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Facebook Shop, in roll-out l'ultima novità di Zuckerberg che potrebbe rivoluzionare (ancora) la vendita online

Il lockdown imposto dai governi di tutto il mondo per fronteggiare il covid-19 ha riscritto numerose convinzioni oggi del tutto desuete e ci ha fornito nuove certezze. Tra queste, l’e-commerce non può essere un lusso di pochi ma un esigenza reale, soprattutto per i piccoli produttori e commercianti. Facebook lo sa e per questo è pronto a lanciare il suo nuovo potere, Facebook Shop.

L’ha annunciato Mark Zuckerberg proprio ieri con una diretta e questo post chiaro come è nel suo stile.

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In sintesi Facebook mette in mostra i superpoteri e va a stuzzicare i colossi della vendita online.

Facebook e Instagram, e a seguire Messenger e Whatsapp, costituiranno un network di social network – scusami la ripetizione – attraverso cui vendere beni online e raggiungere velocemente i consumatori.

Facebook Shop è nuovo

Non confondere Shop con Marketplace o con la Vetrina delle pagine.

La vetrina sparirà dalla tua pagina se non è già successo. Troverai invece la Tab Shop.

E se fino ad oggi l’acquisto andava completato sul sito web del venditore passando dalla Vetrina, con la nuova funzione invece l’acquisto si completerà sul social.  La comodità è che l’acquirente potrà immediatamente mettersi in contatto con il venditore, utilizzando le stesse chat di Messenger e Whatsapp. Comodo, veloce, efficace. A patto che il venditore abbia compreso l’importanza di un customer care organizzato, anche digitale.

Per gli addetti ai lavori

Chi lavora alla vendita online per conto di attività e negozi sa che impegno si nasconda dietro la configurazione da Business Manager di tutti gli asset necessari per aumentare il traffico al sito e lavorare bene con le campagne.
Una volta importato il catalogo era necessario, con procedure diverse, collegarlo sia alla vetrina della pagina Facebook che al profilo Instagram, a patto che queste risorse appartenessero allo stesso BM. Nessuna funzione però metteva in correlazione il catalogo dei social network alla funzione catalogo prodotti di Whatsapp Business, che deve essere caricato separatamente e – che io sappia – manualmente.

Il settaggio avverrà da Gestore delle vendite, che nella mia area non è ancora disponibile, una funzione presente su Business Manager.

I dettagli di settaggio sono già spiegati su Facebook for Business, nel centro assistenza per le aziende.

Una novità che agevolerà molto anche gli operatori.

Live Shopping per sfruttare le dirette

Pare che disporremo della funzione Live Shopping, una funzione che permetterà di taggare i prodotti del catalogo nelle dirette FB e IG e far sì che siano sempre ben visibili nella parte bassa dello schermo durante il video e, un po’ come accade quando si tagga un prodotto su un post, consentirne l’acquisto diretto…in diretta.

Nemesi degli e-commerce proprietari?

Ieri sera una delle mie pagine preferite ha lanciato la provocazione.

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In un primo momento ho tentennato, quasi convinto che avessero ragione.

Poi ho ragionato e ho espresso il mio pensiero, che ho volutamente lasciato visibile nello screen del post.

Espressione colorita a parte, doverosa viste le mie origini siciliane, penso che una novità non porti necessariamente con sé la distruzione del vecchio.

Quando 10 anni fa esplosero i social network, molti abbandonarono il proprio blog per sfruttarne la gratuità e i tanti vantaggi apparenti. Si disse che non aveva alcun senso investire per un blog perché la gente preferiva i post.
Poi di questi, tanti tornarono sui loro passi.

È solo la mia opinione, ma ad oggi sono tantissimi i blog che riescono a parlare in maniera efficace ed esaustiva al proprio target, sfruttando i social per aumentare la portata dei contenuti, ma senza smettere di coltivarli nel proprio spazio web.
Io stesso se cerco una soluzione, continuo a farlo nei blog di esperti e tecnici di settore, non certo sulle loro pagine social dove in ogni caso la possibilità di ricerca è molto limitata e i contenuti sono soggetti a logiche di distribuzione troppo effimere, ma soprattutto premiate da investimenti pubblicitari e non dalla pertinenza dei contenuti.

In definitiva, non è ancora noto come lo shop di Facebook si comporterà al di fuori delle sue quattro piattaforme e, quindi, come verrà letto da Google. Inoltre lo shop potrà essere personalizzato solo in parte (colori, insieme di prodotti…) e dunque verrebbe meno l’identità di brand per i quali quest’ultima è fondamentale.

Dulcis in fundo, non tutto potrà essere venduto su Shop. Servizi, contenuti in abbonamento e alcune categorie di prodotti come medicine e dispositivi medici, alcolici e prodotti per adulti, sono esclusi dalla nuova feature.

Facebook Shop è un male?

A nessuno giova la monopolizzazione della vendita. Il web è bello non solo perché è vario ma soprattutto perché è grande. Talmente grande che c’è davvero spazio per tutti.

Io non credo che l’obiettivo di Facebook sia smantellare gli e-commerce su cui anche le piccole attività hanno investito in questi anni di corsa alla digitalizzazione. Piuttosto fornire uno strumento per recuperare lo svantaggio per le aziende meno lungimiranti che invece non hanno dato vita ad uno shop online. E che ora, in tempi di pandemia, ne avrebbero enormemente bisogno.

L’emergenza coronavirus ha messo in chiaro quanto la gente compri, stringa relazioni, si intrattiene, cerca conforto sul web. Le aziende impossibilitate alla vendita online oggi verrebbero tagliate fuori troppo rapidamente dalla “nuova corsa all’oro”, fatta di delivery, di acquisti senza uscire di casa e senza entrare in contatto diretto con commessi o camerieri. Saranno mesi di distanza di sicurezza, e il web è la soluzione per continuare a comprare senza rischiare.

Facebook ha sempre dichiarato di voler rendere il mondo un posto migliore. L’accesso a internet gratuito offerto ai paesi del terzo mondo, o i fondi stanziati per supportare la promozione delle aziende colpite dalla crisi Covid-19, sono solo alcuni immediati esempi.

Io credo che la funzione Shop si muova nella stessa direzione, approfittando della situazione per cominciare a insidiare anche nuove frontiere e nuovi territori. Come quello della vendita diretta.

Probabilmente un giorno Facebook avrà una risposta ad ogni esigenza umana, perché già oggi non è più semplicemente un social network.

E chi si ostina a ripetere che sia morto, continua a guardare le cose sbagliate.

 

A proposito di Social e di Emergenza Coronavirus son certo riterrai interessate questo articolo.

Ciao, sono Nazareno, uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.


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Influencer Marketing, cos'è e come funziona

Se c’è un fenomeno che davvero caratterizza il marketing del periodo che stiamo tutt’ora vivendo, quello è senza dubbio l’influencer marketing. Ma cos’è davvero, su quali principi si fonda e quando è iniziato tutto?

È davvero qualcosa di nuovo?

Sembra scontato pensare che l’intervento degli influencer nella pubblicità e nella promozione di prodotti e brand sia una novità tutta millenials.
Nella realtà le cose stanno diversamente.
Ad esempio nel 1970, un’inquadratura fissa su Pelè, che si allacciava le scarpe durante i quarti di finale, determinò un’impennata alle vendite di scarpe Puma. Proprio il marchio delle scarpe indossate dal campione brasiliano.

Potremmo fare esempi decisamente più pratici, come quello delle grandi case di moda che vestono i conduttori o le star dei più grandi festival da sempre. È un chiaro esempio di influencer marketing – offline e online – in cui l’azienda cerca di colpire il suo target vestendone un idolo. Tuttavia l’esempio che sto per farti ti lascerà di stucco. 

C’è un’azienda che un secolo fa ingaggiò il più grande influencer per promuovere un prodotto semplice e a basso costo, ottenendo risultati strabilianti e godendo di quel sodalizio per decenni. 

Quell’azienda era la Coca Cola. 

L’influencer? Babbo Natale. 

È una tecnica che esiste e resiste da decenni, questo ne comprova l’efficacia. 

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Cosa è l'influencer marketing

L’influencer marketing si fonda sull’identificazione di quei soggetti che, grazie alla loro intensa attività digital o la loro esposizione mediatica, hanno capacità di influenza su potenziali target e su grandi segmenti di pubblico, potendo contare su community molto estese, approvazione sociale ed ampia portata organica dei loro contenuti.

Potresti trovarli anche indicati con espressioni come digital influencer o addirittura Social Media Opinion Leader, nella sostanza sono persone in vista in grado di condizionare altri individui. 

Il più grande vantaggio che questa pratica offre è quello di aggirare l’attenzione dell’utente target. Ricevere un messaggio pubblicitario canonico pone il ricevente in una condizione di diffidenza, di difesa verso la possibilità di essere “sedotto” più di quanto non voglia. Ecco però che se il messaggio viene veicolato attraverso una persona per la quale si nutre ammirazione incondizionata, questi passa come un consiglio di assoluto valore e la pubblicità ottiene esattamente il risultato sperato, inducendo l’utente a trasformarsi in cliente. 

Questa forma di marketing è strettamente legata all’awareness tanto dell’influencer – in questa forma è predominante – tanto del prodotto. 

È ovvio che un brand già noto faccia meno fatica a selezionare influencer e a rendere efficace il messaggio. È meno ovvio ma assolutamente realistico che un buon influencer con una community di qualità possa essere un boost eccezionale per la distribuzione di un prodotto sconosciuto o appena immesso sul mercato. 

Il mercato di massa per brand esordienti

Il successo di un prodotto nel mercato di massa incontra subito un ostacolo, ovvero la necessità di ricevere approvazione da una piccola parte di utenti in target, che alcuni definiscono utenti precoci. 

Gli utenti precoci sono quei soggetti che si mettono in fila fuori dagli store il giorno prima del lancio di un nuovo modello di smartphone. Sono tantissimi, ma in un numero molto inferiore rispetto alla massa  – identificata come maggioranza tardiva – che acquisterà lo stesso prodotto, allo stesso prezzo, nelle settimane successive. Eppure questi ultimi, o molti di essi, non avrebbero mai prestato la dovuta attenzione al prodotto se i primi, gli utenti precoci, non ne avessero aumentato il valore percepito. 

Non esiste successo per un prodotto di massa che non passi attraverso la seduzione di nicchie di utenti precoci. Sono proprio loro a innescare i meccanismi di riprova sociale necessari a muovere il mercato. 

Un digital influencer permette di arrivare forte e chiaro a quelle nicchie e aumentare il valore percepito di un prodotto anche sconosciuto. 

Gli utenti precoci tendono a muoversi un attimo dopo gli innovatori, ovvero coloro che possono vantare di essere stati i primi a scoprire un certo prodotto o servizio. Nel nostro caso, gli influencer possono rappresentare gli innovatori ideali per il lancio di un nuovo brand o prodotto, scatenando la reazione impulsiva e fedele dei loro follower.

Quanto è determinante  l'apporto di un innovatore?

Tanto, se pensi che in termini percentuali gli innovatori nella commercializzazione di un prodotto rappresentano il 2,5 % dei compratori, gli utenti precoci il 13 % mentre la maggioranza – inclusa la coda lunga che è costituita dai ritardatari – quasi l’85%. Ecco dunque che, se vogliamo arrivare a vendite considerevoli, è bene attecchire proprio in quel segmento di utenti che è determinante, gli utenti precoci, prima ancora che puntare ai grandi volumi di vendita.

I consumatori si fidano delle raccomandazioni degli influencer, tanto che l’83% dei consumatori crede alle raccomandazioni dei propri simili piuttosto che a quelle dei brand, e il 66% alle opinioni pubblicate online dai consumatori.

Coerenza e autorevolezza

La scelta di un influencer non passa solo attraverso il conteggio dei suoi follower.

Il personaggio che rappresenterà il tuo brand dovrà esserne affine, in sintonia.

Sceglieresti mai una teenager dedita solo al make up e alla moda, per promuovere un corso di studi online sulla storia dell’arte? Non solo l’influencer non incarnerebbe i valori espressi, ma i suoi follower difficilmente dimostrerebbero interesse verso il tema, abituati a fruire di contenuti d’altro settore.

C’è di peggio, la sua assenza di autorevolezza sul tema potrebbe persino costarle parte dei suoi follower che potrebbero non apprezzare il suo tentativo di cimentarsi in un tema non suo.

Al contrario le si potrebbe affidare con successo il messaggio promozionale di un nuovo gioiello per ragazzi e ragazze, che esprima un valore come l’amicizia, assolutamente immediato e prioritario nello schema di valori di un teenager.

La scelta dell’influencer è secondario rispetto all’identificazione della propria buyer persona.

Community di qualità

Non si faccia l’errore di credere che l’influencer sia colui che ha migliaia di follower. 

Ciò che rende di valore l’influenza di un personaggio in vista, è il legame che riesce a sviluppare con i suoi follower. Centinaia di follower che non interagiscono con il profilo non potranno mai essere convertiti in lead di qualità per l’azienda che avrà optato per questa strategia. 

Al contrario, un personaggio con una cerchia ristretta di follower, ma di ottima qualità e sempre connessa, potrebbe ottenere eccellenti risultati, soprattutto per brand di nicchia o attività locali. A tal proposito, molti influencer di successo non sono affattto delle star o celebrità, bensì semplici utenti che non ricoprono ruoli professionali in vista ma che hanno costruito la loro credibilità proprio lì dove influenzano i follower, sul web. 

Per cui i parametri da valutare prima di selezionare un influencer per il proprio brand sono le KPI (leggi questo articolo per approfondire l’argomento) dei suoi canali social, che forniscano un dato significativo in quanto a engagement, copertura organica, condivisioni e conversazioni generate in Direct. Fermarsi al numero di follower o like, o ancora lasciarsi ammaliare dalle sole reazioni ai post del profilo, potrebbe rivelarsi un costoso passo falso. 

Crisis Management e umanizzazione 

Accostarsi ad un Influencer potrebbe essere la mossa vincente, non solo per promuovere il proprio prodotto, ma per accelerare il processo di “umanizzazione” del brand. 

Le persone preferiscono le persone ed è per questo che brand eccessivamente astratti o che rappresentano un servizio, hanno difficoltà a incrementare le vendite. Un testimonial aumenta l’empatia del brand che ne assorbe le caratteristiche. 

Anche nella gestione di una crisi – ad esempio in caso di epic fail o di qualsiasi incidente di percorso che mini la credibilità di un brand – la presenza di un influencer può limitare le perdite. Un personaggio in vista può garantire “credibilità” ad un brand che sta attraversando un momento di imbarazzo, limitando i danni e gli attacchi frontali da parte di utenti arrabbiati. 

Cosa può fare un influencer per te 

Ci sono principalmente due azioni che un influencer può compiere per te. 

  • Scrivere un articolo se è un blogger, o creare un video tutorial o una video recensione, se è un vlogger.
  • Promuovere l’uso o il consumo del tuo prodotto con foto e video sui sui profili social.

Tieni bene a mente che il web è pieno di influencer che potrebbero aiutarti gratuitamente. 

Sono i tuoi clienti e se il tuo prodotto è davvero ottimo, potrebbero prendere l’iniziativa di parlarne alla loro community.

Puoi monitorare questi contenuti associando un hashtag ai tuoi post istituzionali, o utilizzando tools a pagamento come Mention o Talkwalker.

Come pagare un influencer

Il compenso di un influencer cambia in funzione del suo livello di celebrità, dagli obiettivi della vostra collaborazione e dai risultati ottenuti. È possibile anche concordare un compenso a step crescenti in funzione dei risultati, mixando anche più modi tra quelli indicati qui. 

  • Prodotti gratis, accesso gratuito ai tuoi servizi, invio periodico di prodotti gratuiti da recensire, ecc.
  • Costo a engagement, quanto engagement ottengono con i loro contenuti
  • Costo a clic, il numero di clic che ricevi sulla tua pagina di destinazione
  • Pagamento a post, tariffa fissa per ogni post prodotto, indipendentemente dal risultato.
  • Costo a conversione, il numero di conversioni che generano – iscrizione alla newsletter, acquisto di un prodotto, compilazione di un modulo, ecc. Puoi monitorarli attribuendo un codice sconto univoco e monitorando le vendite sul tuo e-shop.

L'influencer marketing non è il marketing

Come più volte sottolineato, un influencer può davvero fare la differenza sui risultati della macchina commerciale di un brand. 

Tuttavia non è sufficiente a sopperire a tutti i risultati attesi dal marketing. 

Al contrario, in assenza di una sufficiente e corretta attività di marketing, le azioni di un influencer potrebbero sembrare prive di valore, danneggiando anche il soggetto. 

Un community è disposta a lasciarsi sedurre da un influencer, purché ciò che propone sia affidabile. Dopo aver assorbito il messaggio da un opinion leader, l’utente dovrà vivere un’esperienza appagante al suo secondo step, ovvero l’avvicinamento al front end del marchio pubblicizzato. 

Su cosa lavorare? Canali social istituzionali ben curati e aggiornati, un ottimo sito web costruito per informare e vendere in modo semplice e veloce, una comunicazione lineare e coerente con i valori espressi dall’influencer al suo target. 

Ma soprattutto un buon sistema di lead generation, così da stabilire un contatto diretto futuro con gli utenti, rendendo la collaborazione con l’influencer un episodio occasionale e non un legame necessario e definitivo. 

Ciao, sono Nazareno, uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.


Musica 8D, gli audio che stanno emozionando milioni di italiani

La musica 8D impazza tra i gruppi e come per molti contenuti virali. Tutto è partito da un messaggio audio whatsapp scambiato tra amici. In un paio di giorni è esploso sul web il fenomeno, invadendo profili social e chat.

Probabilmente anche a te, durante il weekend, è arrivato un link a YouTube o una registrazione audio, accompagnato dall’insolita sigla 8D e dal suggerimento di un amico di ascoltare il pezzo con le cuffie per “sentire la musica con il cervello”.

Così hai indossato le cuffie ed è partita la magia.

Il tuo amico diceva il vero. Suoni, strumenti e voci ti ruotavano attorno, come se fossi sul palco insieme agli artisti e, dopo qualche istante, hai persino chiuso gli occhi dimenticando di aver indosso gli auricolari.

Sono quasi certo anche che tu abbia cercato altre hit in 8D su Youtube, magari le tue canzoni preferite, e mandate ad amici e parenti con lo stesso entusiasmo di chi ha fatto una sensazionale scoperta, perché la felicità è reale solo quando è condivisa.

Accantoniamo le emozioni che anche io come te ho assaporato, e proviamo a comprendere insieme i 3 trucchi che innescano la magia e perchè gli audio 8D riescono a fare vibrare il cuore degli italiani chiusi in casa.

Cosa cambia tra audio tradizionale e musica 8D

La risposta secca sarebbe l’esperienza sensoriale. La cosa particolarmente entusiasmante di questa modalità di ascolto è quella di avere la sensazione di interagire con una realtà audio tridimensionale. I suoni acquistano un corpo e una direzione, che normalmente con la classica stereofonia non percepiamo.

L’effetto sonoro è paragonabile ad un suono che si diffonde nell’ambiente piuttosto che dalle cuffie.

La musica 8D è un illusione

Come per ogni prestigio, anche esiste il trucco.

Per dar vita a questa illusione spaziale, gli ingredienti sono fondamentalmente tre.

  • La conoscenza di come il nostro cervello elabora i suoni,
  • La gestione digitale di parametri ben precisi (panning, volume, equalizzazione e riverbero)
  • Un software concepito hoc

A dire il vero è il software a compiere gran parte del lavoro, a patto che nel suo algoritmo siano codificati gli altri due fattori elencati.

Il padiglione auricolare umano, per sua particolare conformazione, accoglie il suono e il cervello lo registra. A seconda delle frequenze che recepisce, determina da quale direzione arrivi l’informazione, trasferendo anche questa al cervello.

I padiglioni sono anatomicamente orientati in avanti e per questo, se la fonte sonora si trova alle nostre spalle, il suono rimbalza sulla parte posteriore dei padiglioni e sulle eventuali superfici intorno a noi, per poi raggiungere l’interno dell’orecchio con una particolare equalizzazione e una particolare quantità di riverbero.

Un acquisizione del suono non diretta come quella sopra descritta, è ricca di frequenze basse e medio-basse, scarica di frequenze alte invece predominanti in un suono diretto.

Una descrizione semplificata che ci aiuta a comprendere in modo immediato come il cervello distingua un suono diretto da uno indiretto, pesandone le frequenze.

Ecco il primo trucco, l’algoritmo del software utilizzato per realizzare musica 8D, replica questo meccanismo naturale, ritocca i parametri di equalizzazione, più precisamente riverbero, volume e panning (distribuzione del suono tra dx e sx) sapendo che il cervello tradurrà questi valori in coordinate spaziali e distanze.

Capisci ora perchè l’ho chiamata illusione? Il software inganna il cervello, replicando artificialmente qualcosa che accade per natura ogni volta che percepiamo un rumore.

Quando nasce la musica 8D

Nonostante per te e per gran parte del popolo social sia una scoperta freschissima, i brani musicali (e non) in 8D esistono ormai da anni sul web.

Ti sorprenderebbe sapere che è roba vecchia di oltre 50 anni?

L’audio 8D è infatti il risultato ultimo di esperimenti sonori nati con la stereofonia alla fine degli anni 60.

A quel tempo per dare un effetto di ascolto a 360° vennero introdotte le registrazioni binaurali altrimenti note come registrazioni in 3D, realizzate mediante due microfoni orientati in direzioni opposte e attaccati ai padiglioni auricolari della testa di un manichino, così da simulare l’ascolto umano.

Nel 1983 furono l’ingegnere elettronico Hugo Zuccarelli, il bassista dei Nomadi Umberto Maggi e il fratello Maurizio, a compiere un importante passo in avanti nella sperimentazione acustica, brevettando la tecnica dell’Olofonia.

Così l’olofono, un microfono composto da più capsule orientate a 360 gradi, iniziò a registrare l’audio in maniera sferica.

Eppure, come ti ho spiegato prima, L’audio 8D non ha nulla a che fare con microfoni o tecniche musicale.

Cosa significa 8D

La verità? Assolutamente niente.

8D è una raffinata iperbole per fare riferimento all’esperienza sensoriale del suono.

Così come la dicitura “cinema 7D” che, all’interno dei parchi a tema, allude alla multisensorialità offerta da seggiolini tremolanti, schizzi d’acqua e altri stratagemmi puramente “scenografici”.

Si tratta semplicemente di una trovata strategica per rendere accattivante il titolo, tant’è che se adesso cercassi su YouTube, troveresti numerosi video i cui titoli fanno letteralmente a gara a chi ce l’ha più alto (pardon). 9D, 16D e via verso l’infinito e oltre.

Perché sta emozionando gli italiani?

Il motivo per cui la musica 8D sta scaldando i cuori degli italiani costretti a casa dall’emergenza Covid-19 è semplice.

In questo momento tutti noi siamo impegnati a fronteggiare uno status sociale nuovo (l’assenza di relazioni e di contatto umano, il divieto ad incontrare amici e familiari).

Viviamo ogni giorno la sensazione di essere reclusi, impossibilitati a soddisfare i bisogni sociali, immediatamente successivi a quelli primari nella scala dei valori di Maslow, indispensabili per il raggiungimento dei bisogni di sè, terzo e ultimo step della scala.

La musica interviene in modo prepotente con le sue vibrazioni in un momento emotivo particolarmente stressante.

È nota ormai da tempo la qualità terapeutica della musica, che ha effetti benefici su corpo e mente, capace di ridurre la sensazione di dolore (sia fisico che mentale) e depressione.

La musicoterapia parte proprio dall’analisi degli effetti benefici della musica, eccellente vasodilatatore in grado di indurre un’aumentata produzione di endorfine da parte dell’ipofisi. Se lenta e rilassata, la musica è in grado di rallentare il ritmo cardiaco e respiratorio.

Ecco il secondo e il terzo prestigio della musica 8D ai tempi del coronavirus.

Tutti gli effetti salvifici della musica si amplificano con un effetto sonoro così coinvolgente, e si fanno ancor più intensi sui soggetti stressati dall’emergenza sanitaria, inducendoli a dar vita ad un infinito tam-tam di messaggi e condivisioni, con brani eccezionali e toccanti.

Immagina l’effetto di una scarica di endorfine, il cui effetto è paragonabile a numerose sostanze oppiacee, su una persona particolarmente stressata o depressa. La stessa sensazione che prova un maratoneta un attimo prima di tagliare il traguardo, o un cantante nell’acuto clou del suo concerto, o una sposa nel momento in cui pronuncia il tanto atteso si. 

Questa è la grande magia della musica 8D.

È arrivato quindi il momento di tornare con i piedi per terra e scomodare il buon vecchio Einstein. Le 4 dimensioni in cui viviamo rimangono le medesime, 3 dello spazio e 1 del tempo.

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Gabriele M.
VIdeoMaker


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Come fare social durante l'emergenza COVID-19

Fronteggiamo il fenomeno COVID-19 che stravolge le priorità e le dinamiche di consumo degli italiani. Come affrontare tutto ciò? Cosa possono fare i brand per mantenere il contatto con le persone?

La repentina ascesa del virus, il suo alto tasso di trasmissibilità, hanno innegabilmente paralizzata buona parte del paese e – notizie in evoluzione anche in queste ore – del mondo.

Non è un caso che l’OMS abbia dichiarato lo stato di pandemia e che tutte le attività non ritenute fondamentali per i servizi essenziali al cittadino, siano state costrette alla chiusura o a severissime restrizioni.

Cosa cambia per un'attività

Nella realtà, tutto. Davvero.

L’impossibilità ad avere contatti ravvicinati, orari ridotti o chiusure forzate totali o limitate al weekend. Beni che fanno fatica ed essere venduti, altri che risultano invece irreperibili sul mercato.

Piccole e grandi aziende hanno dovuto fronteggiare un fiume di novità in poche ore, ma non tutte sono riuscite ad assimilarle e mettere in atto tutti gli accorgimenti necessari per attutire il colpo o addirittura coglierne le opportunità.

Per citare un colosso mondiale, Amazon ha incrementato le vendite e sta assumendo in queste ore nuovo personale per gestire al meglio consegne e stoccaggio. Quello che però sfugge ai più è che l’aumento è relativo a beni e prodotti di prima necessità, cura della persona e degli infanti, presidi sanitari.  Per questo l’azienda di Bezos ha dato massima priorità a questi prodotti, anche nell’approvvigionamento, cogliendo così le opportunità e sposando profitto e supporto alle famiglie.

Tra le piccole e medie imprese invece, questa condizione ha portato a profonde crisi, mettendo in luce la mancanza di programmazione e l’assenza di investimenti nel web. Un segnale chiaro arriva dai contenuti social, in molti casi del tutto assenti.

Come fare social nei giorni #IORESTOACASA

I social sono strumenti e se utilizzati in maniera opportuna possono preservare la relazione tra azienda e utenti/clienti.
In molti caso l’azienda potrebbe rappresentare un vero e proprio punto di riferimento, se avrà costruito la sua authority online prima che esplodesse l’epidemia.

È determinante continuare a coltivare le relazioni online, si tradurrà in vantaggio quando tutto questo sarà finito e gli utenti torneranno ad acquistare beni e servizi.

Al contrario, consumare questi giorni rimanendo “silenziosi” o immobili, potrebbe rivelarsi uno spreco di tempo e di opportunità.

Quello che ti serve adesso è qualche consiglio, soprattutto se stai attraversando un momento che assomiglia maledettamente al “blocco dello scrittore”.

Zero spunti e la paura di produrre delle banalità o dei contenuti inopportuni? Ecco cosa fare.

1. REVISIONE ACCURATA DEI CONTENUTI

Devo dare per scontato che tu abbia programmato i tuoi contenuti e non lavori alla giornata. Non sarebbe opportuno per un’azienda comunicare senza strategia.

La prima cosa da fare è controllare il calendario editoriale e tutti i contenuti programmati – sia la creatività che il copy – e verificare che  messaggio,  CTA e sentiment di ogni post non si riveli inopportuno o peggio, contrario alle linee guida del DPCM e relativi aggiornamenti. Ricorda che tone of voice, scelte lessicali e semantiche possono influenzare enormemente lo stato d’animo di chi ti legge, per questo è importante fare una riflessione su che tipo di emozioni vuoi trasferire.

Sospendi e sposta in bozze i contenuti che non possono essere utilizzati e quelli che dovrai modificare. I primi potrai tenerli in stand-by in attesa di tempi migliori, per i secondi procedi alle correzioni necessarie.

2. ASSIMILA IL SENTIRE COMUNE

Un grave passo falso , che avrebbe pessime ripercussioni sulla tua web reputation, sarebbe quello di non comprendere pienamente il sentire collettivo.

  • Cosa pensa il tuo target?
  • È angosciato, spaventato, preoccupato?
  • Sta affrontando la crisi con serenità o l’incertezza lo sconforta e lo demotiva? 

Dovrai comprendere, monitorando le community che quasi certamente tieni già d’occhio, come sta reagendo il tuo pubblico potenziale – che potrebbe essere la massa se tratti beni di grande distribuzione, o una nicchia se vendi servizi o prodotti per esigenze specifiche – e adattare il tuo linguaggio perché sia affine. Questo non vuol dire assecondare sentimenti negativi o esaltare eccessi di superficialità. Semplicemente adottare un ritmo e un registro che facciano passare i tuoi valori su una lunghezza d’onda compatibile con la loro.

3. ADATTATI AL CONTESTO

In questo momento il contesto è uno solo, o almeno ce lo auguriamo tutti.

Il tuo cliente è a casa. I suoi spostamenti sono limitati e in ogni caso sono escluse le velleità. Qualsiasi cosa tu voglia comunicare, fai in modo che sia compatibile con il contesto in cui quel messaggio verrà recepito. Il salotto di casa, la cucina, la camera da letto e – perché no – il bagno.

Se ciò che offri non può essere acquistato online allora è il momento giusto di fare nurturing e di educare clienti e prospect ad apprezzare le qualità di ciò che offri.

Produci contenuti informativi e di approfondimento, aumentando il valore percepito e il senso di bisogno, così da ripartire velocemente nel prossimo futuro.

4. CAVALCA L'ONDA SENZA FARTI TRAVOLGERE

Se lavori con i social saprai che un trend topic rischia di oscurare altri argomenti. In questo caso il Covid-19 è molto più che un trend topic.

È decisamente l’unico argomento in grado di veicolare immediatamente l’attenzione di chiunque, nella speranza di cogliere l’ultimo aggiornamento o, chissà, una buona notizia.

Trova dunque delle attinenze tra il tuo business e l’epidemia, o i suoi effetti sociali, le sue implicazioni nella salute, nel lifestyle. Produci dei contenuti che partendo dal topic, si concentrino poi sulla tua esigenza di comunicare.

Questi dovrebbe garantire un discreto galleggiamento dei tuoi contenuti. Quantomeno non ti farai travolgere dall’argomento.

Sfrutta le campagne del momento, come #iorestoacasa, #restiamouniti, #andratuttobene o #distantimauniti e analiiza le KPI (approfondisci l’argomento in questo articolo)
Potresti fare qualcosa di creativo da casa anche tu. 

5. PROMUOVI INFORMAZIONI DI VALORE

A mio modo di vedere le aziende possono sempre farsi portavoce di messaggi positivi e di valore, anche se non attinenti al proprio prodotto. D’altra parte i social non sono solo vetrine per vendere, ma strumenti per dialogare con gli utenti. Diffondi dunque news sul coronavirus se lo desideri, stimola il confronto nei commenti e rispondi agli utenti facendo della buona attività di community management.

Le cose davvero importanti in questo caso sono due. Prima di tutto verifica la fonte di ciò che condividi o pubblichi, non fomentare la diffusione di fake news che si trasformerebbero in un pericoloso boomerang. Infine poniti come moderatore ed evita eccessi nell’esprimere le tue opinioni. Non Battagliare con i tuoi utenti, semplicemente fai attività di active listening.

6. SVILUPPA CONTENUTI SPENDIBILI GRATUITAMENTE

Non posso sapere cosa facessi prima dell’arrivo del nuovo coronavirus. Quello che so è che questo è il momento di reinventarti.

Non resistere al cambiamento. Come direbbe Spencer Johnson, qualcuno sta spostando il tuo formaggio, non aspettare di svegliarti una mattina per scoprire che le tue scorte non ci sono più.

Sviluppa immediatamente dei contenuti gratuiti: guide, tutorial, lezioni, approfondimenti, dirette, infografiche. Qualsiasi cosa possa aumentare il senso di gratitudine nei tuoi confronti. Fai in modo che ad usufruirne sia una community tracciata o tracciabile.

Apri o sviluppa un gruppo Facebook, o distribuisci quei contenuti attraverso una newsletter da acquisire con una pagina specifica sul tuo sito.

In sostanza, fai lead generation e comincia ad acquisire oggi i potenziali clienti di domani.

7. CORREGGI INFO E AUTOMATION

Se hai attive risposte automatiche o chatbot, accertati che il messaggio sia aggiornato e pertinente. Dai un’occhiata agli orari indicati nelle informazioni e sulla scheda Google o TripAdvisor.

Le informazioni testuali dei tuoi profili o del sito meritano una revisione e opportune correzioni.

In un momento di confusione i clienti in attesa di ordini, consegne o in cerca di assistenza, tendono a usare i mezzi percepiti più veloci e i tuoi canali social potrebbero trasformarsi rapidamente in “centralini” per la gestione e l’assistenza clienti.

Fai in modo che la loro esperienza sia efficace.

CASE HISTORY

Dalla teoria alla pratica. Magari adesso stai pensando che in linea teorica sia tutto giusto ma difficile da attuare.

Per questo chiudo citandoti alcuni casi di clienti, diversi tra loro per categoria e per applicazioni del decreto, che giornalmente seguiamo nella comunicazione online:

VILLA COSTANZA

è un noto e stimato ristorante, che gode di altissima considerazione tanto dai suoi clienti quanto dai competitor.

Subito dopo la comunicazione del DPCM dell’11 Marzo abbiamo provveduto a comunicare sulle pagine ufficiali l’intenzione di chiudere per tutto il tempo necessario.
Il profondo rispetto verso lo staff e il desiderio di incentivare le persone a rimanere a casa, hanno spinto la proprietà ad una decisione che ha generato altissimo consenso sui social di parte dei tanti clienti, oltre che le attenzioni di blog e testate giornalistiche.

L'HOTELLERIE EASY SUITES

elegante B&B nel cuore del centro storico, ha dovuto far fronte dapprima alle disdette degli ospiti impossibilitati a raggiungere la Sicilia. Abbiamo comunicato la policy adottata verso i viaggiatori, sia sui social che sul sito, promuovendo i canali di contatto e customer care.

A seguire i profili continueranno a promuovere luoghi di interesse del territorio, così da mantenere vivo il desiderio di visitare la città quando l’attività turistica sarà ripristinata.

HAPPYGYM

è un centro sportivo che a partire dal 9 Marzo ha dovuto sospendere le attività per decreto regionale.

Dopo aver aggiornato gli utenti sugli aggiornamenti attraverso whatsapp, e aver prontamente modificato il calendario editoriale, è stato intensificata l’attività all’interno del gruppo Facebook dedicato. I post sulla pagina sono stati adattati per includere sia un’esortazione convinta e ripetuta a rimanere a casa, sia un invito a iscriversi al gruppo.

All’interno di quest’ultimo, a mezzo video e dirette, vengono distribuiti allenamenti da eseguire a casa secondo un palinsesto condiviso.

TIMILIA • PIZZA DA STRADA

è una piccola pizzeria del centro storico, specializzata nel take-away.

I viaggiatori garantivano un’intensa attività da mattina a sera. Con la scomparsa dei turisti e l’impossibilità di fare servizio al banco dal 12 Marzo, non volendo chiudere l’attività, abbiamo sviluppato 2 campagne  social per promuovere la consegna a domicilio gratuita.

Per rendere la prenotazione semplice e immediata, il traffico delle sponsorizzate è stato veicolato su whatsapp, configurando un account business destinato alla sola attività di prenotazione.

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La tua capacità di adattarti e sperimentare nuove soluzioni, ti garantirà una ripartenza migliore quando l’emergenza sarà rientrata.
Siamo sempre convinti che le persone amano la consuetudine perché li rassicura (Leggi qui l’articolo sulle abitudini)
Buon lavoro

Ciao, sono Nazareno, uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.


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Creare contenuti di qualità per il sito del tuo ristorante

A cosa serve creare contenuti di qualità per un ristorante? E soprattutto a cosa ci si riferisce quando si parla di qualità dei contenuti sul web? Si tratta di contenuti autorevoli o semplicemente scritti bene?

In media stat virtus, direbbe Aristotele. La risposta sta nel mezzo.

I buoni contenuti nel web sono quellinsieme di testi, parole, post sui social e anche video e foto che contengono informazioni utili e di valore” per chi le legge. Sono contenuti sì scritti bene, ma anche autorevoli.

Non serve essere laureati ad Harvard o scrivere in modo eccellente stando attenti solo alla correttezza grammaticale (cosa fondamentale, eh!), piuttosto si tratta di raccontare qualcosa con l’obiettivo di conquistare i tuoi interlocutori.

Fare content marketing significa tirare una linea di confine molto sottile tra due termini tutt’altro che sinonimi: pubblicizzare e promuovere.

Nel primo caso chi parla diffonde un messaggio in modo puramente commerciale, nel secondo invece si tratta di raccontare unazienda parlando dei suoi valori, descrivendone le esperienze, proponendo soluzioni a problemi di varia natura.

In poche parole si tratta di coinvolgere il lettore comunicando qualità, tue e del tuo ristorante.

Cos’è il content marketing

Darlene Rondeau definisce il content marketing “una tecnica di marketing per ideare, creare e distribuire contenuti di valore, rilevanti e coerenti, per attrarre e acquisire una definita Audience, con l’obiettivo di guidarla verso un nuovo ruolo di cliente”.

È proprio questo che fa un contenuto sul web, riesce a convertire il lettore in cliente, incuriosendo, affascinando.

Ovviamente non può essere il tuo unico strumento di marketing, ma va inserito all’interno di un progetto più ampio di digital marketing che coinvolge il tuo ristorante.

Il content marketing per il food è un elemento trasversale che va applicato in modo coerente e strategico in tutte le piattaforme che sceglierai di utilizzare per comunicare la tua attività imprenditoriale, dal sito web al blog aziendale, dai social alle newsletter degli eventi.

Ti starai chiedendo: da dove si comincia? Di cosa devo parlare sul sito web del mio ristorante? Prima di capire cosa scrivere, fai un passo indietro. Serve una strategia, una pianificazione per capire quali contenuti distribuire nel web e in che modo.

Dividiamo dunque il content marketing in tre fasi: idea, creazione, distribuzione.

Fase 1 – Strategia: come progettare contenuti di qualità

La prima fase di lavoro risponde a una domanda ben precisa che ti dovrai porre per non perdere di vista il tuo obiettivo: “A cosa mi serve questa azione?”.

Rispondendo a questa esigenza, andrai quindi a decidere le strategie da mettere in atto, gli strumenti e le tattiche da utilizzare, i media da sfruttare e le risorse umane da impiegare per portare il tuo ristorante sul web.

In base alle strategie avrai modo di individuare il tuo interlocutore, definendo il linguaggio e il tono di voce con cui parlargli. Quindi dovrai scegliere gli argomenti (topic) di cui parlare, con quale frequenza pubblicare i contenuti e in che modo creare quel coinvolgimento che è anche l’obiettivo della tua comunicazione aziendale. In poche Parole ti servirà un PED.

Un piano editoriale digitale è lo strumento da cui partire per organizzare e calenderizzare i contenuti, scegliere strumenti e tools per cercare e personalizzare le immagini e i video, gli editor di testo per scrivere gli articoli, le fonti da cui attingere per approfondire e confutare.

Oltre la strategia attenzione alle tattiche, tutti gli elementi che ti serviranno per veicolare altri messaggi sempre inerenti alla tua attività. Parliamo ad esempio di eventi organizzati nel tuo ristorante, incontri e degustazioni, ma anche contest sui social per rendere virale un post, o almeno provarci.

Dove vuoi distribuire i contenuti? Sicuramente sul tuo sito web, al cui interno dovrai ospitare un blog aziendale. Non dimenticare poi i social, scegliendo quelli che più fanno al caso tuo, o più al caso dei tuoi migliori clienti.

Fase 2 – Creazione contenuti: come scrivere contenuti di marketing

Se la fase 1 della strategia e del PED sono imprescindibili, La fase 2  di content creation è quella che richiede il maggior dispendio di energie e risorse, perché è il vero momento operativo in cui ti troverai a tu per tu con il magico mondo del content marketing per il food. Creare contenuti per il proprio sito non significa solo scrivere articoli per il blog o post per Facebook, vuol dire anche produrre supporti visual (foto e video) o registrazioni (ad esempio un podcast).

Gli argomenti di cui parlare possono essere infiniti. La foto di un piatto, un articolo di approfondimento sulle materie prime utilizzate nel tuo ristorante, un video su una lezione di cucina, un podcast in chiave scientifica sui benefici nutrizionali di determinati ingredienti (Hai mai pensato di usare la tecnica ASMR per i tuoi piatti?)

“Come faccio a capire se ho creato dei contenuti di qualità?

L’obiettivo non è essere perfetti, bisogna essere coerenti.

Mettiti sempre dalla parte del tuo lettore ideale, ritorna più volte sullo stesso pezzo, non avere fretta e rileggilo ad alta voce.

Puoi anche identificare un tester, qualcuno che rappresenti bene i tuoi valori e che potrebbe essere un tuo cliente, che possa darti un feedback sincero su ciò che produci. Infine chiediti:

  • Il mio contenuto è esteticamente attraente?
  • Il messaggio è chiaro e diretto? Arriva al cuore di chi lo legge?
  • La formattazione agevola la lettura, è semplice e intuitiva?
  • La parte grafica è in linea con il mio brand?
  • Sono riuscito a raccontare la storia e i valori del mio ristorante?

Fase 3 – Distribuzione: come promuovere contenuti per il web

Il tuo contenuto è pronto. Lo hai letto più volte, hai controllato che ogni cosa sia al posto giusto e adesso sei pronto per pubblicarlo. Renderlo visibile sul tuo sito web però non è sufficiente, oggi gli algoritmi e i motori di ricerca sono spietati. La quantità di contenuti sul web distrae i tuoi potenziali clienti. Se vuoi fare una buona distribuzione, devi ricorrere alla promozione.

Promuovere contenuti sul web vuol dire:

  • Condividere: programma l’uscita del tuo contenuto attraverso post sugli account del tuo ristorante sui social network
  • Misurare: analizza i risultati del tuo lavoro attraverso strumenti di web e social analytics
  • Curare: interagisci con la community, modera i commenti, monitora le interazioni e i like, rispondi alle recensioni e ai feedback
  • Amplificare: condividi il link al tuo contenuto su altri social, gruppi social tematici, forum e altri siti, includilo nella newsletter o proponilo a siti e riviste di settore
  • Rilanciare: riproponi lo stesso contenuto a scadenza prestabilita, crea degli appuntamenti in cui rilanciare i contenuti che hanno avuto maggiore diffusione.

In Conclusione

Mettere in atto tutto questo non è semplice, nessuno può riuscirci senza dedicarci il giusto tempo o coinvolgendo qualche competenza specifica. Ma se riuscirai a comprendere il valore di ognuna delle fasi descritte, avrai compiuto il passo più importante per te e per il tuo ristorante, quello della consapevolezza.

Ciao, sono Nazareno, uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
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Come rispondere alle recensioni negative

Ecco come rispondere alle recensioni negative, senza perdere le staffe, per trasformare una crisi online in un’opportunità di ottenere nuovi clienti.

Se hai dei canali social attivi può dare un bel boost al tuo marketing.
Dovrai però fronteggiare un fenomeno legato a filo doppio con la nostra generazione e che rappresenta un incubo soprattutto per ristoratori e operatori HoReCa.

Hai una nuova recensione...

Eccola! La notifica che ti avverte che qualcuno ha appena recensito la tua attività sul web.

Che sia Facebook, TripAdvisor o qualsiasi altro portale, la prima cosa che devi fare è respirare profondamente e prendere le distanze dal testo.

Probabilmente pensi o speri che lavorare duramente con passione e sacrificio ti metta al sicuro dalle valutazioni negative. La verità purtroppo è che siamo tutti alla mercé di una possibile recensione negativa, che tuttavia non toglie nulla al buon lavoro fatto, se non nella tua testa.

Ho cenato in questo ristorante per la prima volta ieri sera ma non penso tornerò. Ho aspettato un’eternità per un semplice piatto di pasta. Buono e ben cucinato,  ma non vale certo l’attesa. Sconsiglio

Il primo suggerimento è quello di non avere fretta.
Non è una gara né esiste una scadenza per rispondere. Prenditi del tempo per valutare il tono, le parole, ma soprattutto pesare bene la recensione per capire quali punti di quest’ultima meritino una replica e cosa potrebbe essere semplicemente esagerato perché dettato da un malcontento generale.

Prenditi il tempo necessario per distaccarti dalle emozioni negative generate dalla recensione. Se non ci riesci, lascia rispondere qualcun altro, meno o per nulla coinvolto nella tua attività. Saprà essere più equilibrato.

Il perché sto per spiegartelo, ma questa è la ragione per cui molte attività hanno un addetto alle pubbliche relazioni o, nel caso dei social, un social media community manager. D’altronde il community management è l’attività principe delle tue relazioni sociali (leggi qui l’articolo)

È la tua prima recensione negativa?

Forse la prima è la più dura da mandar giù. Sporca la tua bacheca intonsa, sgretola quella media stellare che avevi ottenuto con duro lavoro, insinua il dubbio che tu possa essere imperfetto. Beh… cosa c’è di male in fondo?

A tutti è concesso sbagliare – meno tolleranza per un chirurgo in sala operatoria – e a meno che tu non abbia avvelenato i tuoi commensali, non c’è torto che non possa essere riparato e non c’è cliente che non possa essere recuperato.

Se sei davvero bravo nel tuo lavoro, una sola recensione negativa probabilmente renderà ancora più credibili quelle positive, perché nessuno di noi può essere perfetto. Nemmeno tu.

Dovrai comunque fare alcune distinzione di contenuto prima di dare un peso alla risposta che fornirai. Perché naturalmente, risponderai. La recensione negativa è relativa alle qualità del piatto, o sotto inchiesta è il servizio? Si tratta di una valutazione negativa di un evento estemporaneo o accidentale, o su qualcosa che caratterizza quotidianamente il tuo ristorante?

Decidi come rispondere alle recensioni negative, non se rispondere

È fuor di dubbio che risponderai. Devi farlo, per due ragioni fondamentali.

La prima è che in qualsiasi giudizio, ognuna delle due parti ha diritto di replica e di difendersi. Se qualcuno da inizio ad una gogna digitale, dovrai pur avere il diritto di intervenire.

La seconda è che la recensione negativa non ha alcun peso, ne ha invece il fatto che da adesso in poi chiunque potrebbe leggerla e farsi una sua idea.

Sarà un’idea parziale se non fornirai il tuo punto di vista motivandolo. Non sto parlando di esimersi dalle responsabilità. Piuttosto dimostrare, all’autore della recensione e ai futuri lettori, che hai la testa sulle spalle e sai gestire i momenti di difficoltà con trasparenza e senso del dovere. Questo presuppone che tu ti impegni ad ascoltare, ovvero a leggere cercando di comprendere le reali intenzioni e i sentimenti dell’autore

Non va escluso nemmeno che una recensione negativa ti dia spunti preziosi per correggere cose che non hai mai avuto il tempo di notare. In quel caso, sarà opportuno ringraziare l’utente, persino premiarlo.

Pare che oltre il 90% degli utenti che leggono le recensioni, si concentrino su quelle negative e in particolare su quelle con replica della direzione.

La notizia davvero interessante? Sempre secondo il sondaggio, le persone sono più incentivate a provare un ristorante che offre risposte misurate alle recensioni negative.

Te l’ho detto, alla gente piacciono i professionisti con la testa sulle spalle.

Rispondere è un’abitudine, non una reazione

Va detto che l’attività di controllo e risposta alle recensioni andrebbe fatta regolarmente, sia per quelle positive che negative.
Rispondere solo a quest’ultime può dar l’impressione che ti interessino solo le opinioni contrarie alla tua, non riconoscendo la giusta attenzione a chi invece spende il suo tempo per elogiarti. Non è mica un dovere encomiarti pubblicamente.

Rispondendo a tutte le recensioni, dimostrerai di avere a cuore la tua reputazione, e di utilizzare lo stesso tatto nel bene e nel male.
Gli utenti sono abbastanza intelligenti e smaliziati poi per capire quando una recensione è falsa e scritta da qualcuno che non è mai stato nel tuo ristorante. Basterà una replica che ne evidenzi l’infondatezza per insinuare più di un dubbio nei lettori. Questo può già essere sufficiente a disinnescare una finta recensione.

Non usare questo approccio con recensioni negative vere. È un boomerang che ti torna indietro, dritto in faccia.

È arrivato il momento di rispondere

In altri blog ti diranno di rispondere brevemente. Si, ma non per forza.

In generale è bene evitare di rispondere colpo su colpo, ad ogni affermazione della recensione. Il mio consiglio però è quello di identificare il problema originale, ovvero il “cosa” abbia scatenato l’insoddisfazione, ritenendo eventuali altre critiche come naturali conseguenze del sentimento negativo. A quel punto sarà più facile trovare una soluzione.

Accarezzare, scusarsi, ringraziare…e rimediare

Manifestare dispiacere piuttosto che disappunto è il miglior inizio. Subito dopo, ricalcare il disagio provato dal cliente vuol dire trasmettergli la sensazione che hai compreso pienamente cosa volesse comunicarti. 

Un esempio ?

Gentile Alessandro, mi dispiace davvero che tu abbia dovuto attendere il tuo ordine più di quanto avremmo voluto e mi scuso a nome di tutto lo staff. Sono felice che tu abbia mangiato bene ma so anche che se avessi atteso meno, probabilmente il tuo giudizio sarebbe stato migliore”.

Non attacchiamo il povero Alessandro, piuttosto facciamogli subito comprendere che la sua esperienza negativa non era voluta né è prassi.  Il suo umore poi potrebbe aver pregiudicato anche il giudizio sul piatto.

Se credi che non ti verrà spontaneo, sappi  che non ha la minima importanza. Conta quello che la gente leggerà, anche a distanza di anni.

I guru della comunicazione chiamano questa tecnica stroke, ovvero “carezza” o “pacca”, il miglior modo per stemperare e porre la comunicazione su un piano più…affettuoso?

Il terzo passo

Adesso dobbiamo dimostrare ad Alessandro che non solo la sua opinione conta per noi, ma che abbiamo intenzione di prenderla seriamente.

Ti ringrazio per il feedback che mi stai fornendo. Mi sono subito confrontato con il direttore di sala per valutare se può essere fatto qualcosa affinché la tua esperienza non si ripeta in futuro”.

Se l’utente ha scritto una recensione, prendendosi la briga di togliere quel tempo ad altro, molto probabilmente vuole sentirsi protagonista di qualcosa. Concediamogli i suoi 5 minuti di gloria.

Che poi, magari è vero che un bel briefing con il team potrebbe dare spunti interessanti, no?

Ricorda, stiamo analizzando una recensione negativa reale, di un cliente che davvero potrebbe aver patito un disservizio. Questa non è la guida su come furbescamente sminuire le recensioni, ma un supporto su come non rendere ancor più dannose quelle legittimamente negative.

Infine rimediare

Come ti ho scritto prima, dovrai valutare se la recensione mette in luce un problema occasionale o meno.

Alessandro potrebbe aver patito il ritardo a causa del fatto che quella sera uno dei tuoi camerieri era assente per malattia. Diciamoglielo, siamo esseri umani.

Sfortunatamente l’assenza di un collaboratore in malattia ci ha costretti a qualche sforzo extra, generalmente prestiamo grande attenzione alla celerità del servizio”.

Abbiamo fatto quasi tutto. Dopo la carezza, le scuse e i ringraziamenti, gli abbiamo anche fornito una ragione per essere meno severo con noi e darci una seconda chance.

È arrivato il momento di premiarlo.

Perché?
Perché è un eroe, caspita!

Ci ha dato un feedback, ci permette di saperlo – pensa a tutti quei clienti che scontenti non scrivono nulla ma non torneranno mai più nel tuo ristorante – e soprattutto di rimediare.

Oltre ad accettare le nostre scuse, vorrei caro Alessandro che alla tua prossima visita tu possa rimanere sorpreso del servizio. Non posso cambiare la tua esperienza passata ma posso impegnarmi perché la prossima sia migliore, anche con un piccolo omaggio che sarò lieto di riservati.

Ti basteranno due calici di bollicine all’arrivo, o offrire il dessert ad Alessandro e la sua accompagnatrice, per mettere una bella pietra sopra l’accaduto, recuperare un cliente che – posso garantirtelo – tornerà ancora e ancora, e soprattutto per offrire ai futuri lettori un’immagine eccellente di te e della tua attività.

In conclusione

Sono tre le qualità fondamentali per rispondere alle recensioni negative.

  1. Il tempo, necessario a valutare con equità, verificare l’accaduto e pesare le parole nella risposta.
  2. Il controllo, per evitare che sentimenti di rabbia e insoddisfazione si trasformino in parole taglienti che allontaneranno gli utenti più di quanto non avrebbe fatto la recensione.
  3. Infine l’ascolto, la capacità e la volontà di comprendere quali stati d’animo si nascondano dietro una valutazione online.

Se pensi che ti manchi una o tutte queste qualità, puoi valutare di affidare il compito ad un addetto alle relazioni pubbliche o un’agenzia che gestisca i tuoi canali social.

Ciao, sono Nazareno, uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
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Aggiornamenti Facebook Ottobre 2019: la nuova funzionalità ads è in rollout

Inserzioni nei risultati di ricerca, la nuova funzionalità ads è in rollout, a breve disponibile in Europa.

L’annuncio

Dopo un lungo periodo di test – la notizia era già stata diffusa nel 2018 – Facebook ha annunciato ufficialmente che nelle prossime settimane sarà disponibile un nuovo piazzamento per le sponsorizzate, ovvero i risultati di ricerca.

La ricerca di Facebook era infatti fino ad oggi uno dei pochissimi posti del social network ancora “libero” dai condizionamenti della pubblicità.

Probabilmente, a spingere il team di Mark a sviluppare questo nuovo piazzamento, è l’intenzione di battagliare con Google che da anni monetizza con gli annunci nel motore di ricerca.
Un meccanismo che, attraverso l’acquisto di parole chiave specifiche, ha permesso a siti non propriamente ottimizzati SEO, di raggiungere a pagamento la prima o una delle prime tre posizioni dei risultati di ricerca.

Cosa cambia?

Allo stesso modo su Facebook, gli inserzionisti potranno lavorare non più soltanto sul target, o sugli interessi presunti di quest’ultimo, ma su vere e proprie query di ricerca, intercettando bisogni concreti dei futuri clienti.

Cosa c’è di meglio infatti che apparire sullo schermo di chi in quel momento sta cercando esattamente il nostro prodotto o una soluzione che noi siamo in grado di offrirgli?

La vita dei marketers sarà un pochino più semplice, ma non per molto!
È prevedibile infatti che una volta lanciata la funzione, gli inserzionisti faranno base fissa sul nuovo posizionamento che sembra essere tra i più interessanti offerti dalla piattaforma. Per questo emergere tra le migliaia di annunci non sarà così semplice.

La sezione Facebook Search Results – aspetto da non sottovalutare – comprende sia la ricerca generica che gli utenti compiono per trovare attività commerciali o gruppi di interesse, che la ricerca verso i prodotti pubblicati su Marketplace.

 

Così l’inserzione sarà mostrata in funzione dei criteri di targeting inseriti dall’inserzionista ma anche e soprattutto in funzione dei termini di ricerca utilizzati dall’utente.

È naturale infatti che l’obiettivo di Facebook rimanga il medesimo di sempre, lo stesso di Google:

Offrire il risultato giusto alle persone giuste nel momento esatto in cui sembrano averne bisogno.

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Nazareno Brancatello

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Cosa è il Community Management?

Quando costruiamo un progetto di social marketing, includiamo sempre l’attività di community management senza la quale il nostro lavoro sul social sarebbe pressoché inutile.

Cos’è?

È l’attività di risposta sistematica ai commenti degli utenti ai post. Può essere sviluppata direttamente sui post della pagina, in un gruppo creato ad hoc, o la discussione può essere spostata su Messenger (fra poco anche su whatsapp grazie ad una nuova funzione di Facebook) per un rapporto più “privato” con l’utente nel tentativo di trasformarlo in cliente.

Perché è così importante?

Semplicemente perché è la cosa più social del social.

Un social network nasce per coltivare online relazioni. Una relazione è di valore quando genera scambio, informazione, dialogo. Per questo motivo, l’algoritmo di Facebook attribuisce punteggi più alti ai post che generano nei commenti numerosi botta e risposta. E quanti più commenti vengono gestiti, più Facebook aumenta la distribuzione di quello specifico post. A tal proposito, hai già letto come funziona l’algoritmo di Facebook?

Se il post A genera così tanti commenti, probabilmente è interessante. Così Facebook decide di farlo vedere organicamente (quindi senza bisogno di sponsorizzare il contenuto) a più persone.

Se la stessa pagina pubblica un nuovo post – il post B – Facebook attribuirà al nuovo post una considerazione, un punteggio figlio di quello attribuito al post A.

Se il post A era tanto interessante, probabilmente lo sarà anche il post B.

Funziona così, a cascata. Post dopo post.
Quanto migliore sarà il trend, tanto migliore sarà la visibilità della pagina, con effetti abbastanza chiari sul business.

In foto, i numeri di una pagina presa in gestione circa 10 giorni fa, per la quale abbiamo messo in ordine informazioni e impostazioni, e iniziato l’attività di community management.

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Cosa c’è di speciale.

Molte agenzie o free lance che vendono servizi di social marketing NON fanno l’attività di community management – omettendone l’importanza al cliente – per 3 motivi.

  1. È una cosa che va fatta tutto il giorno, tutti i giorni.
  2. È noiosa.
  3. È dispendiosa (richiede risorse e tempo speso sulla pagina dopo aver pubblicato i contenuti secondo calendario editoriale, quindi un community manager)

Si, è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.

Semicit.

Per ogni attività esiste uno strumento.

In questi anni abbiamo svolto l’attività di community management in svariati modi testando diverse piattaforme web in grado di rendere efficace l’attività stessa.

Alla luce di quanto espresso desidero consigliarti tre tools in gradi di automatizzare i task e ridurre il carico di lavoro a vantaggio del risultato finale:

  1. Hootsuite
  2. Buffer
  3. PostPickr

In tutti e tre i casi, grazie ad una interfaccia intuitiva, è possibile programmare e gestire i contenuti di uno o più profili contemporaneamente, monitorare il rendimento delle attività ancora ricercare le conversazioni social in base a parola chiave, hashtag e posizione, in più lingue, per ascoltare cosa dicono gli utenti sulla tua marca, sui concorrenti e sul settore.

Provare per credere.

Nazareno Brancatello

Sono uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
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Come funziona (davvero) l'algoritmo di Facebook

COME FUNZIONA (DAVVERO) L’ALGORITMO DI FACEBOOK?

La maggior parte degli utenti di facebook non sono neanche consapevoli che tutti i contenuti si muovono sotto la regia di un algoritmo matematico.
Come in molte altre cose della natura, in molti utilizzano uno strumento senza neanche chiedersi perché e come funzioni. Quest’ultima domanda è però fondamentale per gli affari.


In questo articolo troverai:

 

 

 


 

 

Piacere, il mio nome è Algoritmo!

Ti sarai chiesto almeno una volta come mai visualizzi sul tuo feed personale taluni contenuti, specifici post sponsorizzati di pagine che in realtà non segui o perché non vedi la foto delle vacanze di un tuo amico.

Allo stesso modo, se gestisci una pagina Facebook per la tua attività, quasi sicuramente ti sarai domandato tante volte perché non performa come vorresti e perché pochi utenti interagiscono con i tuoi post, sicuramente in un numero inferiore rispetto ai fan della pagina stessa. (A proposito di performance, sei a conoscenza di quali dati monitorare? Approfondisci l’argomento con questo articolo)  

Tutte le risposte si esauriscono con una sola parola.

Algoritmo.

Facebook come i più grandi “contenitori” del web – motori di ricerca, social – è governato da un algoritmo che seleziona e distribuisce ogni singolo contenuto – nativo e non – e “valuta” quando, come e a chi mostrarlo.

Imparare a conoscerlo, capirne il funzionamento, ti permetterà di ottenere risultati maggiori, sia nella qualità dei contenuti della tua home, sia nella gestione del tuo business online.

 

Come funziona l’algoritmo e come incide sulla portata organica dei post

L’obiettivo annunciato dell’algoritmo, e quindi di Facebook come piattaforma, è fornire la risposta corretta alla persona giusta nel momento in cui ne ha bisogno.

Un onere pretenzioso per il quale la magia non è naturalmente una soluzione. Ecco perché su Facebook comanda una formula di calcolo predefinita che si muove su schemi programmati.

Una serie di step che l’algoritmo compie per gli utenti e i contenuti da distribuire. Sono fondamentalmente i seguenti.

  1. INVENTORY
    Ogni volta che un utente lancia la propria home (o stream, o news feed) l’algoritmo crea un vero e proprio inventario di tutti gli “eventi” che si sono verificati su Facebook per mano delle persone presenti nella tua cerchia di amici (o di cui i tuoi amici sono stati protagonisti) o per mano delle pagine che segui. Quindi genera una notizia per ogni evento (ad esempio, quando sulla home visualizzi un video di una pagina che non segui ma che è stato commentato da un tuo amico)
  2. SIGNALS
    Valutando tutti i dati a disposizione, l’algoritmo seleziona eventi/notizie cui potresti essere interessato. Per farlo, valuta i tuoi segnali, ovvero il grado di interesse manifestato in precedenza verso l’argomento della notizia (se quel contenuto è afferente i tuoi hobby principali o simile ad altri contenuti con cui hai interagito in passato), verso la persona che ne è responsabile (se ad esempio è un familiare, un collega o un amico con cui non ti relazioni da molto tempo)

    I “signals” sono di contesto e di contenuto.

    Di contesto sono i segnali legati all’orario e al luogo da cui ti connetti, dal dispositivo che stai usando in quel momento (ad esempio alcune sponsorizzate potrebbero apparirti su smartphone ma non su desktop) e dal tipo di connessione con cui navighi.

    Sono invece di contenuto i segnali legati a persone o pagine coinvolte, interesse per l’argomento, freschezza del contenuto, eventuali feedback (reazioni, commenti) del contenuto. 

    Particolarmente importanti sono questi ultimi. I segnali di contenuto legati a feedback negativi (per esempio se un post viene spesso nascosto da chi lo visualizza) o positivi (reaction, condivisioni, commenti, chat scaturite dall’invio privato del contenuto)  sono detti “meaningful interactions” e sono nutrimento molto gradito dall’algoritmo.

    Queste interazioni sono le più preziose. Il tempo speso a visualizzare un video, la permanenza a leggere il post o a guardare la fotografia, commenti con risposte a seguire, reazioni e condivisioni sia in bacheca che in chat, sono quanto di più prezioso possa desiderare chi genera un contenuto se vuole aumentarne la portata organica – quindi non a pagamento tramite ads.

     

  3. PREDICTIONS
    L’algoritmo cerca di prevedere quali contenuti ti potrebbero maggiormente interessare. Previsioni se un video catturerà la tua attenzione, o se un link potrebbe indurti davvero a cliccare per visitare la pagina di destinazione, o se una foto susciterà una tua reaction.

    Queste previsioni, come già anticipato, non sono frutto di stregoneria, ma sono determinate dai precedenti segnali che, durante ogni tua singola sessione di navigazione e da qualsiasi device, avrai fornito all’algoritmo.

     

  4. SCORE
    Una volta capito quanto un contenuto potrebbe interessarti, l’algoritmo gli attribuisce un punteggio (non meglio identificato. Questo punteggio seppur costituisce l’ultimo step del “comportamento” dell’algoritmo, è decisivo sull’ordine di apparizione dei contenuti.

    Quando lancerai l’app dal tuo smartphone la tua home si aggiornerà e l’ordine con cui ogni contenuto ti verrà proposto durante lo scroll (quando fai scorrere in su il pollicione sullo schermo) sarà determinato dal score di ogni contenuto.

    Quest’ordine è influenzabile dall’utente. Ad esempio se segui una pagina puoi impostare le notifiche dei suoi contenuti in evidenza e richiedere all’algoritmo di fornirtele sempre per prime.
    Faccio così ad esempio con la mia squadra del cuore o con le pagine e community che trattano argomenti di marketing. In questo modo rimango aggiornato sulle cose che mi interessano prima di iniziare a visualizzare il sushi del mio collega o il selfie di mia cugina in vacanza in Grecia mentre io lavoro.

    Così si spiega come mai dopo qualche minuto speso a scrollare le news, capiti di chiedersi cosa stavamo cercando e perché, finendo per aggiornare nuovamente il feed e ricominciare dall’alto.

 

 

Un solo social, tante esperienze

Ecco perché ognuno di noi pur utilizzando lo stesso social, vive esperienze completamente diverse e visualizza contenuti diversi pur avendo cerchie di amici o colleghi in comune.

Facebook non ha reso noti tutti i segnali che l’algoritmo prende in considerazione. Si stima siano oltre centomila i fattori di valutazione.

Rimane certo il fatto che quante più interazioni ottiene un post, maggiore sarà la sua diffusione. Il successo organico di un post induce l’algoritmo a distribuirlo  su più home, seppure in posizione – ricordi lo score – diversa per ognuno.

 

Ora che sai queste cose…

Abbiamo semplificato parecchio ma queste informazioni adesso possono aiutarti a capire molte cose ma soprattutto a rispondere ai tuoi dubbi.

Perché vedi spesso i selfie dei tuoi amici più stretti?

Perché  i tuoi amici in chat criticano la foto di qualcuno che invece nella tua home non è apparso?

Ma soprattutto – se usi facebook per lavoro – perché i tuoi post hanno poche interazioni?

Evidentemente i tuoi contenuti non generano l’interesse desiderato e le reazioni giuste, per questo l’algoritmo li “penalizza” e li distribuisce sempre meno.

Se ad esempio hai sponsorizzato la tua pagina ottenendo migliaia di mi piace, ma i tuoi post non catturano, l’algoritmo ti attribuirà sempre score molto bassi. Al contrario se un tuo post con link ha pochi mi piace ma i click al link sono numerosi e il tempo di permanenza sul sito di destinazione è prolungato, l’algoritmo penserà – “ehi, questo link deve essere interessante per persone con queste caratteristiche!”, ed ecco che il tuo post potrebbe avere un’ottima portata seppur con poche interazioni.

Ecco quindi cosa è bene che tu faccia e alla svelta per cominciare a raccogliere frutti sui social.

Parti dalla convinzione che su Facebook servono tempo, perseveranza e chiarezza d’idee. L’algoritmo premia l’impegno nel tempo.

  1. Smetti di parlare di te e dei tuoi prodotti, smetti di scrivere o postare cose che interessano te e comincia a conoscere maggiormente i tuoi clienti ideali. In questo modo inizierai a parlare, scrivere, fotografare e documentare cose che piacciono a loro – non necessariamente proprie del tuo business ma afferenti – suscitando così la loro attenzione. All’inizio potrebbero iniziare a spendere qualche secondo in più suoi tuoi post, dopo qualche tempo potrebbero iniziare a interagire lasciando timidamente un mi piace, e con il crescere di questa “relazione” iniziare a commentare e a dire la loro. Ad esempio se gestisci la pagina di un negozio di articoli sportivi, attingere dai risultati degli atleti italiani coinvolti in competizioni internazionali potrebbe offrirti contenuti sempre freschi e di interesse pubblico, legati per argomento al tuo business. Chi acquista i tuoi prodotti sportivi dovrà necessariamente essere uno sportivo. I tuoi aggiornamenti sulle competizioni potrebbero interessarlo notevolmente più che la qualità dei tessuti delle tue t-shirt, almeno all’inizio.

  2. Crea contenuti di qualità. Devono essere fruibili dal tuo pubblico, chiari e di buona fattura. Utilizza foto ben fatte anche se non professionali, utilizza i video ma fai in modo che siano girati bene e con mano ferma (potresti utilizzare uno stabilizzatore o un qualsiasi cavalletto). Scrivi post brevi ed efficaci, se lunghi fai in modo che abbiano un ritmo piacevole. Elimina il superfluo e vai al sodo. Utilizza un tono di voce appropriato per il social ma sempre in linea con il tuo target. Lascia i “gentile cliente” nel cassetto delle cose che non devono mai finire sui social. Le etichette vanno necessariamente riviste e smussate in un social network.

  3. Evita di fare “click baiting”, è una pratica che all’algoritmo non piace affatto. Evita frasi come “metti mi piace e condividi” o “commenta per ottenere …”. Le richieste dirette di interazione penalizzano il tuo post e avrai prodotto contenuti buoni ma inefficaci.

  4. Non pensare di poter fare business sul social senza investire sulle Facebook Ads.

    Per le pagine è una conditio sine qua no. Non mi dilungherò su come e cosa sponsorizzare perché argomento molto corpulento.

    Sappi però che la portata dei tuoi contenuti e la possibile conversione di utenti in clienti, è data da un’eccellente lavoro di engagement organico, completato e raffinato da una strategica e mirata attività di ads.

 

In conclusione

 

Sappi che se hai letto con attenzione l’articolo adesso ne sai molto più di qualsiasi avventore inconsapevole di Facebook.

Hai appena fatto un balzo, passando dalla parte di chi genera – o vuole generare – contenuti, e lasciando quella di chi li subisce e basta.

Sei come uno spettatore a teatro che oltrepassa le quinte e sbircia tra i camerini degli attori e gli ingranaggi degli effetti scenici.

Ora sai che puoi filtrare, nascondere, oscurare, mettere in evidenza i contenuti. E non devi più subire passivamente le scelte dell’algoritmo. Puoi influenzarle, anzi, determinarle.

Si, c’è ancora molto altro che non sai, ma questo è il primo step. Il più importante.

Se vuoi sapere altro, scrivimi.

Ah, un’ultima cosa…

Per ragioni che potrai immaginare, Facebook e Instagram si comportano in modo molto simile. Segui queste indicazioni anche per l’applicazione sorella di Facebook.

 

 

 

 

Nazareno Brancatello

Sono uno dei BBrothers.
La mia giornata si (s)compone tra letture, strategie digitali, test, scrittura, social media e slide.
Sono un sognatore con i piedi per terra. Mi impegno per essere un punto di riferimento credibile per il mio staff e i miei clienti.
Mi occupo principalmente di copywriting e di tutte le attività editoriali del team.
Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo sul marketing digitale che metto a disposizione dei miei clienti.


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L’ASMR è definito anche “orgasmo mentale”: cos’è e come viene usato nel marketing

L’ASMR È DEFINITO ANCHE “ORGASMO MENTALE”: COSA È E COME VIENE USATO NEL MARKETING

È uno stato di piacere mentale generato da stimoli visivi e uditivi: ecco come e perché i brand hanno deciso di usare l’ASMR.


In questo articolo troverai:


Cosa è un ASMR?


Stavi cercando informazioni sull’ASMR pensando di utilizzarlo in modo originale nelle tue strategie pubblicitarie? ho una cattiva notizia: potresti essere in ritardo!

Questa tendenza è già in atto da un po‘ di tempo.
La parola ASMR è tra i primi cinque termini di ricerca su YouTube, con 2,9 milioni di ricerche mensili – secondo ahrefs.com, anche se bisogna ammettere che non sono molti i marchi che lo hanno integrato nella loro comunicazione.

Secondo Google, le ricerche su YouTube con la parola chiave ASMR sono quadruplicate negli ultimi 4 anni e i video più famosi sono stati visti più di 20 milioni di volte.

Basta digitare su una qualsiasi barra di ricerca il termine ASMR per capire immediatamente in cosa consiste questa tendenza.

ASMR è l’acronimo di Autonomus sensory meridian response, letteralmente Risposta autonoma del meridiano sensoriale.

L’ASMR non è altro che una tecnica di ripresa il cui unico scopo è quello di infondere una sensazione di rilassamento.

Il contenuto mira a precisi trigger, ovvero stimoli di varia natura – uditivi, visivi, cerebrali, tattili – che hanno lo scopo di rilassare letteralmente lo spettatore e provocare sensazioni precise.

ASMR è inoltre un sostantivo inglese e rappresenta la sensazione di formicolio sul cuoio capelluto e lungo la schiena, combinata con una sensazione di benessere che le persone provano in associazione a specifici suoni


Solo da pochissimo tempo il fenomeno ASMR è diventato oggetto di studio.

In un recente articolo di Vanessa Mitchell (CLICCA QUI per leggere l’articolo), il Dr. Richard ha concluso che:

le aree cerebrali attivate durante l’ASMR sono simili a quelle attivate durante i comportamenti di legame e cura, come i genitori che si prendono cura dei bambini o che ti accarezzano i capelli.


Dal punto di vista del marketing si tratta di provocare sentimenti positivi e piacevoli.

L’ASMR aiuta le persone a creare uno “spazio mentale felice” e in quel momento, se si è in grado di associarlo ad un prodotto, si creano legami positivi e duraturi con il proprio marchio.

 

Come usare l’ASMR nelle strategie di content marketing?


È curioso pensare come molti marchi abbiano impiegato così tanto a comprendere che utilizzando gli ASMR possono promuovere i loro prodotti e creare un’esperienza positiva.

Fortunatamente, hai ancora tempo per catturare l’onda prima che la tendenza diventi una consuetudine e perda il suo fascino.

C’è chi sostiene di non provare questo tipo di sensazione, in realtà è scientificamente provato che possano essere provate sensazioni di rilassamento e di benessere e per tale motivo i brand hanno visto in questo fenomeno un’ottima opportunità per coinvolgere i Millennials e la Generazione Z.

Invece di concentrarsi solo sulle caratteristiche di un prodotto, un approccio ASMR ti consente di pensare al tuo prodotto da una prospettiva sensoriale. Un po’ come se l’utente “provasse” il tuo prodotto dallo schermo.

Il vantaggio di questi video per i brand dipende dal fatto che, mentre l’utente viene coinvolto a livello sensoriale, il prodotto viene presentato con un timing perfetto, ossia in un momento in cui il consumatore tende a essere in uno stato di rilassamento e di benessere, potendo in questo modo incidere su come il brand viene percepito.

 

BBADV e la produzione PREZZEMOLO & VITALE


L’ASMR trova una delle sue migliori applicazioni nel settore “food”.


Quando in fase di brainstorming stilavamo possibili idee per la nuova comunicazione della catena di Supermercati Prezzemolo & Vitale non abbiamo avuti dubbi: la nuova strategia doveva prevedere la selezione dei migliori prodotti e l’applicazione della tecnica ASMR per presentarli al pubblico.

L’ASMR della Mozzarella di Bufala Campana è la prima realizzazione di una serie che descriveranno la linea di prodotti “Le eccellenze di Prezzemolo & Vitale”.

 

L’ASMR e i grandi marchi


Esistono molti modi creativi per incorporare ASMR nei propri contenuti sui social media.
Ecco alcuni esempi:

1. IKEA • Oddly Ikea


In cima alle case studies non poteva che esserci Ikea. Il gruppo svedese ha creato uno spot ispirato all’ASMR che dura più di venti minuti.
Intitolato “Stranamente IKEA”: IKEA ASMR, è narrato da una giovane donna invisibile; parla lentamente, dolcemente e deliberatamente dei prodotti Ikea che sarebbero adatti per un dormitorio del college.




Lo spot video conta, ad oggi, 2,5 milioni di visualizzazioni connettendo perfettamente il marchio a livello sensoriale con i suoi clienti fedeli.

2. BURGER KING • #eatlikeandy


Si tratta di una clip di 45 secondi per promuovere la catena di fast food durante la notte del SuperBowl.
Particolarità: lo spot è stato girato nel 1982 e rimasto inedito fino ad adesso. La clip è stata mandata nuda e cruda proprio come fu girata.
Unica aggiunta un hashtag che recita: #eatlikeandy.




Nel video Warhol apre una busta del Burger King, tira fuori il suo hamburger e spreme un po’ di ketchup sulla carta.
Poi prende in mano il suo panino, lo intinge nel ketchup e lo addenta guardando dritto verso la telecamera. Il tutto viene accompagnato da un silenzio assordante riempito soltanto dall’immagine di Andy Warhol.

3. LINCOLN • Bull” Matthew McConaughey and the MKC


Il video è caratterizzato da un vento sibilante e musica rilassante mentre McConaughey, recita un incontro con un toro su un tratto isolato di autostrada.




Nessuna scarica di adrenalina, solo la “rassegnazione” si McConaughey di trascorrere più tempo all’interno di un a lincoln

4. CHINESE SIHUA DOVE • Angelababy


La campagna pubblicitaria sul cioccolato Sihua Dove è stata rilasciata solo pochi anni fa ed è un ottimo esempio del potere sensoriale dell’ASMR.
Il video presenta i classici suoni ASMR come l’apertura dell’involucro della barretta lo scatto di un quadrato di cioccolato.



In conclusione


Prossimamente molti spot pubblicitari continueranno a integrare gli ASMR per offrire agli spettatori un’esperienza rilassante e serena.

Qualcuno potrebbe pensare che sia un modo per raggirare il pubblico. Tuttavia quando si parla di ottimi prodotti, di qualità eccellenti, è legittimo cercare il modo più efficace possibile per comunicare al pubblico tutte le caratteristiche di un prodotto.

D’altra parte è ormai noto anche ai non addetti ai lavori, la pubblicità è tutta una questione di percezione.

L’ASMR può davvero creare una potente connessione con il marchio.

La sfida per gli esperti di marketing è sempre stato cercare di trasformare la pubblicità in esperienza.

Come far “sentire” qualcosa al pubblico di fronte ad un contenuto pubblicitario?

L’ASMR sembra essere la risposta giusta.


Gabriele Brancatello

Ciao, sono Gabriele, uno dei due bbrothers.
In America sarei un full-stack marketing manager.
In Italia aiuto le aziende a creare la propria identità, raccontare la loro storia e comunicare con i propri clienti.
Il mio obiettivo è riuscire a fornirti gli strumenti che ti permetteranno di acquisire autorevolezza sul tuo mercato di riferimento. A volte ci riesco, altre pure!