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Facebook Business Suite la nuova dashboard tutto in uno di Facebook inc., ideale per la gestione social delle piccole imprese.

Chi lavora giornalmente con i social network, in particolar modo con Facebook e Instagram, saprà apprezzare la novità. Una piattaforma all-in-one che dovrebbe integrare numerose funzioni e collegare con maggiore efficacia la content strategy condivisa tra i due social. Vita facile per le piccole imprese, ma anche per i poveri social media manager. 

Business Suite nasce per includere le opzioni di Facebook e di Instagram in un unico spazio e switchare velocemente dall’uno all’altro social network. 

Lavorare sarà comodo e decisamente smart, perchè la Suite arriverà sia su desktop che su app mobile. 

Ottima notizia per i social media manager, che spesso si trovano costretti a raccontare le attività aziendali in live e non avere con sé che il proprio smartphone. 

I vantaggi di Business Suite di Facebook

Risparmiare tempo: fino ad oggi abbiamo programmato i nostri contenuti su Creator Studio, altro strumento offerto da Facebook inc. per la gestione del planning editoriale. Una volta caricato un contenuto per un social, si procede al cross-posting, ovvero alla condivisione del contenuto sull’altro social.  Business suite dovrebbe velocizzare questo passaggio dando la possibilità di pubblicare immediatamente su entrambe le piattaforme.

Piano editoriale Facebook e Instagram

Velocizzare il community management: messaggi e direct, notifiche e avvisi di Facebook e Instagram in un unico inbox, così rispondere agli utenti sarà semplice.

Community Management_message

Misurare i risultati: le opzioni di insight saranno accessibili direttamente dalla stessa app, così da verificare sempre copertura, interazioni, coinvolgimento sia dei post di Facebook che di quelli su Instagram. 

Insight Facebook & Instagram

Dov'è la novità?

Nessuna di queste funzioni sconvolge, perchè sono tutte cose che facciamo già. La differenza è che per gestire tutto siamo costretti ad utilizzare 4 applicazioni (Gestore delle Pagine, Instagram, Gestione Inserzioni e Creator Studio) da smartphone. Non cambia molto da desktop, dove si rende necessario lavorare sul pannello di Creator Studio e da numerose funzioni del Business Manager. 

Anche adesso è possibile convergere messaggi e Direct sullo stesso inbox e gestirli su Gestore delle Pagine, tuttavia non è possibile fare lo stesso dall’app di Instagram. 

Per quanto riguarda gli Insight, sarà possibile comparare le performance di Facebook e Instagram in un’unica overview. 

Il Tris perfetto: Facebook, Instagram e...?

Peccato che una piattaforma del genere non integri la terza app della famiglia Facebook Inc., ovvero Whatsapp. 

Pare che questo avverrà nel prossimo futuro. Integrare l’app di messaggistica potrebbe essere la mossa giusta per far comunicare in maniera efficace tutte le migliori funzionalità delle tre app e consentire finalmente la gestione totale di messaggi e informazioni, allineando persino i cataloghi dello shop. 

Non ci resta che attendere. Il team di Menlo Park non ha mai deluso le nostre aspettative e con questo progetto, quasi sicuramente si preparano a superarle di gran lunga. 

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Lead Generation Strategy

Lead Generation, cos'è e perché le piccole imprese dovrebbero sapere come funziona.

Se provassimo a chiedere a 10 imprenditori, piccole e grandi, cosa desiderano per la propria attività, quasi certamente la risposta più quotata sarebbe “avere più clienti”.  In altre parole, tutti vogliono la Lead Generation ma non sanno che esiste. 

È il sogno di qualsiasi imprenditore. Avere la fila di clienti fuori dalla propria attività.
Un ristorante che risponde spesso “spiacenti, non ci sono più tavoli per questa sera”, o un venditore che pronuncia la frase “rimangono gli ultimi due articoli, sono andati a ruba”, genera un senso di scarsità della disponibilità del prodotto.
In più fa leva su una sempre efficace riprova sociale.
Sono solo due dei principi di Cialdini, che tuttavia sono sufficienti a scatenare il desiderio crescente verso il prodotto. Se tante persone mangiano in quel ristorante, tanti altri vorranno farlo e vorranno farlo prima che finiscano i posti!
Quante più persone indossano un capo esclusivo, tante più persone vorranno fare altrettanto… per sentirsi esclusive, naturalmente.

Voglio farti un esempio reale, prima di proseguire, che non sarà necessario argomentare.
Ricordi il lancio della crema Pan di Stelle?

Puoi fare a meno della Lead Generation?

Se un imprenditore si ritrova nella situazione appena descritta, ovvero di commercializzare un servizio o un prodotto che tutti desiderano e fanno a gara per aggiudicarsi, allora può decidere di fare a meno della lead generation.
Magari può investire le proprie risorse per migliorare il prodotto stesso, nella ricerca di nuovi prodotti correlati o investire in pubblicità e attività che aumentino la reputazione del brand.
Se invece – scenario decisamente più frequente – la fila davanti al negozio stenta a formarsi, è necessario considerare con convinzione la possibilità di fare sistematicamente e in modo misurabile attività di lead generation

Cosa è la Lead Generation?

La lead generation è un sistema di marketing, un modello di generazione clienti misurabile e scalabile.
Generare nuovi clienti è un insieme di azioni il cui obiettivo è far sì che l’efficacia commerciale non sia legata necessariamente alle capacità del reparto vendite nel trovare nuovi clienti.
In altre parole, la differenza tra un’attività di tradizionale outbound marketing – come ad esempio l’invio di mail a freddo, la pubblicità in tv o in radio, le chiamate a freddo tipiche del telemarketing – e di un più strategico inbound marketing, sta nel fatto che se nel primo caso è l’azienda a cercare e ingaggiare il cliente, nel secondo caso è proprio il cliente ad avvicinarsi all’azienda e a richiedere un contatto di natura commerciale. 

L'importanza dell'Inbound Marketing

L’Inbound Marketing non è altro che l’insieme di strumenti e azioni – digitali e non – che hanno come obiettivo attrarre utenti, trasformarli in prospect e convertirli in lead di qualità.
Sembra un processo lungo e dispendioso e di certo richiede importanti ragionamenti e investimenti da parte dell’impresa.
Tuttavia non è diverso da un corteggiamento amoroso.
Quando siamo attratti da qualcuno, difficilmente ci fiondiamo senza ragionare, né diamo inizio ad una vera e propria “campagna pubblicitaria” per costruire una relazione duratura e solida.

Molto più probabile invece, che si dia il via a quella lenta e graduale operazione nota come “corteggiamento”, fatta di sguardi e ammiccamenti, di piccoli gesti che facciano sentire importante e desiderato il bersaglio della nostra strategia.
L’obiettivo non è shockare bensì sorprendere, con la speranza che nasca nell’altra persona il medesimo desiderio di dare inizio ad una relazione.
Ecco l’obiettivo dell’inbound marketing. Costruire una relazione.
Per dare vita alla lead generation. 

Per un approfondimento, leggi il nostro articolo dedicato all’Inbound Marketing: clicca qui.

Facciamo Lead Generation

È arrivato il momento di sporcarsi le mani e iniziare a generare ogni giorno nuovi potenziali clienti, affascinati dal nostro prodotto, in cui instillare il desiderio di acquistare. 

Per fare correttamente lead generation servono due macro ingredienti fondamentali. 

  1. Traffico 

Per poter identificare nuovi potenziali clienti, serve pescarli da qualche parte. Per questo motivo è fondamentale generare traffico. Sto parlando di un numero quanto maggiore possibile di utenti che visitino il sito web.
Basta così? No, perchè una volta generato traffico al sito web è altrettanto importante poterlo tracciare, un po’ come fece Hansel lasciando cadere i sassolini dietro di sé nella celebre favola per bambini.
Dove possiamo trovare un numero molto grande di possibili utenti per il nostro sito web? Prenditi qualche secondo per pensarci… ecco! Proprio lì dove le persone trascorrono la maggior parte del loro tempo.
I social network sono il luogo ideale in cui intercettare utenti e indurli a visitare il sito.
Per fare questo entra in gioco uno strumento di cui sempre più aziende hanno bisogno ma su cui pochissime hanno iniziato a investire correttamente.

Il contenuto, necessario per attirare l’attenzione del pubblico. Meglio se un contenuto di qualità, che esprima i valori del brand e concetti adatti al target di riferimento.
Per questo esistono società di marketing (proprio come la nostra), per ideare e produrre contenuti di qualità in grado di avvicinare l’utente al brand.
Foto, video, articoli per blog, tutorial o anche le recensioni – non tutti i contenuti devono necessariamente essere prodotti dall’azienda – o qualsiasi altro user generated content, concorrono al medesimo obiettivo.
Con un buon calendario editoriale per i profili social (content marketing) e qualche campagna studiata per generare traffico (social e google ads) è molto probabile che il sito web godrà di traffico costante e di qualità. 

  1. Funnel (sito web)

Chiariamo immediatamente che un funnel non è un sito web, né tantomeno un sito web può ridursi ad un semplice funnel.
Un funnel è la sequenza di azioni che si desidera l’utente compia una volta arrivato sul sito. Una sequenza nascosta all’interno del sito web, o meglio all’interno dell’esperienza che l’utente vive una volta atterrato sul sito.
Un funnel ha inizio, ad esempio, con la compilazione di un semplice form d’iscrizione alla newsletter, ma può nascondersi nella richiesta di prenotazione di un tavolo se un ristorante ha sviluppato un’area dedicata. Il funnel può essere la naturale estensione di un articolo del blog, che una volta sviluppato un argomento, induce l’utente a proseguire la propria ricerca su un’altra pagina o ricevere una consulenza dedicata, ancora una volta compilando un form di contatto.
In tutti questi casi, ed in qualsiasi caso di funnel, l’inizio è sempre l’acquisizione dei dati dell’utente. 

La differenza tra utente e prospect sta nel fatto che quest’ultimo ha compiuto un’azione desiderata (click ad un link), permettendo dal quel momento in avanti all’azienda di tracciarne gli spostamenti grazie a strumenti come il pixel di Facebook o i tag di Google.  

Tuttavia di un prospect non si hanno dati precisi né è possibile profilarlo. È solo una traccia da seguire a ritroso grazie a campagne ads mirate. 

Un prospect diventa lead quando decide spontaneamente di condividere le sue informazioni con l’azienda. In altre parole, quando un visitatore del sito compila un form di contatto e condivide il proprio indirizzo mail o numero di telefono al fine di ricevere in cambio un valore (un omaggio, una consulenza gratuita, gli aggiornamenti dal blog), si trasforma in un lead e dà inizio al funnel di vendita.
Può sembrare scontato sottolinearlo, ma un prospect è meno prezioso di un lead.
Il primo richiede e richiederà sempre ingenti investimenti pubblicitari per essere sollecitato.
Il secondo invece può essere indotto all’acquisto, o semplicemente a conoscere le attività dell’impresa, tutte le volte che si vuole e a costi contenuti, grazie a semplici strumenti di Direct marketing, come una mail, un messaggio broadcast o un aggiornamento RSS.

Direct marketing che, a differenza dell’outbound marketing citato all’inizio, non avviene su un pubblico freddo e disinteressato, ma su potenziali clienti che hanno manifestato interesse e

Che cosa non è la Lead Generation?

Essendo uno strumento davvero efficace e misurabile, è innegabilmente preda dei guru del marketing. Chiunque voglia attirare l’attenzione di professionisti e imprenditori trova nella lead generation la soluzione ideale per promettere aumenti di fatturato e crescita esponenziale di clienti.

Se ti sei imbattuto in slogan incentrati proprio sull’aumento dei clienti, probabilmente hai incontrato qualcuno che potrebbe fare per te attività di lead generation. C’è chi è molto bravo a costruire sistemi di generazione clienti, chi invece li applica per sé stesso, proprio per trovare nuovi clienti che vogliono trovare nuovi clienti. Sembra psichedelico, ma avviene ogni giorno e i social sono pieni di sponsorizzate di gente che vuole aiutarti ad avere nuovi clienti. 

Per molti di questi purtroppo, l’unico vero obiettivo è acquisire nuovi clienti per se stessi, salvo poi rifilargli qualche informazione sorprendente ma senza applicare quei principi sul business del cliente.
La Lead Generation non è una truffa. Ogni giorno le più grandi aziende al mondo fanno attività di acquisizione lead e ogni giorno ne traggono i benefici. Semplicemente utilizzando contenuti e strategie coerenti con la propria identità. 

Lead Generation o Pubblicità?

Diciamoci la verità. Una piccola impresa, un negozio, un ristorante, difficilmente hanno sufficiente budget per sviluppare sistemi di lead generation e contemporaneamente fare attività a freddo come la pubblicità, tradizionale o digitale.  Al momento di fare una scelta, la maggior parte di queste attività impegna le proprie risorse nell’attività che comprende meglio o che pensa di padroneggiare meglio, ovvero l’adv. 

Prova ora ad immaginare quante chance di vendere possa avere un e-commerce che non sviluppi nessuna strategia di lead generation.
Se dovessi consigliare un piccolo imprenditore su come utilizzare il limitato budget a disposizione, non avrei alcun dubbio su cosa indirizzarlo. 

Un buon design che dia un’ottima immagine al brand. Poi, lead generation. 


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Curare la propria community. È davvero il Social Network il luogo ideale?

Una community ben fidelizzata e attiva è come il terreno per il contadino. 
Se ben arato, dopo la semina i frutti saranno pronti per essere raccolti. Ed ecco che gli utenti si trasformeranno in clienti, a patto che tu abbia seminato.

Ero ancora un bambino quando mio padre decise di acquistare il primo computer di casa. Ricordo ancora chiaramente la schermata di apertura del sistema operativo Windows 95.
Dopo qualche mese fu il momento di diventare modernissimi e diventare anche noi pionieri di quel mondo di cui tanto si parlava.

Il Web

Così anche in casa nostra iniziò a riecheggiare quel suono piacevolmente analogico, fatto di stridenti suoni robotici e lunghi suoni sordi e acuti che sembravano interminabili. Il 56k ci catapultava in un mondo capitanato da portali e motori di ricerca ora scomparsi, o un mondo senza social network, senza Google, ancora decisamente lento e ricco di gif colorate e scintillanti.
Ci si collegava solo in alcune ore del giorno, la sera o la mattina presto, per evitare che papà piangesse all’arrivo della fattura telefonica.

Poi è arrivato il 2000

Connessione sempre più prestante e stabile, tariffe accessibili a molte più famiglie, strumenti decisamente più silenziosi.
l’ADSL prima, gli smartphone poi e la crescente tecnologia del Wi-Fi hanno messo tutti noi nelle condizioni non solo di essere connessi 24 ore su 24, ma di vivere connessi, integrando internet in numerose azioni quotidiane come pagare, consultare il meteo, leggere il giornale, condividere appuntamenti di lavoro.
Una connessione stabile e accessibile ha segnato la nascita e l’esplosione delle prime chat room e in forma embrionale i primi social network, i blog e sempre più siti vetrina.

Dove c’è folla c’è community

Folle di utenti, sempre più giovani, hanno iniziato a popolare il web e, con i blog prima, con i social dopo, hanno iniziato a fare community. Con le app questo senso di appartenenza si è solidificato grazie alla possibilità di portare il dialogo fino anche al momento prima di chiudere gli occhi la sera, sotto le proprie coperte.
Centinaia di migliaia di utenti iper-connessi, desiderosi inconsciamente di sentirsi parte di qualcosa. Così le aziende hanno colto il segnale e hanno sviluppato luoghi digitali in cui condividere informazioni, contenuti, passioni.
C’è chi si è lasciato attirare dalla gratuità e dall’unanime adorazione per i social network, chi invece si è costruito la propria isola felice. Un blog proprietario in cui coltivare il dialogo con gli utenti senza sottomettersi all’arida e cinica “dittatura algoritmica”.

Chi ha avuto ragione

Dopo oltre 10 anni di dominio dei social network, possiamo permetterci qualche considerazione.
Avere il contatto diretto con i propri fan è un asset indispensabile per le aziende e i professionisti che fanno direct marketing.

I social offrono sì luoghi adatti per produrre dialogo, tuttavia impongono costi pubblicitari considerevoli e non sempre premiano la qualità o gli sforzi programmatici. Sui social l’utente è bombardato da più contenuti provenienti da fonti diverse, che vengono visualizzati non in in funzione della loro qualità, ma della portata che riescono ad acquisire con le campagne pubblicitarie.

Un blog invece è una scatola chiusa, un luogo in cui solo il proprietario decide quali messaggi pubblicitari lasciar passare (propri o altrui) e pianificare la propria strategia di Inbound Marketing.
Un luogo in cui un utente può godersi un contenuto, testuale o video, senza necessariamente essere aggredito da sponsorizzate o contenuti fuorvianti rispetto all’argomento ricercato.

È vero che i social network, su tutti Facebook, abbia negli anni adattato le funzioni dell’algoritmo per premiare i contenuti delle persone a discapito di quelli prodotti e diffusi dalle aziende, nel tentativo di limitare i messaggi pubblicitari e generando l’illusione che la piattaforma fosse user friendly.
Una scelta che tuttavia non impedisce alle aziende di ideare campagne sempre più elusive, fondate sull’invito a condividere, bypassando la sorveglianza dell’algoritmo, o meglio ancora pensate sugli user generated contents (UGC). Coinvolgere gli utenti a produrre e far girare contenuti il cui unico obiettivo è quello di promuovere un brand, direttamente o meno.

È meglio ricorrere ad un blog per nutrire la propria community?

I vantaggi sono palesi.

Nessuno può importi delle regole. Tu decidi quali contenuti produrre, con quale frequenza e per chi.
Decidi tu quali parole chiave indicare ai motori di ricerca perché i tuoi articoli siano organicamente distribuiti nei risultati di ricerca.
Senza contare la longevità dei contenuti stessi.
A differenza di un post sui social, che nella migliore delle ipotesi e con ingenti investimenti può sopravvivere in distribuzione per qualche giorno/settimana, un pezzo ben scritto o un video davvero interessante, possono essere tra i primi risultati di una ricerca su Google anche a distanza di anni. Anzi, questi contenuti beneficiano del tempo proprio come un buon vino lasciato a maturare. Ogni visita, ogni visualizzazione, ogni condivisione del link, ne aumenta e ne solidifica la credibilità per i motori di ricerca.

L’infografica sottostante è stata realizzata da Value4Brand, e sintetizza quanto durano i nostri contenuti sulle diverse piattaforme.
Comprendiamo immediatamente quanto è fondamentale avere un proprio blog, che raccolga tutti i propri contenuti creati e che dia la possibilità di approfondire i diversi temi.

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E i social?

I social non sono brutti né cattivi.
Solo non sono i luoghi ideali in cui coltivare la propria community.
Sono eccezionali strumenti per intercettare gli utenti e mostrare loro contenuti interessanti. L’obiettivo però deve essere quello di spostare la loro esperienza su un sito proprietario, che sia un blog o uno shop.
Il perché è uno solo e lo scriverò in grassetto perché ti rimanga in mente.

La community non è tua se i dati ce li ha qualcun altro.

Proprio così! Se pensi di avere una gran bella community perché hai tanti follower sui tuoi profili, entra nell’ordine di idee che quella community non ti appartiene. Ti è messa a disposizione dal social che la ospita ma tu non ne hai potere. E Ogni volta che vorrai produrre una reazione dovrai affidarti alle logiche del social network. 

Se al contrario, sarai tu a conservare i dati dei tuoi utenti – email, numeri di telefoni o iscrizioni a servizi specifici – e sarai nelle condizioni di raggiungerli in qualsiasi momento anche in forma individuale (ricordi quando ti ho parlato di direct marketing?), allora potrai dire al mondo di avere una community.
Una community tanto più fidelizzata quanto più disposta a “sostenerti”. Perchè un utente che mette i big like ai tuoi post non ti sostiene. Uno che acquista il tuo servizio o si abbona al tuo servizio di news, invece ti sta comunicando fiducia e senso di appartenenza.
Quell’utente va premiato, con la tua costanza e il tuo desiderio di condividere con lui il tuo lavoro, le tue passioni.
Fallo nel luogo giusto, non a casa di altri.

Ciao, sono Nazareno, uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.


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WhatsApp Pay esordisce. Il servizio parte in Brasile, con vista all'Europa

Tra addetti ai lavori ce lo siamo chiesti spesso, perché l’arrivo delle funzioni di pagamento di Whatsapp, parte integrante dell’universo Facebook, cambierà ancora le sorti delle campagne social volte ad acquisire lead.

Chissà perchè hanno scelto il Brasile a Menlo Park.
Avranno estratto da un’ampolla di vetro, in stile sorteggi di Champions League?
Non lo so, quel che è certo però e che non ci vorrà molto prima di vedere Whatsapp Pay anche in Italia. Il lancio dell’esperimento è stato annunciato da Mark in persona, come di consueto, dal suo profilo personale.
In realtà l’annuncio dei pagamenti inglobati nel sistema di chat istantanea era già avvenuto lo scorso Gennaio, e la cosa in tutta onestà aveva eccitato gli addetti ai lavori che hanno già integrato le funzioni – eccellenti – di Whatsapp Business alle loro strategie di lead generation.
Perché tanta febbrile eccitazione? Te lo spiego subito.

Come funziona WhatsApp Pay

Whatsapp Pay avrà due modelli di applicazione. Quello tra privati e quello tra acquirente e azienda.

Tra privati

Nel primo caso Whatsapp Pay si collocherà al fianco di due servizi oggi pienamente affermati. Bancomat Pay, la tecnologia adottata dalle banche che consente l’invio di piccole somme conoscendo il numero di telefono del destinatario, e PayPal, il colosso che invece permette lo scambio di denaro attraverso l’indirizzo mail.
Nel caso di scambio di denaro tra privati, non è prevista nessuna commissione sulla transazione, per nessuno degli utenti coinvolti. 

Tutto questo non ti fa sembrare esageratamente arcaico il codice Iban?

B2C

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Sarà un metodo di pagamento fra azienda e acquirente e potrebbe integrare il fine di customer care che spesso Whatsapp Business ricopre sugli eCommerce.
Sulla versione Business dell’app infatti, sono già attive sezioni davvero utili e interessanti, come la descrizione, gli orari di apertura e su tutti il catalogo prodotti, in cui è possibile inserire foto, nome e caratteristiche di ogni servizio o prodotto offerto. Naturalmente la possibilità di pagare in chat migliorerà le performance del catalogo stesso.

Perché i social media ameranno WhatsApp Pay

Perché amano già Whatsapp Business!
È infatti possibile collegare il servizio di chat alla pagina Facebook (che a sua volta va collegata al profilo Instagram) e includere l’opzione di invio messaggi come CTA di una campagna di Facebook Ads.
Per una piccola attività, come un forno, un negozio di abbigliamento, una pizzeria, questo vuol dire promuovere il prodotto sui social e generare immediatamente traffico all’app e dialogo con il banco, il cui unico compito sarà rendere l’assistenza all’acquisto gradevole e puntuale.

Cosa dice WhatsApp

«Rendere semplici i pagamenti può aiutare a portare più aziende nell’economia digitale, aprendo nuove opportunità di crescita. Inoltre, stiamo rendendo l’invio di denaro ai propri cari facile come l’invio di un messaggio. Poiché i pagamenti su WhatsApp sono abilitati da Facebook Pay, in futuro vogliamo rendere possibile alle persone e alle aziende di utilizzare le stesse informazioni di pagamento in tutta la famiglia di applicazioni di Facebook»

Per evitare transazioni non autorizzate Whatsapp ha previsto l’inserimento di un Pin o l’uso dell’impronta digitale o del riconoscimento facciale per gli smartphone di ultima generazione.

Il futuro

Quando nacque Facebook tutti eravamo convinti – incluso Mark – che sarebbe stato il luogo ideale in cui postare foto e tenere vive relazioni a distanza.
Non facciamo lo stesso errore con la nuova vita di Whatsapp. Prima che Facebook Inc. Acquisisse la chat col fumetto verde, la stessa non conosceva nessun altro impiego se non quello di chattare, al pari degli sms degli anni 90, in versione dati.
Oggi Whatsapp si prepara a diventare una piattaforma per fare business, e nel futuro potrebbe diventare uno strumento di pagamento veloce non solo per gli acquisti ma anche per il pagamento di utenze, multe, ticket e chissà cos’altro.

Ciao, sono Nazareno, uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.


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Come gestire i social media come un professionista

La vita di un social media manager è una bella schifezza! Le giornate si fanno frenetiche soprattutto se gestisci più account su social media diversi come ad esempio Facebook, Instagram, Linkedin, Tik Tok, Pinterest

Vivi immerso nelle notifiche, tra la creazione di strategie efficaci, l’ideazione di contenuti sempre nuovi e l’indispensabile attività di community management.

È necessario essere sempre sul pezzo e tenere le antenne ben dritte rispetto a cosa avviene nel mondo per cercare di cogliere opportunità e trend topic.
Tutto questo avviene sotto la pressione costante di scadenze, calendari editoriali, campagne da monitorare e ottimizzare per offrire report al cliente con prestazioni ad alta efficienza…e minor spesa.

Un ruolo, tanti professionisti

Se quanto scritto fin qui può sembrare un’esagerazione, ti dico subito che al ruolo di social media management, o SMM,  nelle grandi aziende sono destinate numerose professionalità.

Il social media expert, il social media content manager, il social media advisor, il social media analyst, il social media strategist, il community manager.

A questi si affiancano sempre i professionisti della produzione come l’art director, il copywriter, il fotografo e il videomaker.

Non sono modi diversi di dire la stessa cosa. Ognuno di questi ruoli richiede competenze molto specifiche, che lo diventano ancor di più quando si passa da un social ad un altro, ognuno dei quali segue logiche di user experience e content distribution completamente differenti.

I team dei social media stanno crescendo perché crescono le difficoltà a distribuire efficacemente i contenuti raggiungendo il maggior numero di utenti.  Ciò significa che è necessario un solido know-how per gestire tutte le fasi di sviluppo dei contenuti. Per farti un esempio reale, le grandi aziende hanno team dedicati ai social che arrivano fino a 100 operatori, impegnati nella gestione dei contenuti e nel customer care.

Ma tu sei solo

E se tutte queste competenze fossero richieste ad un solo professionista?
È ciò che accade per le piccole aziende che assumono un solo addetto ai social media e si aspettano che ottenga risultati pur lavorando da solo.

Oppure è il caso dell’imprenditore che in prima persona decide di imparare il funzionamento delle piattaforme perché non può permettersi un collaboratore dedicato. Anche lui ha bisogno di risultati, perché l’obiettivo finale, in fondo, è sempre lo stesso per tutti.

Vendere il prodotto di più e più volte.

Ecco delle indicazioni preziose per chiunque voglia gestire i social media in modo efficace, come un professionista. O tanti professionisti.

Cosa è davvero il social management

Gestire i social vuol dire identificare il pubblico e sviluppare una strategia di contenuti su misura e una strategia di distribuzione efficace.

L’obiettivo di questa attività è lo stesso del marketing in generale, ovvero identificare i bisogni del target per adottare un messaggio che generi conversazione e conversione.

Così gli utenti interagiscono e dialogano col brand per poi acquistarlo. 

L’auspicio è che l’utente possa compiere un percorso così strutturato. Conoscere-Partecipare-Comprare-Risolvere.

Così il social rappresenta il marketing, il commerciale e il customer care. È diventa una risorsa eccezionale.

I social media offrono grandi opportunità di guadagno seppur non nascano per vendere, a condizione che siano gestiti in modo pianificato.

Il potenziale dei social è illimitato. Ogni piattaforma può essere utilizzata per promuovere valori specifici così come per aumentare il traffico ad un e-commerce o ad uno store. O semplicemente per intrattenere e coinvolgere l’audience e rimanere in cima ai loro pensieri.

Più obiettivi vuoi raggiungere, più competenze serviranno, così come risorse.

Da dove iniziare

Se stai per cimentarti sui social per il tuo brand o vuoi rimettere un po’ di ordine il primo passo è fondamentale.

Effettua una ricerca e identifica i social che davvero sono adatti o necessari al tuo brand, in questo modo eviterai di disperdere energie su social in cui il tuo target è difficile da raggiungere o assente.

Un esempio? Se vendi servizi B2B la tua casa ideale è Linkedin, e potrebbe darti risultati migliori di qualsiasi altra piattaforma.

Ecco cosa fare

  1. Definisci il tuo o i tuoi clienti ideali, specificandone l’età e le principali caratteristiche e comportamenti d’acquisto.
  2. Stabilisci che tipo di contenuti sei in grado di sviluppare, se testuali, fotografici o video. Questo potrebbe condizionare molto la scelta dei tuoi canali (Puoi approfondire l’argomento a questo link).
  3. Crea una lista di tutti i social media tenendo conto anche di quelli che conosci meno o non conosci affatto.
  4. Seleziona quelli in cui i tuoi clienti ideali spendono maggiormente il loro tempo.

I social più noti sono anche quelli che migliorano l’indicizzazione dei tuoi contenuti sui motori di ricerca.

Ad esempio Pinterest è considerata una “fonte d’ispirazione” per moltissimi professionisti e non, ed è uno dei siti meglio indicizzati su Google.

Le tue skills ti guideranno, i tuoi clienti ti diranno la risposta

Se hai dimestichezza con il video editing ma non hai budget o competenze per produrre approfondimenti testuali, potresti rinunciare ad un social molto tecnico e impegnato come Linkedin, in favore di uno più smart e video friendly, come Instagram o ancor meglio Tik Tok. A patto che il tuo target li usi.

Poniti queste domande:

  • Quanto posso investire in tempo e risorse per sviluppare contenuti e strategie su ogni piattaforma che scelgo?
  • Il mio target di riferimento è presente sulla piattaforma?
  • Quanto è popolare la piattaforma?
  • I miei competitor sono presenti sulla stessa piattaforma? Sono in grado di posizionarmi come o meglio di loro?

Ti aiuterò a risponderti con questo schema:

clicca sull’immagine per ingrandirla

Definire il tuo target è una priorità

Sai già che i social non sono equivalenti. Su Instagram o Tik Tok non solo troverai un pubblico completamente diverso da quello di Linkedin, ma lo troverai con una predisposizione e uno stato d’animo differenti. Lo stesso utente su Facebook e Linkedin quasi sicuramente pubblica contenuti diversi e presta attenzione a elementi differenti fra le due esperienze social.

Uno dei principali vantaggi nell’analizzare i tuoi follower è che otterrai più facilmente conversioni, ovvero trasformare l’utente in cliente che acquista.

Risparmierai parecchio tempo e, cosa importante, parecchi soldi in campagne o contenuti infruttuosi (Leggi quest’articolo per conoscere quali KPI monitorare per misurare il ROI dei tuoi investimenti)

Definire il tuo target è la priorità. Identifica le buyer personas, per ognuna definiscine quante più caratteristiche possibili e attribuisci il social più opportuno o più adatto per il contenuto che vuoi mostrargli.

Per facilitarti il compito inizia creando 2-3 buyer persona in base al prodotto che vendi. Se ad esempio commercializzi scarpe da uomo, potresti dividerli per fasce d’età o per tipo di scarpa: sportiva, casual, appuntamenti formali. A quel punto anche se il tuo cliente è sempre lo stesso, potresti decidere di postare su Instagram principalmente i prodotti rivolti ai più giovani o i modelli più informali, e raggiungere su Linkedin invece quei clienti più interessati a valutare il pregio dei materiali, i modelli più adatti a occasioni di lavoro o la tua organizzazione aziendale e i valori che esprimi.

Impossibile fare qui un’analisi esaustiva e approfondita, spero che questi piccoli spunti siano sufficienti ad avviare i ragionamenti che dovresti perseguire.

Se hai bisogno di ulteriori input, esistono numerosi tools online che ti possono aiutare a definire le buyer personas, alcuni anche gratuiti, addirittura formulando un vero e proprio avatar.

Che strumenti ti servono

I tuoi utenti non sono tutti uguali. Ci sono quelli che hanno appena iniziato a seguirti ma non sono tuoi clienti, ci sono quelli che ti conoscono da tempo e vorrebbero i tuoi prodotti ma non hanno ancora rotto gli indugi. Ci sono i già clienti che apprezzano il tuo prodotto e vogliono sentirsi parte della tua community.

Sei d’accordo con me che non puoi usare una comunicazione univoca per tutti?

Hai bisogno di strumenti per conoscere e segmentare il tuo pubblico e capire con chiarezza a che “grado di consapevolezza” sono arrivati rispetto al tuo brand.

I tuoi strumenti sono gli Insight. Una parola bruttina che a molti non piace e nasconde un macro mondo di dati e numeri. Eppure è fondamentale ed ogni social ti offrirà i suoi dati per misurare le tue azioni, più o meno approfonditamente.

Attraverso il Business Manager di Facebook, ad esempio, potresti scoprire dati che ora neanche immagini dei tuoi utenti. Scopriresti quali altre pagine seguono, da quali territori, che relazioni vivono e che comportamenti d’acquisto li contraddistingue. E ancora l’età, il sesso, il livello di istruzione, i luoghi che frequentano, se viaggiano e quali altri prodotti e brand seguono. Con l’Analisi di Linkedin puoi scoprirne i ruoli, la situazione lavorativa.

Con strumenti come i tag di Google o il pixel di Facebook puoi tracciarne gli spostamenti online e raggiungerli con le tue campagne anche quando navigano altri siti. Acquisisci dati sui social per sfruttarli nelle campagne adv.

Cos’altro ti serve?

Con questi dati potrai raffinare sempre di più le tue campagne e grazie ai tanti asset di targetizzazione che i social offrono quando componi una campagna, potrai raggiungere gli utenti con messaggi personalizzati in base al loro “stadio di consapevolezza” o desiderio di acquisto.

I social sono i migliori amici di un funnel

Un funnel è un modello di marketing che descrive le fasi di avvicinamento di un individuo, sia offline che sul web, da quando conosce il brand a quando ne acquista i prodotti. Paragonato ad un imbuto perchè visivamente rende l’idea degli sforzi che un’attività deve fare per selezionare, in un gran numero di utenti target, quelli giusti a cui vendere il proprio prodotto.

I social sono il luogo ideale per “conversare” con gli utenti e offrirgli contenuti pensati per far sì che questi ultimi manifestino le loro caratteristiche.

Per usare una metafora, immagina di vendere scarpe da uomo. Dovrai usare i social per chiedere a degli sconosciuti di compiere delle azioni fornendoti indirettamente delle informazioni. Saperle leggere spetta solo a te.

  • fra tutti gli utenti attirerai solo gli uomini.
  • Fra gli uomini selezionerai solo quelli che amano scarpe come le tue o che hanno il potere di spesa necessario.
  • Fra questi dovrai individuare quelli che hanno una buona opinione delle tue scarpe e che le preferiscano ad altri marchi.
  • In questi dovrai infondere il desiderio di acquistare le tue scarpe.

Questi finalmente compiranno l’azione per la quale ha investito nelle fasi precedenti. Perché ad ognuna di quelle fasi corrisponde un post, un video, una campagna, un articolo del tuo blog. 

La cosa più importante di tutte e che tu acquisisca correttamente e sistematicamente i dati del tuo cliente, ad esempio la sua mail. Sarà sufficiente per abbattere sensibilmente le tue spese pubblicitarie future per raggiungere lui e altri clienti potenziali con caratteristiche simili alle sue. Potrai fare up selling senza dover necessariamente ricorrere ai social, grazie ad un buon CRM che supporti il tuo mail marketing. O se vorrai ricorrere ancora a campagne ads sui social, potrai investire minor budget ottenendo risultati più precisi.

Non è magia, è digital marketing. E richiede conoscenza degli strumenti, studio quotidiano e aggiornamenti costanti.

La creazione di contenuti

Creare i contenuti per fare attività social è la parte più impegnativa e in tutta onestà anche la più onerosa. Servono maestranze specifiche. Ad esempio il copy se hai bisogno di articoli informativi, il fotografo per immortalare i tuoi prodotti, un grafico per personalizzare i tuoi contenuti, un videomaker se vuoi sfruttare la visibilità dei video. Tutti professionisti che dovranno essere coordinati perchè il tuo calendario editoriale digitale (PED) alla fine risulti ricco di contenuti e coerente con la tua idea.

Qualche consiglio veloce.

  • monitora i trend topic e pubblica qualcosa di affine o pertinente, esistono degli strumenti che possono aiutarti, come Google News.
  • programma contenuti, se in linea con il tuo brand, per le principali festività da calendario o per altre date che rappresentino un valore specifico.

  • controlla sempre i risultati dei tuoi post e identifica quelli che piacciono di più al tuo pubblico. Correggi il tiro per il futuro e produci solo ciò che funziona, non ciò che piace a te. Usa gli Insight
  • Condividi contenuti dal web affini al tuo brand, come link a blog del tuo settore. Condividere post di altri, parlare delle attività di altri, fare cross-posting sono tutte azioni che gli algoritmi premiano nel distribuire i contenuti, e piacciono alle persone.
  • Organizza tutto in rubriche e pubblica secondo uno schema predefinito, abitua i tuoi utenti a contenuti regolari.
  • Programma il tuo lavoro e sfrutta le opzioni di pianificazione che ti offrono i social. Per Instagram e Facebook puoi organizzare i post da Creator Studio o usare tools esterni come Hootsuite o Postpickr che sono più completi.
  • Fai in modo che altri parlino di te. Fai in modo che altri usino i tuoi hashtag o il tuo tag nei loro contenuti per aumentare la tua visibilità su nuove community.

Vuoi risparmiare sulla creazione di contenuti e provare a gestire tutti in autonomia?

Ecco qualche strumento utile:

  1. Archivi materiali multimediali – AllTheFreeStock
  2. Materiale fotografico – Unsplash
  3. Impaginazione e grafica – Canva
  4. Montaggio Video – iMovie,  Lumen5
  5. Correzione testi – contacaratteri.it
  6. Creazione meme – MemeGenerator
  7. Simulatore di serp – SerpSim
  8. Per gestire i contenuti e pianificare i PED – Google Calendar, Creator Studio, Hootsuite, PostPickr, Google Spreadsheet

Molti degli strumenti che ti suggerisco non sono opportuni per un professionista. Una agenzia che ha a cuore i risultati per il proprio cliente non dovrebbe (quasi) mai utilizzare foto da stock che risultano sempre molto impersonali. Allo stesso modo Canva non è lo strumento preferito di un art director, cosi come un programmatore storce più che il naso quando vede un sito sviluppato con Wix. Ma io ti avevo promesso che avresti potuto gestire i tuoi social come un professionista dopo questo articolo, per questo mi sembra opportuno suggerirti strumenti che potrebbero metterti nelle condizioni di fare ciò che serve senza ricorrere ad altri.

Sappi però che certe competenze non possono essere sostituite da un tools o da materiale da stock. Ricorda sempre che i tuoi contenuti parleranno di te, dovranno incarnare la tua personalità. I social sono abitati da persone che non sono in cerca di pubblicità ma di relazioni. Per questo vogliono autenticità, genuinità, spontaneità. Possibilmente tutto attraverso il filtro dell’intrattenimento.

Trova un influencer

Gli influencer, anche i micro influencer, possono davvero accelerare la distribuzione dei tuoi contenuti e farti vendere di più.
Fai in modo che il loro supporto sia occasionale e ben definito. L’obiettivo è che ti supportino, non che le tue sorti dipendano da loro.

Se vuoi approfondire l’influencer marketing e capire se può essere utile nel tuo caso, leggi questo articolo che ho scritto qualche settimana fa.

Ciao, sono Nazareno, uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.


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Facebook Shop, in roll-out l'ultima novità di Zuckerberg che potrebbe rivoluzionare (ancora) la vendita online

Il lockdown imposto dai governi di tutto il mondo per fronteggiare il covid-19 ha riscritto numerose convinzioni oggi del tutto desuete e ci ha fornito nuove certezze. Tra queste, l’e-commerce non può essere un lusso di pochi ma un esigenza reale, soprattutto per i piccoli produttori e commercianti. Facebook lo sa e per questo è pronto a lanciare il suo nuovo potere, Facebook Shop.

L’ha annunciato Mark Zuckerberg proprio ieri con una diretta e questo post chiaro come è nel suo stile.

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In sintesi Facebook mette in mostra i superpoteri e va a stuzzicare i colossi della vendita online.

Facebook e Instagram, e a seguire Messenger e Whatsapp, costituiranno un network di social network – scusami la ripetizione – attraverso cui vendere beni online e raggiungere velocemente i consumatori.

Facebook Shop è nuovo

Non confondere Shop con Marketplace o con la Vetrina delle pagine.

La vetrina sparirà dalla tua pagina se non è già successo. Troverai invece la Tab Shop.

E se fino ad oggi l’acquisto andava completato sul sito web del venditore passando dalla Vetrina, con la nuova funzione invece l’acquisto si completerà sul social.  La comodità è che l’acquirente potrà immediatamente mettersi in contatto con il venditore, utilizzando le stesse chat di Messenger e Whatsapp. Comodo, veloce, efficace. A patto che il venditore abbia compreso l’importanza di un customer care organizzato, anche digitale.

Per gli addetti ai lavori

Chi lavora alla vendita online per conto di attività e negozi sa che impegno si nasconda dietro la configurazione da Business Manager di tutti gli asset necessari per aumentare il traffico al sito e lavorare bene con le campagne.
Una volta importato il catalogo era necessario, con procedure diverse, collegarlo sia alla vetrina della pagina Facebook che al profilo Instagram, a patto che queste risorse appartenessero allo stesso BM. Nessuna funzione però metteva in correlazione il catalogo dei social network alla funzione catalogo prodotti di Whatsapp Business, che deve essere caricato separatamente e – che io sappia – manualmente.

Il settaggio avverrà da Gestore delle vendite, che nella mia area non è ancora disponibile, una funzione presente su Business Manager.

I dettagli di settaggio sono già spiegati su Facebook for Business, nel centro assistenza per le aziende.

Una novità che agevolerà molto anche gli operatori.

Live Shopping per sfruttare le dirette

Pare che disporremo della funzione Live Shopping, una funzione che permetterà di taggare i prodotti del catalogo nelle dirette FB e IG e far sì che siano sempre ben visibili nella parte bassa dello schermo durante il video e, un po’ come accade quando si tagga un prodotto su un post, consentirne l’acquisto diretto…in diretta.

Nemesi degli e-commerce proprietari?

Ieri sera una delle mie pagine preferite ha lanciato la provocazione.

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In un primo momento ho tentennato, quasi convinto che avessero ragione.

Poi ho ragionato e ho espresso il mio pensiero, che ho volutamente lasciato visibile nello screen del post.

Espressione colorita a parte, doverosa viste le mie origini siciliane, penso che una novità non porti necessariamente con sé la distruzione del vecchio.

Quando 10 anni fa esplosero i social network, molti abbandonarono il proprio blog per sfruttarne la gratuità e i tanti vantaggi apparenti. Si disse che non aveva alcun senso investire per un blog perché la gente preferiva i post.
Poi di questi, tanti tornarono sui loro passi.

È solo la mia opinione, ma ad oggi sono tantissimi i blog che riescono a parlare in maniera efficace ed esaustiva al proprio target, sfruttando i social per aumentare la portata dei contenuti, ma senza smettere di coltivarli nel proprio spazio web.
Io stesso se cerco una soluzione, continuo a farlo nei blog di esperti e tecnici di settore, non certo sulle loro pagine social dove in ogni caso la possibilità di ricerca è molto limitata e i contenuti sono soggetti a logiche di distribuzione troppo effimere, ma soprattutto premiate da investimenti pubblicitari e non dalla pertinenza dei contenuti.

In definitiva, non è ancora noto come lo shop di Facebook si comporterà al di fuori delle sue quattro piattaforme e, quindi, come verrà letto da Google. Inoltre lo shop potrà essere personalizzato solo in parte (colori, insieme di prodotti…) e dunque verrebbe meno l’identità di brand per i quali quest’ultima è fondamentale.

Dulcis in fundo, non tutto potrà essere venduto su Shop. Servizi, contenuti in abbonamento e alcune categorie di prodotti come medicine e dispositivi medici, alcolici e prodotti per adulti, sono esclusi dalla nuova feature.

Facebook Shop è un male?

A nessuno giova la monopolizzazione della vendita. Il web è bello non solo perché è vario ma soprattutto perché è grande. Talmente grande che c’è davvero spazio per tutti.

Io non credo che l’obiettivo di Facebook sia smantellare gli e-commerce su cui anche le piccole attività hanno investito in questi anni di corsa alla digitalizzazione. Piuttosto fornire uno strumento per recuperare lo svantaggio per le aziende meno lungimiranti che invece non hanno dato vita ad uno shop online. E che ora, in tempi di pandemia, ne avrebbero enormemente bisogno.

L’emergenza coronavirus ha messo in chiaro quanto la gente compri, stringa relazioni, si intrattiene, cerca conforto sul web. Le aziende impossibilitate alla vendita online oggi verrebbero tagliate fuori troppo rapidamente dalla “nuova corsa all’oro”, fatta di delivery, di acquisti senza uscire di casa e senza entrare in contatto diretto con commessi o camerieri. Saranno mesi di distanza di sicurezza, e il web è la soluzione per continuare a comprare senza rischiare.

Facebook ha sempre dichiarato di voler rendere il mondo un posto migliore. L’accesso a internet gratuito offerto ai paesi del terzo mondo, o i fondi stanziati per supportare la promozione delle aziende colpite dalla crisi Covid-19, sono solo alcuni immediati esempi.

Io credo che la funzione Shop si muova nella stessa direzione, approfittando della situazione per cominciare a insidiare anche nuove frontiere e nuovi territori. Come quello della vendita diretta.

Probabilmente un giorno Facebook avrà una risposta ad ogni esigenza umana, perché già oggi non è più semplicemente un social network.

E chi si ostina a ripetere che sia morto, continua a guardare le cose sbagliate.

 

A proposito di Social e di Emergenza Coronavirus son certo riterrai interessate questo articolo.

Ciao, sono Nazareno, uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
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Influencer Marketing, cos'è e come funziona

Se c’è un fenomeno che davvero caratterizza il marketing del periodo che stiamo tutt’ora vivendo, quello è senza dubbio l’influencer marketing. Ma cos’è davvero, su quali principi si fonda e quando è iniziato tutto?

È davvero qualcosa di nuovo?

Sembra scontato pensare che l’intervento degli influencer nella pubblicità e nella promozione di prodotti e brand sia una novità tutta millenials.
Nella realtà le cose stanno diversamente.
Ad esempio nel 1970, un’inquadratura fissa su Pelè, che si allacciava le scarpe durante i quarti di finale, determinò un’impennata alle vendite di scarpe Puma. Proprio il marchio delle scarpe indossate dal campione brasiliano.

Potremmo fare esempi decisamente più pratici, come quello delle grandi case di moda che vestono i conduttori o le star dei più grandi festival da sempre. È un chiaro esempio di influencer marketing – offline e online – in cui l’azienda cerca di colpire il suo target vestendone un idolo. Tuttavia l’esempio che sto per farti ti lascerà di stucco. 

C’è un’azienda che un secolo fa ingaggiò il più grande influencer per promuovere un prodotto semplice e a basso costo, ottenendo risultati strabilianti e godendo di quel sodalizio per decenni. 

Quell’azienda era la Coca Cola. 

L’influencer? Babbo Natale. 

È una tecnica che esiste e resiste da decenni, questo ne comprova l’efficacia. 

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Cosa è l'influencer marketing

L’influencer marketing si fonda sull’identificazione di quei soggetti che, grazie alla loro intensa attività digital o la loro esposizione mediatica, hanno capacità di influenza su potenziali target e su grandi segmenti di pubblico, potendo contare su community molto estese, approvazione sociale ed ampia portata organica dei loro contenuti.

Potresti trovarli anche indicati con espressioni come digital influencer o addirittura Social Media Opinion Leader, nella sostanza sono persone in vista in grado di condizionare altri individui. 

Il più grande vantaggio che questa pratica offre è quello di aggirare l’attenzione dell’utente target. Ricevere un messaggio pubblicitario canonico pone il ricevente in una condizione di diffidenza, di difesa verso la possibilità di essere “sedotto” più di quanto non voglia. Ecco però che se il messaggio viene veicolato attraverso una persona per la quale si nutre ammirazione incondizionata, questi passa come un consiglio di assoluto valore e la pubblicità ottiene esattamente il risultato sperato, inducendo l’utente a trasformarsi in cliente. 

Questa forma di marketing è strettamente legata all’awareness tanto dell’influencer – in questa forma è predominante – tanto del prodotto. 

È ovvio che un brand già noto faccia meno fatica a selezionare influencer e a rendere efficace il messaggio. È meno ovvio ma assolutamente realistico che un buon influencer con una community di qualità possa essere un boost eccezionale per la distribuzione di un prodotto sconosciuto o appena immesso sul mercato. 

Il mercato di massa per brand esordienti

Il successo di un prodotto nel mercato di massa incontra subito un ostacolo, ovvero la necessità di ricevere approvazione da una piccola parte di utenti in target, che alcuni definiscono utenti precoci. 

Gli utenti precoci sono quei soggetti che si mettono in fila fuori dagli store il giorno prima del lancio di un nuovo modello di smartphone. Sono tantissimi, ma in un numero molto inferiore rispetto alla massa  – identificata come maggioranza tardiva – che acquisterà lo stesso prodotto, allo stesso prezzo, nelle settimane successive. Eppure questi ultimi, o molti di essi, non avrebbero mai prestato la dovuta attenzione al prodotto se i primi, gli utenti precoci, non ne avessero aumentato il valore percepito. 

Non esiste successo per un prodotto di massa che non passi attraverso la seduzione di nicchie di utenti precoci. Sono proprio loro a innescare i meccanismi di riprova sociale necessari a muovere il mercato. 

Un digital influencer permette di arrivare forte e chiaro a quelle nicchie e aumentare il valore percepito di un prodotto anche sconosciuto. 

Gli utenti precoci tendono a muoversi un attimo dopo gli innovatori, ovvero coloro che possono vantare di essere stati i primi a scoprire un certo prodotto o servizio. Nel nostro caso, gli influencer possono rappresentare gli innovatori ideali per il lancio di un nuovo brand o prodotto, scatenando la reazione impulsiva e fedele dei loro follower.

Quanto è determinante  l'apporto di un innovatore?

Tanto, se pensi che in termini percentuali gli innovatori nella commercializzazione di un prodotto rappresentano il 2,5 % dei compratori, gli utenti precoci il 13 % mentre la maggioranza – inclusa la coda lunga che è costituita dai ritardatari – quasi l’85%. Ecco dunque che, se vogliamo arrivare a vendite considerevoli, è bene attecchire proprio in quel segmento di utenti che è determinante, gli utenti precoci, prima ancora che puntare ai grandi volumi di vendita.

I consumatori si fidano delle raccomandazioni degli influencer, tanto che l’83% dei consumatori crede alle raccomandazioni dei propri simili piuttosto che a quelle dei brand, e il 66% alle opinioni pubblicate online dai consumatori.

Coerenza e autorevolezza

La scelta di un influencer non passa solo attraverso il conteggio dei suoi follower.

Il personaggio che rappresenterà il tuo brand dovrà esserne affine, in sintonia.

Sceglieresti mai una teenager dedita solo al make up e alla moda, per promuovere un corso di studi online sulla storia dell’arte? Non solo l’influencer non incarnerebbe i valori espressi, ma i suoi follower difficilmente dimostrerebbero interesse verso il tema, abituati a fruire di contenuti d’altro settore.

C’è di peggio, la sua assenza di autorevolezza sul tema potrebbe persino costarle parte dei suoi follower che potrebbero non apprezzare il suo tentativo di cimentarsi in un tema non suo.

Al contrario le si potrebbe affidare con successo il messaggio promozionale di un nuovo gioiello per ragazzi e ragazze, che esprima un valore come l’amicizia, assolutamente immediato e prioritario nello schema di valori di un teenager.

La scelta dell’influencer è secondario rispetto all’identificazione della propria buyer persona.

Community di qualità

Non si faccia l’errore di credere che l’influencer sia colui che ha migliaia di follower. 

Ciò che rende di valore l’influenza di un personaggio in vista, è il legame che riesce a sviluppare con i suoi follower. Centinaia di follower che non interagiscono con il profilo non potranno mai essere convertiti in lead di qualità per l’azienda che avrà optato per questa strategia. 

Al contrario, un personaggio con una cerchia ristretta di follower, ma di ottima qualità e sempre connessa, potrebbe ottenere eccellenti risultati, soprattutto per brand di nicchia o attività locali. A tal proposito, molti influencer di successo non sono affattto delle star o celebrità, bensì semplici utenti che non ricoprono ruoli professionali in vista ma che hanno costruito la loro credibilità proprio lì dove influenzano i follower, sul web. 

Per cui i parametri da valutare prima di selezionare un influencer per il proprio brand sono le KPI (leggi questo articolo per approfondire l’argomento) dei suoi canali social, che forniscano un dato significativo in quanto a engagement, copertura organica, condivisioni e conversazioni generate in Direct. Fermarsi al numero di follower o like, o ancora lasciarsi ammaliare dalle sole reazioni ai post del profilo, potrebbe rivelarsi un costoso passo falso. 

Crisis Management e umanizzazione 

Accostarsi ad un Influencer potrebbe essere la mossa vincente, non solo per promuovere il proprio prodotto, ma per accelerare il processo di “umanizzazione” del brand. 

Le persone preferiscono le persone ed è per questo che brand eccessivamente astratti o che rappresentano un servizio, hanno difficoltà a incrementare le vendite. Un testimonial aumenta l’empatia del brand che ne assorbe le caratteristiche. 

Anche nella gestione di una crisi – ad esempio in caso di epic fail o di qualsiasi incidente di percorso che mini la credibilità di un brand – la presenza di un influencer può limitare le perdite. Un personaggio in vista può garantire “credibilità” ad un brand che sta attraversando un momento di imbarazzo, limitando i danni e gli attacchi frontali da parte di utenti arrabbiati. 

Cosa può fare un influencer per te 

Ci sono principalmente due azioni che un influencer può compiere per te. 

  • Scrivere un articolo se è un blogger, o creare un video tutorial o una video recensione, se è un vlogger.
  • Promuovere l’uso o il consumo del tuo prodotto con foto e video sui sui profili social.

Tieni bene a mente che il web è pieno di influencer che potrebbero aiutarti gratuitamente. 

Sono i tuoi clienti e se il tuo prodotto è davvero ottimo, potrebbero prendere l’iniziativa di parlarne alla loro community.

Puoi monitorare questi contenuti associando un hashtag ai tuoi post istituzionali, o utilizzando tools a pagamento come Mention o Talkwalker.

Come pagare un influencer

Il compenso di un influencer cambia in funzione del suo livello di celebrità, dagli obiettivi della vostra collaborazione e dai risultati ottenuti. È possibile anche concordare un compenso a step crescenti in funzione dei risultati, mixando anche più modi tra quelli indicati qui. 

  • Prodotti gratis, accesso gratuito ai tuoi servizi, invio periodico di prodotti gratuiti da recensire, ecc.
  • Costo a engagement, quanto engagement ottengono con i loro contenuti
  • Costo a clic, il numero di clic che ricevi sulla tua pagina di destinazione
  • Pagamento a post, tariffa fissa per ogni post prodotto, indipendentemente dal risultato.
  • Costo a conversione, il numero di conversioni che generano – iscrizione alla newsletter, acquisto di un prodotto, compilazione di un modulo, ecc. Puoi monitorarli attribuendo un codice sconto univoco e monitorando le vendite sul tuo e-shop.

L'influencer marketing non è il marketing

Come più volte sottolineato, un influencer può davvero fare la differenza sui risultati della macchina commerciale di un brand. 

Tuttavia non è sufficiente a sopperire a tutti i risultati attesi dal marketing. 

Al contrario, in assenza di una sufficiente e corretta attività di marketing, le azioni di un influencer potrebbero sembrare prive di valore, danneggiando anche il soggetto. 

Un community è disposta a lasciarsi sedurre da un influencer, purché ciò che propone sia affidabile. Dopo aver assorbito il messaggio da un opinion leader, l’utente dovrà vivere un’esperienza appagante al suo secondo step, ovvero l’avvicinamento al front end del marchio pubblicizzato. 

Su cosa lavorare? Canali social istituzionali ben curati e aggiornati, un ottimo sito web costruito per informare e vendere in modo semplice e veloce, una comunicazione lineare e coerente con i valori espressi dall’influencer al suo target. 

Ma soprattutto un buon sistema di lead generation, così da stabilire un contatto diretto futuro con gli utenti, rendendo la collaborazione con l’influencer un episodio occasionale e non un legame necessario e definitivo. 

Ciao, sono Nazareno, uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
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Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.


Musica 8D, gli audio che stanno emozionando milioni di italiani

La musica 8D impazza tra i gruppi e come per molti contenuti virali. Tutto è partito da un messaggio audio whatsapp scambiato tra amici. In un paio di giorni è esploso sul web il fenomeno, invadendo profili social e chat.

Probabilmente anche a te, durante il weekend, è arrivato un link a YouTube o una registrazione audio, accompagnato dall’insolita sigla 8D e dal suggerimento di un amico di ascoltare il pezzo con le cuffie per “sentire la musica con il cervello”.

Così hai indossato le cuffie ed è partita la magia.

Il tuo amico diceva il vero. Suoni, strumenti e voci ti ruotavano attorno, come se fossi sul palco insieme agli artisti e, dopo qualche istante, hai persino chiuso gli occhi dimenticando di aver indosso gli auricolari.

Sono quasi certo anche che tu abbia cercato altre hit in 8D su Youtube, magari le tue canzoni preferite, e mandate ad amici e parenti con lo stesso entusiasmo di chi ha fatto una sensazionale scoperta, perché la felicità è reale solo quando è condivisa.

Accantoniamo le emozioni che anche io come te ho assaporato, e proviamo a comprendere insieme i 3 trucchi che innescano la magia e perchè gli audio 8D riescono a fare vibrare il cuore degli italiani chiusi in casa.

Cosa cambia tra audio tradizionale e musica 8D

La risposta secca sarebbe l’esperienza sensoriale. La cosa particolarmente entusiasmante di questa modalità di ascolto è quella di avere la sensazione di interagire con una realtà audio tridimensionale. I suoni acquistano un corpo e una direzione, che normalmente con la classica stereofonia non percepiamo.

L’effetto sonoro è paragonabile ad un suono che si diffonde nell’ambiente piuttosto che dalle cuffie.

La musica 8D è un illusione

Come per ogni prestigio, anche esiste il trucco.

Per dar vita a questa illusione spaziale, gli ingredienti sono fondamentalmente tre.

  • La conoscenza di come il nostro cervello elabora i suoni,
  • La gestione digitale di parametri ben precisi (panning, volume, equalizzazione e riverbero)
  • Un software concepito hoc

A dire il vero è il software a compiere gran parte del lavoro, a patto che nel suo algoritmo siano codificati gli altri due fattori elencati.

Il padiglione auricolare umano, per sua particolare conformazione, accoglie il suono e il cervello lo registra. A seconda delle frequenze che recepisce, determina da quale direzione arrivi l’informazione, trasferendo anche questa al cervello.

I padiglioni sono anatomicamente orientati in avanti e per questo, se la fonte sonora si trova alle nostre spalle, il suono rimbalza sulla parte posteriore dei padiglioni e sulle eventuali superfici intorno a noi, per poi raggiungere l’interno dell’orecchio con una particolare equalizzazione e una particolare quantità di riverbero.

Un acquisizione del suono non diretta come quella sopra descritta, è ricca di frequenze basse e medio-basse, scarica di frequenze alte invece predominanti in un suono diretto.

Una descrizione semplificata che ci aiuta a comprendere in modo immediato come il cervello distingua un suono diretto da uno indiretto, pesandone le frequenze.

Ecco il primo trucco, l’algoritmo del software utilizzato per realizzare musica 8D, replica questo meccanismo naturale, ritocca i parametri di equalizzazione, più precisamente riverbero, volume e panning (distribuzione del suono tra dx e sx) sapendo che il cervello tradurrà questi valori in coordinate spaziali e distanze.

Capisci ora perchè l’ho chiamata illusione? Il software inganna il cervello, replicando artificialmente qualcosa che accade per natura ogni volta che percepiamo un rumore.

Quando nasce la musica 8D

Nonostante per te e per gran parte del popolo social sia una scoperta freschissima, i brani musicali (e non) in 8D esistono ormai da anni sul web.

Ti sorprenderebbe sapere che è roba vecchia di oltre 50 anni?

L’audio 8D è infatti il risultato ultimo di esperimenti sonori nati con la stereofonia alla fine degli anni 60.

A quel tempo per dare un effetto di ascolto a 360° vennero introdotte le registrazioni binaurali altrimenti note come registrazioni in 3D, realizzate mediante due microfoni orientati in direzioni opposte e attaccati ai padiglioni auricolari della testa di un manichino, così da simulare l’ascolto umano.

Nel 1983 furono l’ingegnere elettronico Hugo Zuccarelli, il bassista dei Nomadi Umberto Maggi e il fratello Maurizio, a compiere un importante passo in avanti nella sperimentazione acustica, brevettando la tecnica dell’Olofonia.

Così l’olofono, un microfono composto da più capsule orientate a 360 gradi, iniziò a registrare l’audio in maniera sferica.

Eppure, come ti ho spiegato prima, L’audio 8D non ha nulla a che fare con microfoni o tecniche musicale.

Cosa significa 8D

La verità? Assolutamente niente.

8D è una raffinata iperbole per fare riferimento all’esperienza sensoriale del suono.

Così come la dicitura “cinema 7D” che, all’interno dei parchi a tema, allude alla multisensorialità offerta da seggiolini tremolanti, schizzi d’acqua e altri stratagemmi puramente “scenografici”.

Si tratta semplicemente di una trovata strategica per rendere accattivante il titolo, tant’è che se adesso cercassi su YouTube, troveresti numerosi video i cui titoli fanno letteralmente a gara a chi ce l’ha più alto (pardon). 9D, 16D e via verso l’infinito e oltre.

Perché sta emozionando gli italiani?

Il motivo per cui la musica 8D sta scaldando i cuori degli italiani costretti a casa dall’emergenza Covid-19 è semplice.

In questo momento tutti noi siamo impegnati a fronteggiare uno status sociale nuovo (l’assenza di relazioni e di contatto umano, il divieto ad incontrare amici e familiari).

Viviamo ogni giorno la sensazione di essere reclusi, impossibilitati a soddisfare i bisogni sociali, immediatamente successivi a quelli primari nella scala dei valori di Maslow, indispensabili per il raggiungimento dei bisogni di sè, terzo e ultimo step della scala.

La musica interviene in modo prepotente con le sue vibrazioni in un momento emotivo particolarmente stressante.

È nota ormai da tempo la qualità terapeutica della musica, che ha effetti benefici su corpo e mente, capace di ridurre la sensazione di dolore (sia fisico che mentale) e depressione.

La musicoterapia parte proprio dall’analisi degli effetti benefici della musica, eccellente vasodilatatore in grado di indurre un’aumentata produzione di endorfine da parte dell’ipofisi. Se lenta e rilassata, la musica è in grado di rallentare il ritmo cardiaco e respiratorio.

Ecco il secondo e il terzo prestigio della musica 8D ai tempi del coronavirus.

Tutti gli effetti salvifici della musica si amplificano con un effetto sonoro così coinvolgente, e si fanno ancor più intensi sui soggetti stressati dall’emergenza sanitaria, inducendoli a dar vita ad un infinito tam-tam di messaggi e condivisioni, con brani eccezionali e toccanti.

Immagina l’effetto di una scarica di endorfine, il cui effetto è paragonabile a numerose sostanze oppiacee, su una persona particolarmente stressata o depressa. La stessa sensazione che prova un maratoneta un attimo prima di tagliare il traguardo, o un cantante nell’acuto clou del suo concerto, o una sposa nel momento in cui pronuncia il tanto atteso si. 

Questa è la grande magia della musica 8D.

È arrivato quindi il momento di tornare con i piedi per terra e scomodare il buon vecchio Einstein. Le 4 dimensioni in cui viviamo rimangono le medesime, 3 dello spazio e 1 del tempo.

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Gabriele M.
VIdeoMaker


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Come fare social durante l'emergenza COVID-19

Fronteggiamo il fenomeno COVID-19 che stravolge le priorità e le dinamiche di consumo degli italiani. Come affrontare tutto ciò? Cosa possono fare i brand per mantenere il contatto con le persone?

La repentina ascesa del virus, il suo alto tasso di trasmissibilità, hanno innegabilmente paralizzata buona parte del paese e – notizie in evoluzione anche in queste ore – del mondo.

Non è un caso che l’OMS abbia dichiarato lo stato di pandemia e che tutte le attività non ritenute fondamentali per i servizi essenziali al cittadino, siano state costrette alla chiusura o a severissime restrizioni.

Cosa cambia per un'attività

Nella realtà, tutto. Davvero.

L’impossibilità ad avere contatti ravvicinati, orari ridotti o chiusure forzate totali o limitate al weekend. Beni che fanno fatica ed essere venduti, altri che risultano invece irreperibili sul mercato.

Piccole e grandi aziende hanno dovuto fronteggiare un fiume di novità in poche ore, ma non tutte sono riuscite ad assimilarle e mettere in atto tutti gli accorgimenti necessari per attutire il colpo o addirittura coglierne le opportunità.

Per citare un colosso mondiale, Amazon ha incrementato le vendite e sta assumendo in queste ore nuovo personale per gestire al meglio consegne e stoccaggio. Quello che però sfugge ai più è che l’aumento è relativo a beni e prodotti di prima necessità, cura della persona e degli infanti, presidi sanitari.  Per questo l’azienda di Bezos ha dato massima priorità a questi prodotti, anche nell’approvvigionamento, cogliendo così le opportunità e sposando profitto e supporto alle famiglie.

Tra le piccole e medie imprese invece, questa condizione ha portato a profonde crisi, mettendo in luce la mancanza di programmazione e l’assenza di investimenti nel web. Un segnale chiaro arriva dai contenuti social, in molti casi del tutto assenti.

Come fare social nei giorni #IORESTOACASA

I social sono strumenti e se utilizzati in maniera opportuna possono preservare la relazione tra azienda e utenti/clienti.
In molti caso l’azienda potrebbe rappresentare un vero e proprio punto di riferimento, se avrà costruito la sua authority online prima che esplodesse l’epidemia.

È determinante continuare a coltivare le relazioni online, si tradurrà in vantaggio quando tutto questo sarà finito e gli utenti torneranno ad acquistare beni e servizi.

Al contrario, consumare questi giorni rimanendo “silenziosi” o immobili, potrebbe rivelarsi uno spreco di tempo e di opportunità.

Quello che ti serve adesso è qualche consiglio, soprattutto se stai attraversando un momento che assomiglia maledettamente al “blocco dello scrittore”.

Zero spunti e la paura di produrre delle banalità o dei contenuti inopportuni? Ecco cosa fare.

1. REVISIONE ACCURATA DEI CONTENUTI

Devo dare per scontato che tu abbia programmato i tuoi contenuti e non lavori alla giornata. Non sarebbe opportuno per un’azienda comunicare senza strategia.

La prima cosa da fare è controllare il calendario editoriale e tutti i contenuti programmati – sia la creatività che il copy – e verificare che  messaggio,  CTA e sentiment di ogni post non si riveli inopportuno o peggio, contrario alle linee guida del DPCM e relativi aggiornamenti. Ricorda che tone of voice, scelte lessicali e semantiche possono influenzare enormemente lo stato d’animo di chi ti legge, per questo è importante fare una riflessione su che tipo di emozioni vuoi trasferire.

Sospendi e sposta in bozze i contenuti che non possono essere utilizzati e quelli che dovrai modificare. I primi potrai tenerli in stand-by in attesa di tempi migliori, per i secondi procedi alle correzioni necessarie.

2. ASSIMILA IL SENTIRE COMUNE

Un grave passo falso , che avrebbe pessime ripercussioni sulla tua web reputation, sarebbe quello di non comprendere pienamente il sentire collettivo.

  • Cosa pensa il tuo target?
  • È angosciato, spaventato, preoccupato?
  • Sta affrontando la crisi con serenità o l’incertezza lo sconforta e lo demotiva? 

Dovrai comprendere, monitorando le community che quasi certamente tieni già d’occhio, come sta reagendo il tuo pubblico potenziale – che potrebbe essere la massa se tratti beni di grande distribuzione, o una nicchia se vendi servizi o prodotti per esigenze specifiche – e adattare il tuo linguaggio perché sia affine. Questo non vuol dire assecondare sentimenti negativi o esaltare eccessi di superficialità. Semplicemente adottare un ritmo e un registro che facciano passare i tuoi valori su una lunghezza d’onda compatibile con la loro.

3. ADATTATI AL CONTESTO

In questo momento il contesto è uno solo, o almeno ce lo auguriamo tutti.

Il tuo cliente è a casa. I suoi spostamenti sono limitati e in ogni caso sono escluse le velleità. Qualsiasi cosa tu voglia comunicare, fai in modo che sia compatibile con il contesto in cui quel messaggio verrà recepito. Il salotto di casa, la cucina, la camera da letto e – perché no – il bagno.

Se ciò che offri non può essere acquistato online allora è il momento giusto di fare nurturing e di educare clienti e prospect ad apprezzare le qualità di ciò che offri.

Produci contenuti informativi e di approfondimento, aumentando il valore percepito e il senso di bisogno, così da ripartire velocemente nel prossimo futuro.

4. CAVALCA L'ONDA SENZA FARTI TRAVOLGERE

Se lavori con i social saprai che un trend topic rischia di oscurare altri argomenti. In questo caso il Covid-19 è molto più che un trend topic.

È decisamente l’unico argomento in grado di veicolare immediatamente l’attenzione di chiunque, nella speranza di cogliere l’ultimo aggiornamento o, chissà, una buona notizia.

Trova dunque delle attinenze tra il tuo business e l’epidemia, o i suoi effetti sociali, le sue implicazioni nella salute, nel lifestyle. Produci dei contenuti che partendo dal topic, si concentrino poi sulla tua esigenza di comunicare.

Questi dovrebbe garantire un discreto galleggiamento dei tuoi contenuti. Quantomeno non ti farai travolgere dall’argomento.

Sfrutta le campagne del momento, come #iorestoacasa, #restiamouniti, #andratuttobene o #distantimauniti e analiiza le KPI (approfondisci l’argomento in questo articolo)
Potresti fare qualcosa di creativo da casa anche tu. 

5. PROMUOVI INFORMAZIONI DI VALORE

A mio modo di vedere le aziende possono sempre farsi portavoce di messaggi positivi e di valore, anche se non attinenti al proprio prodotto. D’altra parte i social non sono solo vetrine per vendere, ma strumenti per dialogare con gli utenti. Diffondi dunque news sul coronavirus se lo desideri, stimola il confronto nei commenti e rispondi agli utenti facendo della buona attività di community management.

Le cose davvero importanti in questo caso sono due. Prima di tutto verifica la fonte di ciò che condividi o pubblichi, non fomentare la diffusione di fake news che si trasformerebbero in un pericoloso boomerang. Infine poniti come moderatore ed evita eccessi nell’esprimere le tue opinioni. Non Battagliare con i tuoi utenti, semplicemente fai attività di active listening.

6. SVILUPPA CONTENUTI SPENDIBILI GRATUITAMENTE

Non posso sapere cosa facessi prima dell’arrivo del nuovo coronavirus. Quello che so è che questo è il momento di reinventarti.

Non resistere al cambiamento. Come direbbe Spencer Johnson, qualcuno sta spostando il tuo formaggio, non aspettare di svegliarti una mattina per scoprire che le tue scorte non ci sono più.

Sviluppa immediatamente dei contenuti gratuiti: guide, tutorial, lezioni, approfondimenti, dirette, infografiche. Qualsiasi cosa possa aumentare il senso di gratitudine nei tuoi confronti. Fai in modo che ad usufruirne sia una community tracciata o tracciabile.

Apri o sviluppa un gruppo Facebook, o distribuisci quei contenuti attraverso una newsletter da acquisire con una pagina specifica sul tuo sito.

In sostanza, fai lead generation e comincia ad acquisire oggi i potenziali clienti di domani.

7. CORREGGI INFO E AUTOMATION

Se hai attive risposte automatiche o chatbot, accertati che il messaggio sia aggiornato e pertinente. Dai un’occhiata agli orari indicati nelle informazioni e sulla scheda Google o TripAdvisor.

Le informazioni testuali dei tuoi profili o del sito meritano una revisione e opportune correzioni.

In un momento di confusione i clienti in attesa di ordini, consegne o in cerca di assistenza, tendono a usare i mezzi percepiti più veloci e i tuoi canali social potrebbero trasformarsi rapidamente in “centralini” per la gestione e l’assistenza clienti.

Fai in modo che la loro esperienza sia efficace.

CASE HISTORY

Dalla teoria alla pratica. Magari adesso stai pensando che in linea teorica sia tutto giusto ma difficile da attuare.

Per questo chiudo citandoti alcuni casi di clienti, diversi tra loro per categoria e per applicazioni del decreto, che giornalmente seguiamo nella comunicazione online:

VILLA COSTANZA

è un noto e stimato ristorante, che gode di altissima considerazione tanto dai suoi clienti quanto dai competitor.

Subito dopo la comunicazione del DPCM dell’11 Marzo abbiamo provveduto a comunicare sulle pagine ufficiali l’intenzione di chiudere per tutto il tempo necessario.
Il profondo rispetto verso lo staff e il desiderio di incentivare le persone a rimanere a casa, hanno spinto la proprietà ad una decisione che ha generato altissimo consenso sui social di parte dei tanti clienti, oltre che le attenzioni di blog e testate giornalistiche.

L'HOTELLERIE EASY SUITES

elegante B&B nel cuore del centro storico, ha dovuto far fronte dapprima alle disdette degli ospiti impossibilitati a raggiungere la Sicilia. Abbiamo comunicato la policy adottata verso i viaggiatori, sia sui social che sul sito, promuovendo i canali di contatto e customer care.

A seguire i profili continueranno a promuovere luoghi di interesse del territorio, così da mantenere vivo il desiderio di visitare la città quando l’attività turistica sarà ripristinata.

HAPPYGYM

è un centro sportivo che a partire dal 9 Marzo ha dovuto sospendere le attività per decreto regionale.

Dopo aver aggiornato gli utenti sugli aggiornamenti attraverso whatsapp, e aver prontamente modificato il calendario editoriale, è stato intensificata l’attività all’interno del gruppo Facebook dedicato. I post sulla pagina sono stati adattati per includere sia un’esortazione convinta e ripetuta a rimanere a casa, sia un invito a iscriversi al gruppo.

All’interno di quest’ultimo, a mezzo video e dirette, vengono distribuiti allenamenti da eseguire a casa secondo un palinsesto condiviso.

TIMILIA • PIZZA DA STRADA

è una piccola pizzeria del centro storico, specializzata nel take-away.

I viaggiatori garantivano un’intensa attività da mattina a sera. Con la scomparsa dei turisti e l’impossibilità di fare servizio al banco dal 12 Marzo, non volendo chiudere l’attività, abbiamo sviluppato 2 campagne  social per promuovere la consegna a domicilio gratuita.

Per rendere la prenotazione semplice e immediata, il traffico delle sponsorizzate è stato veicolato su whatsapp, configurando un account business destinato alla sola attività di prenotazione.

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La tua capacità di adattarti e sperimentare nuove soluzioni, ti garantirà una ripartenza migliore quando l’emergenza sarà rientrata.
Siamo sempre convinti che le persone amano la consuetudine perché li rassicura (Leggi qui l’articolo sulle abitudini)
Buon lavoro

Ciao, sono Nazareno, uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.


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Creare contenuti di qualità per il sito del tuo ristorante

A cosa serve creare contenuti di qualità per un ristorante? E soprattutto a cosa ci si riferisce quando si parla di qualità dei contenuti sul web? Si tratta di contenuti autorevoli o semplicemente scritti bene?

In media stat virtus, direbbe Aristotele. La risposta sta nel mezzo.

I buoni contenuti nel web sono quellinsieme di testi, parole, post sui social e anche video e foto che contengono informazioni utili e di valore” per chi le legge. Sono contenuti sì scritti bene, ma anche autorevoli.

Non serve essere laureati ad Harvard o scrivere in modo eccellente stando attenti solo alla correttezza grammaticale (cosa fondamentale, eh!), piuttosto si tratta di raccontare qualcosa con l’obiettivo di conquistare i tuoi interlocutori.

Fare content marketing significa tirare una linea di confine molto sottile tra due termini tutt’altro che sinonimi: pubblicizzare e promuovere.

Nel primo caso chi parla diffonde un messaggio in modo puramente commerciale, nel secondo invece si tratta di raccontare unazienda parlando dei suoi valori, descrivendone le esperienze, proponendo soluzioni a problemi di varia natura.

In poche parole si tratta di coinvolgere il lettore comunicando qualità, tue e del tuo ristorante.

Cos’è il content marketing

Darlene Rondeau definisce il content marketing “una tecnica di marketing per ideare, creare e distribuire contenuti di valore, rilevanti e coerenti, per attrarre e acquisire una definita Audience, con l’obiettivo di guidarla verso un nuovo ruolo di cliente”.

È proprio questo che fa un contenuto sul web, riesce a convertire il lettore in cliente, incuriosendo, affascinando.

Ovviamente non può essere il tuo unico strumento di marketing, ma va inserito all’interno di un progetto più ampio di digital marketing che coinvolge il tuo ristorante.

Il content marketing per il food è un elemento trasversale che va applicato in modo coerente e strategico in tutte le piattaforme che sceglierai di utilizzare per comunicare la tua attività imprenditoriale, dal sito web al blog aziendale, dai social alle newsletter degli eventi.

Ti starai chiedendo: da dove si comincia? Di cosa devo parlare sul sito web del mio ristorante? Prima di capire cosa scrivere, fai un passo indietro. Serve una strategia, una pianificazione per capire quali contenuti distribuire nel web e in che modo.

Dividiamo dunque il content marketing in tre fasi: idea, creazione, distribuzione.

Fase 1 – Strategia: come progettare contenuti di qualità

La prima fase di lavoro risponde a una domanda ben precisa che ti dovrai porre per non perdere di vista il tuo obiettivo: “A cosa mi serve questa azione?”.

Rispondendo a questa esigenza, andrai quindi a decidere le strategie da mettere in atto, gli strumenti e le tattiche da utilizzare, i media da sfruttare e le risorse umane da impiegare per portare il tuo ristorante sul web.

In base alle strategie avrai modo di individuare il tuo interlocutore, definendo il linguaggio e il tono di voce con cui parlargli. Quindi dovrai scegliere gli argomenti (topic) di cui parlare, con quale frequenza pubblicare i contenuti e in che modo creare quel coinvolgimento che è anche l’obiettivo della tua comunicazione aziendale. In poche Parole ti servirà un PED.

Un piano editoriale digitale è lo strumento da cui partire per organizzare e calenderizzare i contenuti, scegliere strumenti e tools per cercare e personalizzare le immagini e i video, gli editor di testo per scrivere gli articoli, le fonti da cui attingere per approfondire e confutare.

Oltre la strategia attenzione alle tattiche, tutti gli elementi che ti serviranno per veicolare altri messaggi sempre inerenti alla tua attività. Parliamo ad esempio di eventi organizzati nel tuo ristorante, incontri e degustazioni, ma anche contest sui social per rendere virale un post, o almeno provarci.

Dove vuoi distribuire i contenuti? Sicuramente sul tuo sito web, al cui interno dovrai ospitare un blog aziendale. Non dimenticare poi i social, scegliendo quelli che più fanno al caso tuo, o più al caso dei tuoi migliori clienti.

Fase 2 – Creazione contenuti: come scrivere contenuti di marketing

Se la fase 1 della strategia e del PED sono imprescindibili, La fase 2  di content creation è quella che richiede il maggior dispendio di energie e risorse, perché è il vero momento operativo in cui ti troverai a tu per tu con il magico mondo del content marketing per il food. Creare contenuti per il proprio sito non significa solo scrivere articoli per il blog o post per Facebook, vuol dire anche produrre supporti visual (foto e video) o registrazioni (ad esempio un podcast).

Gli argomenti di cui parlare possono essere infiniti. La foto di un piatto, un articolo di approfondimento sulle materie prime utilizzate nel tuo ristorante, un video su una lezione di cucina, un podcast in chiave scientifica sui benefici nutrizionali di determinati ingredienti (Hai mai pensato di usare la tecnica ASMR per i tuoi piatti?)

“Come faccio a capire se ho creato dei contenuti di qualità?

L’obiettivo non è essere perfetti, bisogna essere coerenti.

Mettiti sempre dalla parte del tuo lettore ideale, ritorna più volte sullo stesso pezzo, non avere fretta e rileggilo ad alta voce.

Puoi anche identificare un tester, qualcuno che rappresenti bene i tuoi valori e che potrebbe essere un tuo cliente, che possa darti un feedback sincero su ciò che produci. Infine chiediti:

  • Il mio contenuto è esteticamente attraente?
  • Il messaggio è chiaro e diretto? Arriva al cuore di chi lo legge?
  • La formattazione agevola la lettura, è semplice e intuitiva?
  • La parte grafica è in linea con il mio brand?
  • Sono riuscito a raccontare la storia e i valori del mio ristorante?

Fase 3 – Distribuzione: come promuovere contenuti per il web

Il tuo contenuto è pronto. Lo hai letto più volte, hai controllato che ogni cosa sia al posto giusto e adesso sei pronto per pubblicarlo. Renderlo visibile sul tuo sito web però non è sufficiente, oggi gli algoritmi e i motori di ricerca sono spietati. La quantità di contenuti sul web distrae i tuoi potenziali clienti. Se vuoi fare una buona distribuzione, devi ricorrere alla promozione.

Promuovere contenuti sul web vuol dire:

  • Condividere: programma l’uscita del tuo contenuto attraverso post sugli account del tuo ristorante sui social network
  • Misurare: analizza i risultati del tuo lavoro attraverso strumenti di web e social analytics
  • Curare: interagisci con la community, modera i commenti, monitora le interazioni e i like, rispondi alle recensioni e ai feedback
  • Amplificare: condividi il link al tuo contenuto su altri social, gruppi social tematici, forum e altri siti, includilo nella newsletter o proponilo a siti e riviste di settore
  • Rilanciare: riproponi lo stesso contenuto a scadenza prestabilita, crea degli appuntamenti in cui rilanciare i contenuti che hanno avuto maggiore diffusione.

In Conclusione

Mettere in atto tutto questo non è semplice, nessuno può riuscirci senza dedicarci il giusto tempo o coinvolgendo qualche competenza specifica. Ma se riuscirai a comprendere il valore di ognuna delle fasi descritte, avrai compiuto il passo più importante per te e per il tuo ristorante, quello della consapevolezza.

Ciao, sono Nazareno, uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.