doppi sensi! – e utilizzare il video per educare il consumatore sull’uso corretto (e necessario) del prodotto.
Inutile porre il focus sull’aspetto salutare, meglio puntare sul raptus “like & share for cazzeggio con gli amici” per aumentare la visibilità del video e raggiungere quante più persone possibili.

2. Android – Friends Forever (2015)

Ci sono tre cose che devi assolutamente sapere per apprezzare al massimo questo video:

  • La prima è che le storie più efficaci sono quelle in cui i protagonisti sono animali. Pensa ai grandi classici Disney o le favole di Esopo.
  • La seconda è che circa l’80% delle persone si dichiara amante degli animali in genere, circa il 30% in particolare modo dei gatti.
  • La terza che è scientificamente provato che guardare video di animali aumenti la produzione di serotonina influenzando un benessere psichico e una riduzione dello stress percepito.

Si completano le valutazioni sull’efficacia del video con un uno slogan ben riuscito che spinge a stare insieme senza perdere la propria particolarità e senza uniformarsi.

Riassumendo, Scegli Android, sii felice e inimitabile.

3. Coca Cola – La macchinetta della felicità

Un distributore di Coca-Cola si trasforma in un distributore di buon umore.
C’è bisogno che ti spieghi che associazioni fa il nostro cervello?

L’effetto sorpresa, ma soprattutto l’omaggio inaspettato, creano un profondo senso di gratitudine nel consumatore che aumenta il suo legame con il prodotto. Se devo bere una bibita, sceglierò sempre quella che mi ha dato di più.

Naturalmente un video come questo, oltre a raccontare una bellissima operazione di “unconventional marketing” spinge l’utente a condividere la propria approvazione.

Quanti soldi servono per produrre un video del genere? Pensaci, qualche telecamera nascosta, e una macchinetta modificata.
Non hanno mica ingaggiato George Clooney!

4. Reebok – 25,915 giorni

Reebok cala l’asso con un video davvero ben fatto.
Anziché produrre un video sulle qualità di un prodotto, l’azienda ha pensato bene di raccontare i benefici dell’attività fisica, fatta a prescindere dall’eta e dall’equipaggiamento utilizzato.

La durata media della vita umana è di 25.915 giorni e Reebok sfida ognuno a viverla pienamente attraverso lo sport (per il quale va da sé è necessario acquistare abbigliamento tecnico).

Una vita atletica infatti “sovvertirebbe” il naturale invecchiamento, rendendoci sempre più forti e giovani nonostante l’avanzare degli anni.
La musica e un videomaking incalzante e ritmato trasferiscono emozioni affini al coraggio, alla sfrontatezza e alla vittoria.

Chi di noi non vorrebbe sentirsi un vincente?

Anche il BB Team crede nei benefici dell'attività fisica.

Non ci credi? Guarda come abbiamo raccontato la sfida di Davìd.

5. Dove Real Beauty Sketches – Sei più bello di quanto pensi

Anche la donna più sicura di sé nutre dubbi sul proprio aspetto fisico. Un’azienda come Dove, che produce prodotti per la cura del corpo, non può non tenere presenti le esigenze, i disagi più intimi, le sensazioni e le speranze del suo principale target. Le donne.

Con questo video Dove mette in luce la differenza che c’è tra l’immagine che abbiamo di noi stessi e il modo in cui gli altri ci percepiscono. Il risultato è che siamo migliori di quanto noi stessi pensiamo, più belli, più positivi.
La musica, la location scelta e le luci catturate durante le riprese completano una realizzazione davvero eccellente, nonostante gli oltre 6 minuti di video, in totale controtendenza con le abitudini social.

6. Allego – cosa stai cercando a Natale?

Allegro è un e-commerce polacco.
Con questo video il sito non vuole decantare le qualità dei prodotti che vende (sarebbero così tanti) ma far comprendere che dietro un acquisto ben fatto si nascondono grandi motivazioni e grandissimi benefici.

La gente non acquista ciò che gli serve davvero, ma ciò che gli trasmette emozioni eccezionali.
Per questo il video si conclude con un colpo di scena intenso e ricco di significati toccanti.

7. GoPro – Un Vigile del Fuoco salva un gattino

La comunicazione GoPro è sempre stata accompagnata dallo slogan “Be a Hero” dove con il termine Hero si fa riferimento tanto all’eroe moderno quanto alla action camera prodotta dall’azienda.

L’eroe moderno per un prodotto del genere è l’atleta estremo. Paracadutisti, skaters e bikers hanno sempre fatto da testimonial per il brand. Con questo video però l’attenzione si sposta su altro tipo di eroi, e su un nuovo modo di utilizzare i prodotti GoPro

Costi di produzione? Pensa che è stata utilizzata semplicemente una Hero4 per le riprese!

8. Modi stupidi di morire

Sai a cosa la gente presta meno attenzione in assoluto?
Agli avvertimenti sulla sicurezza.
Nessun vuole sentirsi dire cosa deve fare per non correre rischi.

In che modo il classico “Stai Attento!” Può diventare efficace e virale allo stesso tempo?
Dai, arrivati in fondo a questo articolo la risposta dovresti già conoscerla.

Un bel video.
Oltre 2 minuti di animazione elementare e semplice, una canzoncina ripetitiva come le filastrocche per bambini e un titolo da premio Nobel.
Modi stupidi di morire. Modi incredibili per ottenere oltre 170 milioni di visualizzazioni e generare un valore di oltre 50 milioni di dollari.

Ah, gli incidenti in metro a Melbourne (dove è stato lanciato e prodotto il video) sono calati del 30% e dopo appena 6 mesi dalla distribuzione del video, l’azienda ha prodotto anche un videogame su app per smartphone.


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Si può decidere di essere piccoli?

Si può decidere di essere piccoli?

La conosci la storia di Peter Pan?
Vabbè, si lo so, la conosci benissimo. Era per rompere il ghiaccio.

Tornando a Peter Pan, il nostro bulletto dell’Isola che non c’è proprio non voleva crescere.
Gettarsi nel mondo degli adulti, doversi sottomettere a così tante regole e formalità, dover vivere lo stress di imparare, di andare oltre le proprie conoscenze e tenere il passo in un mondo iper-competitivo e cinico.

Stiamo ancora parlando di Peter Pan? Si.
Ma anche no.

Non voglio confonderti. Anzi, rifletti insieme a me su questa domanda:

La tua azienda è piccola o grande?

Sappiamo benissimo che il mercato lo fanno le grandissime aziende, i colossi internazionali.

Tuttavia in quello stesso mercato sono decisamente più numerose le piccole e medie imprese.

In realtà, se proprio vogliamo andare a fondo a questo luogo comune, la maggior parte del mercato è composto da piccolissime aziende, con meno di 10 dipendenti, artigiani, professionisti.

Allora è più corretto dire che la maggior parte del profitto sta alle grandissime aziende, le piccole si dividono la restante parte.
Questa non è una cattiva notizia in fondo.

È chiaro che una piccola azienda – per piccola intendiamo attività locali, artigiani – non può sovrastare il messaggio pubblicitario di un colosso che fa del marketing di massa la sua arma più potente.

È proprio per questo che le piccole aziende dovrebbero smettere di provare a vendere a tutti, e cominciare a selezionare minuziosamente i clienti.

Hai sentito bene. Se stai pensando che in tempo di crisi – a ridaje co’ sta crisi – non possiamo permetterci di fare gli schizzinosi, sappi che… non è quello che sto dicendo.

La verità è che le piccole aziende fanno una fatica – economica e fisica – sproporzionata nel cercare di mostrarsi ad un pubblico quanto più ampio possibile.
Al contrario, sono proprio le attività familiari, i piccoli artigiani, i produttori locali che hanno più bisogno di identificare correttamente i propri clienti.

Una volta definito il profilo ideale sarà più facile, anche grazie ai moderni strumenti di promozione, spendere in modo oculato anche piccoli budget pubblicitari veicolandoli sul target giusto.

Identificare il cliente ideale, chiarire il sistema di valori, costruire un’immagine chiara e coerente, sfruttare il direct marketing e programmare una strategia di Inbound Marketing è più urgente per una piccola impresa che non per un brand affermato.

NON BISOGNA CRESCERE PER FORZA

Non tutte le piccole aziende mirano a diventare grandi.
Non tutti i ristoratori vogliono aprire catene in franchising e non tutte le sartorie vogliono ateliers nelle capitali europee.

È legittimo che ognuno abbia ambizioni diverse.

Sia chiaro, quando diciamo “piccola” non intendiamo approssimativa o #FattoInCasaConPassione.

Un’azienda può esprimere un prodotto/servizio di primissima qualità lavorando con piccole produzioni o mantenendo le tradizionali lavorazioni a mano che naturalmente richiedono più tempo.

Ad esempio un forno locale può perseguire l’uso di grani antichi, lievitazioni lente e naturali. Può rigettare l’uso di prodotti chimici o surrogati.
Può farlo mantenendo lo stesso staff di sempre, un unico punto vendita e applicando costi che sostengano l’intero business senza la ricerca spasmodica di una fetta di mercato più ampia. A quel punto gli basterà identificare una value proposition chiara e diretta per posizionarsi senza ambiguità sul mercato.

Un calzaturificio a conduzione familiare potrebbe concentrarsi su scarpe di vera pelle, prodotto perfetto per professionisti affermati.
Potrebbe poi completare la proposta commerciale con un prodotto per la pulizia efficace delle scarpe, rimanere a conduzione familiare per mantenere alte attenzione e competenza sulla produzione, e concentrarsi sul livello di fidelizzazione con i propri clienti prima ancora che pensare di trovarne di nuovi.

LAVORARIAMO CON I PICCOLI E NE SIAMO FIERI

Noi siamo piccoli!

Fai un giro sul nostro sito. Siamo pochi ma buoni, abbiamo entusiasmo e ci divertiamo parecchio nei momenti creativi. Il nostro ufficio è maledettamente piccolo, ma è vero che se fosse più grande ci parleremmo meno.

Piccolo non vuol dire sfigato.

Nel settore del marketing, le agenzie tendono a ricercare clienti “grandi”, brand prestigiosi che possano conferire parte di quel prestigio. La fama di un’agenzia di comunicazione è direttamente proporzionale alla fama dei marchi che tratta. Almeno così si dice in giro.

Eppure noi troviamo ugualmente appagante lavorare con piccole o grandi aziende a patto che vi sia una visione, un intento preciso e tanto entusiasmo. Nel nostro portfolio coesistono piccoli e grandi marchi, non facciamo distinzione.

Spesso ci sediamo a tavolino con aziende locali e riscopriamo valori meravigliosi da comunicare. Appartenenza territoriale, produzioni storiche, folklore e tradizioni, storie di famiglia attraverso generazioni di sacrifici.

Alle volte ci soffermiamo ad analizzare il marketing di marchi più blasonati che sembrano però parlare a tutti e a nessuno. Tavoli su cui fatturato, ricavo, investimento sovrastano qualsiasi altra considerazione.

Si può essere piccoli per scelta o per sorte, ma la cultura d’impresa va al di là della grandezza del brand.

Il panificio, la farmacia, il mini market, la gelateria artigianale.
Il “chioschetto” notturno o la pasticceria storica, possono sviluppare un marketing mirato e diretto al loro cliente tipo, dimenticando promozioni su “maxi formato” o ”larga scala” o peggio “massima diffusione”.

Se i piccoli imprenditori capissero che è più facile, meno dispendioso e più profittevole parlare da piccola azienda soltanto ai clienti in target, probabilmente avremmo più clienti.

E a quel punto, diventeremmo grandi?


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Obsolescenza Programmata: cosa significa e come cambia il consumo

Obsolescenza Programmata: cosa significa e come cambia il consumo

L’Antitrust italiano ha multato Apple e Samsung, per obsolescenza programmata.
Scopriamo cos’è, in che modo è vantaggiosa per le aziende a discapito dei consumatori.

«L’AGCMacronimo di Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato – ha accertato che le società del gruppo Apple e del gruppo Samsung hanno realizzato pratiche commerciali scorrette in violazione degli artt. 20, 21, 22 e 24 del Codice del Consumo in relazione al rilascio di alcuni aggiornamenti del firmware dei cellulari che hanno provocato gravi disfunzioni e ridotto in modo significativo le prestazioni, in tal modo accelerando il processo di sostituzione degli stessi».

C’è bisogno che vi spieghiamo la nota ufficiale?

È sufficientemente chiaro che tanto Apple quanto Samsung – e chi può dirlo, probabilmente anche altre società Hi-tech – in un primo momento pubblicizzino prodotti resistenti a traumi, liquidi e “infortuni” di ogni sorta, promuovendo processori, sistemi operativi, componenti di ultimissima generazione e creando nell’immaginario del consumatore l’idea di effettuare un vero e proprio investimento a tempo indeterminato.

Il costo ingente di un device è giustificato con la sua presunta longevità e l’alta qualità dei servizi ottenuti.
Tuttavia ognuno di noi potrebbe raccontare una storiella molto simile. Dopo qualche mese dall’acquisto di un prodotto, ecco che all’uscita dell’ennesimo aggiornamento del software le cose iniziano a cambiare. In peggio.

Il device è lento, le applicazioni si aprono in ritardo, la batteria si esaurisce velocemente lasciandoci “in panne” a metà giornata.
Viviamo schiavi di cavetti e carica batterie, sbuffando ad ogni schermata bianca dello smartphone in attesa che il lancio di un app si completi.

Come è possibile che uno strumento da 600-800-1.000 € con qualche mese di vita alle spalle sia già così poco performante?

OBSOLESCENZA PROGRAMMATA

Seppure la nota ufficiale dell’AGCM non lo dica espressamente (leggi qui il comunicato stampa del 24 ottobre 2018), le due società sarebbero state pizzicate con le mani nella marmellata.
Un vasetto scuro con su scritto Obsolescenza Programmata.
Il rilascio di alcuni aggiornamenti, infatti, provocherebbero gravi disfunzioni e ridurrebbero le prestazioni dei cellulari o di altri apparecchi, generando in questo modo la sensazione nel consumatore che sia arrivato il momento di sostituire il proprio smartphone con uno nuovo.

Ecco, magari proprio quello lanciato sul mercato con non poca eco mediatica, giusto qualche giorno prima che il device cominciasse a fare cilecca.

Non acquisteremmo dunque il nuovo prodotto perché migliorerebbe realmente le nostre vite, il nostro lavoro, offrendoci di più.

Lo faremmo semplicemente perché non più soddisfatti di quello in uso.

Quella dell’Antitrust è ad oggi ritenuta una sentenza storica, perché mette un punto sull’egemonia delle grandi società tutelando il diritto del consumatore a beneficiare di un bene per il tempo che realmente ritiene opportuno.

La “costrizione” all’acquisto e l’imposizione subdola a rimanere al passo con il mercato avevano condotto milioni di persone a cestinare prodotti eccellenti in favore di nuovi apparecchi non così dissimili da quelli scartati.

Alla faccia del consumismo!

Apple e Samsung si sono arrese? Macché!
Mentre la prima non si è ancora espressa ufficialmente, Samsung ha già diramato la sua nota ufficiale nella quale rigetta l’accusa e annuncia il ricorso, sottolineando la volontà societaria di offrire sempre la miglior esperienza possibile ai propri clienti.

UN MALE “ANTICO”

L’obsolescenza programmata non è una novità sul mercato.
La necessità di tenere sempre vive le vendite ed evitare cali, soprattutto per chi produce prodotti resistenti e poco deteriorabili, ha già spinto in passato società illustri ad accorciare la vita del prodotto.

Philips, ad esempio, ridusse la vita delle lampadine ad incandescenza (non proprio ieri quindi) da 2500 a 1000 ore. Oltre la metà del tempo, tradotta in una maggior frequenza d’acquisto.

Anche per questo motivo la commissione UE ha da tempo inserito una direttiva sull’ecodesign nei regolamenti comunitari, volta a spingere i prodotti a sviluppare una produzione duratura e più facilmente riparabile, proprio per contrastare un consumismo pericoloso su molti fronti.

EVITARE LA MALATTIA

Impossibile.
Proviamo a pensare a quanto spesso queste aziende rilasciano aggiornamenti dei software.

Fermiamoci a riflettere su come le app si interfacciano tra loro, e quanto sia necessario che, laddove un’applicazione sviluppi tecnologia avanzata (la realtà aumentata né è un esempio), le aziende siano costrette a supportare con device sempre più prestanti.

Questo vuol dire che al di là di un’invecchiamento voluto e programmato, la tecnologia si evolve ad una velocità inarrestabile, tanto da rendere effettivamente “vecchio” un qualsiasi supporto nel giro di qualche anno.

Sul banco d’accusa non va l’obsolescenza, che è caratteristica di ogni cosa. Qualsiasi lavatrice, frigorifero, tv o computer è destinato ad esaurirsi.
È la programmazione della durata ad avere il dito puntato, la decisione a priori di rendere “limitato” qualcosa che viene invece pubblicizzato come indistruttibile o che “durerà per sempre”.

LA SOLUZIONE “FAI DA TE”

Abbiamo una buona notizia: L’obsolescenza programmata può essere sconfitta grazie al fai-da-te.

Se non caschi nella trappola dell’effetto alone e desideri essere autonomo nella gestione hardware del tuo smartphone, ti consigliamo di guardare questo video del 28 Ottobre andato in onda su Italia 1.

Alice Martinelli ci spiega un metodo alternativo per “combattere” l’obsolescenza programmata.

Adesso ti propongo un piccolo esperimento.
Apri il cassetto dei ricordi, degli oggetti vecchi.
Quel cassetto in cui conservi gelosamente il walkman del liceo o le candeline del tuo diciottesimo compleanno.

Quanti vecchi telefonini vi conservi?